Beltramini: vi racconto il Palladio

Il genio di Andrea è più attuale di quel che pensiamo. Per la voglia di cambiare il mondo (senza distruggerlo)

Fischia un treno, all’inizio del Novecento, sulla tratta Milano-Venezia. Improvvisamente, dopo aver scorto qualcosa fuori dal finestrino, un signore russo tira il freno d’emergenza. Sembra quasi di poterlo vedere oggi, quell’uomo che corre verso il monticello, per ammirare da vicino la villa palladiana per eccellenza, La Rotonda. Inizia così la mia chiacchierata con Guido Beltramini, direttore del Cisa, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, fondato nel 1958. Entriamo all’interno del Palladio Museum e ci accomodiamo in una biblioteca, sita al pian terreno.

Il Palladio é seguitissimo all’estero, come testimoniano una recente recensione del New York Times sulla mostra a Palazzo Barbarano a Vicenza (“Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo”) e un altrettanto recente articolo sulla Süddeutsche Zeitung. Un po’ meno apprezzato in terra natale, paradossalmente. «Noi vicentini sentiamo Palladio meno interessante. E’ inevitabile, temo. Perché ci siamo cresciuti dentro. Forse, ce l’hanno anche insegnato in modo noioso. Come una cosa scontata, un artista classico, conservatore». E’ forse quel viverci in mezzo che ci allontana dal valore delle cose che abbiamo sotto gli occhi. Ci si scopre pigri solo con il passare degli anni, quando certe meraviglie rimangono delle inestimabili ma sconosciute opere a qualche passo da casa.

Questa idea di Palladio come un modello della forma e della regola aleggia ancora, ma non corrisponde esattamente al vero. «Quando ho iniziato a lavorare al Cisa negli anni ‘90» racconta Beltramini, «c’era ancora l’equazione di Bruno Zevi, un grandissimo storico dell’arte. Ci diceva che Palladio è di destra, perché faceva del canone il suo fondamento, mentre Borromini di sinistra, perché rompeva gli schemi. Forse questo è anche frutto dell’eredità di Marcello Piacentini, figura cardine del classicismo fascista. Non a caso i Quattro Libri del Palladio vengono ristampati alla fine degli anni ’30, dalla Hoepli, come manuale di progettazione».

Per gli americani e per gli inglesi, Palladio è molto più vicino rispetto a noi. «Per loro Palladio è Jefferson, è l’Ottocento, non il lontano Cinquecento o il Rinascimento». La differenza sta nel fatto che gli americani hanno usato l’architetto vicentino per costruire il loro mondo. Basti pensare al Campidoglio, la Casa Bianca, il Monticello (la residenza di Thomas Jefferson). La storia dell’architettura americana affonda le proprie radici in terra veneta. E pensare che Jefferson, nonostante i suoi viaggi in Italia, non ha mai visto le opere del Maestro. «In realtà, per Jefferson, Palladio è la matematica, è come funziona l’architettura romana antica. E gli americani volevano essere i nuovi romani, ma quell’architettura era lontanissima. Il fatto che Palladio riprendesse il classicismo ha fatto sì che Jefferson s’interessasse ai Quattro Libri». Più che un manuale di teoria, la raccolta palladiana su carta ha rappresentato un vero e proprio libretto d’istruzioni. Un manuale per costruire. Quello interessava a Jefferson. Aveva imparato a disegnare le ville, i palazzi, anche senza vederli. E questo bastava.

I will dream on, diceva Jefferson. Non smetterò di sognare. Ed è questo, per Beltramini, il passaggio fondamentale: «Andrea Palladio era qualcosa con cui costruire il futuro. E’ ciò che anche noi dobbiamo recuperare, come l’idea, tutta palladiana, di costruire anche in base al circostante». Conciliando visionarietà ed equilibrio ecologico: «non sono nostalgico del Veneto pre-industriale che costringeva sei milioni di persone a emigrare. Ma il Veneto del benessere ha distrutto il paesaggio. Palladio ci dimostra che è possibile costruire ricchezza con le ville mantenendo una buona qualità della vita attorno ad esse». Cita il tunnel sotto Villa Valmarana ai Nani, che era nel progetto Tav. Cala il silenzio.

Quel che ci vorrebbe é un’imprenditoria che pensi alla cultura e ne recuperi la forza creatrice. Viene spontaneo chiedere quale sia l’approccio di Lino Dainese, presidente del Cisa. «Un giorno Dainese mi disse una cosa che mi colpì molto. Dicono che con la cultura non si mangia, e forse è vero, ma è altrettanto vero che l’impresa deve mangiare cultura». L’innovazione é discontinuità, che «é generata e alimentata dalla cultura». Altrimenti,  «resterà solo l’idea cattolica dell’industria che deve fare l’elemosina alla cultura. Così, non funziona. Basti pensare agli Americani. Usano la cultura in senso strategico, partendo dall’arte contemporanea alla ricerca di un investimento, un progetto da costruire insieme».

Nel ‘500, Palladio riesce a costruire perché il Veneto è l’area imprenditoriale più dinamica d’Europa, la migliore seta al mondo proveniva da qui. A ciò si aggiunge che, a Vicenza, vi era il più alto numero di laureati. «Stiamo dunque parlando di imprenditori intellettuali. La loro chiave era la cultura. Senza di essa puoi fare il prodotto, ma non puoi inventare». Il genio palladiano trova la propria definizione nell’aver saputo essere visionario dell’arte tra visionari d’impresa. Beltramini confessa di essere rimasto colpito «dall’aver scoperto come molti imprenditori hanno collezioni di arte contemporanea. Nella Valle dell’Agno ci sono collezioni incredibili. E’ che forse ne sappiamo poco perché, alla veneta, si tende a fare e non dire. E’ questo quello che gli americani hanno forse capito prima di noi».

Ad inaugurare la mostra al Palladio Museum è stato anche l’ambasciatore degli Stati Uniti, come parte di una visione strategica in cui la cultura è terreno neutro su cui costruire occasioni di business. «Ma la cultura non deve guardare il suo ombelico», spiega, «deve poter parlare a tutti. E con la mostra qui a Palazzo Barbarano il tentativo è quello di raggiungere diversi layers di pubblico. Il riscontro, ad oggi è positivo». E aggiunge: «secondo me esistono due tipi di mostre, quelle che ti informano e quelle che ti emozionano. La mostra su Jefferson e Palladio vuole porsi al centro di questo dualismo. Vuole raccontare una storia». Assieme a questo, il direttore del Cisa mi racconta di come, nell’ultimo periodo, il centro si stia concentrando maggiormente sulla dimensione locale vicentina e veneta, dopo il grosso focus a livello internazionale che ha rappresentato la sfera lavorativa principale. «Stiamo investendo sui bambini e sule famiglie, facendo un grande investimento sulla città e sulla comunicazione».

Chiedo a Beltramini come poter toccare con mano il genio palladiano, in qualche particolare non esplicito a cogliersi. Lui si ferma, assorto. Poi mi accompagna all’esterno, voltiamo a sinistra camminando su Contrà Porti. «Vedi il palazzo gotico qui a sinistra? La strada gira e il palazzo gotico gira assieme ad essa. Subito dopo, ecco il palazzo bianco di Palladio. La strada continua a girare e il palazzo si raddrizza, creando uno strano triangolastro lì davanti. Per la prima volta il palazzo non segue la strada, non si piega. Quello è il Rinascimento». E’ l’uomo al centro del cerchio di Leonardo, l’arbitro del proprio destino. Sei tu, che decidi. «In quel gesto di raddrizzamento c’è tutto il Palladio. Tutto il Palladio che mi piace».