Dolcetta, neo-presidente BpVi: tris d’interviste

«Qui il capo azienda, il responsabile operativo è l’amministratore delegato, Francesco Iorio. Io farò, appunto, il presidente, guiderò il cda e non mi sognerò certo di intromettermi nella gestione». Così in una lunga intervista sul Giornale di Vicenza Stefano Dolcetta (66 anni), l’industriale vicepresidente di Confindustria e ad di Fiamm che ha sostituito Gianni Zonin alla presidenza della Banca Popolare di Vicenza col compito di traghettarla verso la trasformazione in spa (data probabile per l’assemblea il 19 marzo). Secondo Dolcetta la governance di una banca popolare cooperativa è diventata obsoleta e non consente più una gestione efficiente: «le popolari non hanno avuto la forza e la capacità di riformarsi da sole -spiega -. Avrebbero, per esempio, potuto e dovuto far scendere il prezzo delle azioni in maniera più graduale. Hanno perso l’occasione».

«La priorità ora è quella di raccogliere un miliardo e mezzo – aggiunge -. E siccome i privati, da soli, non basteranno, c’è bisogno di fare affluire risorse anche da fondi che credono nel nostro progetto. Anche stranieri? Certo, anche americani, tedeschi, inglesi. Parlo di fondi che non investono se il capitale non è poi facilmente liquidabile. Per questo dico che è un’utopia pensare che si possa fare l’aumento di capitale senza andare in Borsa (…) Il futuro sarà meno romantico ma la funzione delle vecchie banche cooperative è finita (…) La prima cosa che bisogna fare è salvare la banca – prosegue Dolcetta -. E questo tutela tutti. Poi chi ha i fondi per sottoscrivere avrà l’opportunità di mediare i prezzi di carico, magari con un incentivo. Per chi invece non ha le risorse, stiamo cercando una soluzione alternativa. Iorio ci sta lavorando: di più per ora preferisco non dire».

In merito alla nascita della sua candidatura al vertice della popolare berica Dolcetta risponde: «io sono espressione di me stesso. A chiedermi ufficialmente di prendere il suo posto è stato lo stesso Zonin (….) Il fatto che ci sia un imprenditore vicentino che ci mette la faccia è importante. Se fosse arrivato uno da Milano non sarebbe stato un bel segnale». E Confindustria? «Non è più un problema – afferma -. Come sapete ho ritirato le dimissioni, ma solo perché ormai il mandato volge al termine. Di fatto vado a Roma solo una volta al mese. Sono troppo in disaccordo con la gestione di Giorgio Squinzi, che pure stimo tantissimo come imprenditore».

Dolcetta non nasconde il “rischio” di scalate alla banca da parte di altri soggetti: «è evidente che ci può essere qualcuno interessato a portare a casa una banca simile per poche briciole. Io dico però che se la banca è in queste condizioni vuol dire che qualcosa non ha funzionato: è mancata la trasparenza con gli azionisti e noi dobbiamo recuperare. Dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno: c’è qualcosa che non va e lo mettiamo a posto. Questa banca lo merita, ha la forza per farlo. Vent’anni fa era una banca piccola, quasi insignificante, ora è una banca di livello nazionale».

Il neo-presidente della popolare vicentina parla anche della vecchia gestione: «ci sono molti, troppi che giudicano, spero che ne abbiano titolo. Credo che – eventualmente – l’unica che possa dare giudizi sia la magistratura. Detto questo, basta guardare ai numeri del bilancio per capire che sono stati commessi degli errori. L’uscita di scena di Zonin non è stata quella che lui si immaginava. Non posso dire di conoscerlo bene: non ci siamo mai frequentati assiduamente. Comprendo la sua delusione e mi ricorda quella che ha vissuto mio zio Francesco, costretto a lasciare la Fiamm per beghe familiari. Anche lui uscì con amarezza, sia pure senza strascichi giudiziari».

Sull’aumento di capitale Dolcetta auspica un impegno da parte di Cariverona: «ha fatto capire di essere interessata. Cariverona ragiona come i fondi. E ci sono anche altri investitori finanziari locali che vogliono investire». Dolcetta consiglierebbe l’investimento? «Io non lo potrò fare perché sono presidente, ma se potessi direi a mia moglie di investire. (…) Il prezzo sarà oggetto del book building. L’interesse dei collocatori è di portare le azioni in Borsa al prezzo più basso possibile per regalare maggiori opportunità agli investitori. (…) Più l’aumento di capitale sarà sottoscritto dai soci che ne hanno diritto, più alto sarà il prezzo di partenza in Borsa». Infine sul problema del finanziamento per l’acquisto di azioni« So che Iorio e gli altri dirigenti stanno già affrontando il problema con i soci interessati. Mi auguro che si riesca a trovare una soluzione, fermo restando che non ci potrà essere alcuna diversità di trattamento tra singoli soci (…) se tutto andasse bene, non nascondo che sarei orgoglioso di poter diventare il primo presidente della Popolare di Vicenza spa», conclude.

Il neo presidente di BpVi è stato intervistato anche dal Mattino dalle cui colonne spiega i prossimi passi dell’istituto di credito: «L’assemblea del 19 marzo è il passaggio cruciale, perché include approvazione di bilancio, trasformazione in società per azioni, approvazione di quotazione e aumento di capitale. A valle della quotazione e a ricapitalizzazione completata, dunque tra maggio e giugno, i nuovi soci dovranno eleggere i nuovi organi. L’attuale cda avrà delega funzionale a portare la banca alla quotazione e dopo sarà nominato il nuovo cda che nominerà il presidente. Sottolineo che tutto avviene in pieno accordo con la Bce».

Rispetto a questo percorso «non esiste alcuna alternativa: da una parte applichiamo una legge, dall’altra attuiamo una manovra patrimoniale imposta da Bce e Bankitalia. E aggiungo che la quotazione in borsa è strumentale e fondamentale rispetto all’aumento di capitale. Serve per rendere liquidabile il titolo, altrimenti non scattano gli investimenti. Un fondo americano potrebbe puntare sulla piccola Banca popolare di Vicenza se la ritiene investimento remunerativo, trasparente, liquidabile (…) Il mio sforzo  – continua Dolcetta – sarà di convincere soci vecchi e nuovi, famiglie, imprese e privati, a mantenere il controllo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ma una parte importante dell’aumento di capitale arriverà da investitori istituzionali anche stranieri e pertanto bisogna che la banca sia appetibile».

«Dopo giugno potrei anche non essere più presidente – prosegue -. Se non sarò in grado di creare un gruppo omogeneo di azionisti, qualcun altro esprimerà il prossimo vertice». E sul forte malumore degli azionisti Dolcetta conclude: «ci sono soci che hanno investito nella banca i loro risparmi e oggi sono motivatamente molto preoccupati sul valore e sul futuro dell’investimento. Nel breve, non possiamo coltivare l’illusione che la realtà sia diversa da quella descritta da numeri. Da questi valori dobbiamo ripartire con una gestione molto più efficiente e attuale».

Ma il neo presidente di BpVi è stato intervistato anche dal Corriere del Veneto a cui ha offerto una spiegazione riguardo la sua candidatura in apparente contraddizione con le dichiarazioni rilasciate al Giornale di Vicenza: «la banca – dichiara infatti Dolcetta – ha chiesto a una società di head hunter di cercare alcuni nomi. Si sono orientati su di me, perché vicentino. Ma senza rapporti con la popolare».

«Mi piacerebbe girare, andare sul territorio a parlare non solo con le istituzioni – com’è doveroso – ma anche con personale, soci e clienti. Rappresento una chiara discontinuità col passato – continua sul Corriere – Dobbiamo fare un aumento di capitale da 1,5 miliardi. Più investitori privati riuscirò a coinvolgere e meglio sarà. Dobbiamo lavorare per portare il maggior numero di soci, vecchi e nuovi, a investire. Se ci riuscirò, avrò portato a casa un buon risultato». Obbiettivo? «Realizzare il 50% dell’aumento». E ancora sul passaggio in spa: «o lo fai, o scompari. Possono esserci resistenze psicologiche, ma non alternative razionali».

Sulla “rivolta” degli azionisti Dolcetta aggiunge: «non compete a me chieder scusa. E nemmeno giudicare su presunte azioni illegali: la magistratura chiarirà se ci sono state o no». Il giudizio sui vent’anni di Zonin? «Bpvi era un istituto provinciale e Zonin ne ha fatto uno dei principali d’Italia: bisogna riconoscerglielo. Poi nell’ultimo periodo forse non c’è stata un’attività di controllo adeguata. La imputo molto al sistema di governance». Dolcetta conclude tranchant sulla questione della banca territoriale: «la trovo una stupidaggine, non esistono più rendite di posizione. L’esser vicentini o veneti è un business? Dobbiamo far crescere la banca e cercheremo di tenerla qui: crea occupazione e opportunità per cultura, università, sport. Ma non chiudiamoci nella banca della Serenissima: vista dal business non ha alcun valore».