Veneto Banca, c’é chi dice no. Ecco come

Delineata la prima strategia di rifiuto della trasformazione in Spa della popolare trevigiana. Che pone qualche interrogativo

Per la prima volta dal decreto-legge Renzi di gennaio scorso che elimina le banche popolari italiane medio-grandi, una compagine di azionisti delle due venete coinvolte, BpVi e Veneto Banca, ha partorito una chiara alternativa al sì alla tripletta trasformazione in Spa-quotazione in Borsa-aumento di capitale. Ieri sera, in un teatro comunale di Trevignano (Treviso) pieno come un uovo, gli esponenti delle varie associazioni riunite sotto la sigla unitaria “Ass.So.BanchePopolariVenete” (ne elencavamo qui i componenti) l’hanno esposta, presenti anche alcuni politici (i parlamentari Filippo Busin della Lega e Gianni Girotto del M5S, oltre ad un Elio Lannutti di Adusbef, come sempre combattivissimo), ad una folla di indignati, agguerriti e qualche scettico, non mancando neppure la provocatrice d’occasione.

La proposta riguarda l’appuntamento più prossimo: l’assemblea straordinaria dei soci di Veneto Banca, sabato 19 dicembre. Tutto ruota attorno al quesito se votare sì o no all’ordine del giorno che prevede quei tre passaggi, primo dei quali il cambio di regime societario, da quello popolare cooperativo a quello in società per azioni. Il fronte ha perorato la causa del no, senza se e senza ma, differenziandosi nettamente dall’Associazione Azionisti guidata da Giovanni Schiavon (che lascia libertà di scelta, ma ponendo l’accento sugli effetti distruttivi di un niet) e da “Per Veneto Banca”, finora schierata per il sì. Ma è un no, quello spiegato in particolare dall’avvocato Sergio Calvetti che si è preso la briga di delineare il percorso successivo, che dovrebbe produrre due, anzi tre conseguenze.

Ammesso – e non concesso – che un terzo dei votanti presenti (ciascuno può portare 10 deleghe, e il voto é palese) bocci il primo e decisivo punto, la Spa, secondo l’Ass.So.PopolariVenete” si avrebbe l’azzeramento del consiglio d’amministrazione di Montebelluna e la nomina di un nuovo board (con relativo nuovo piano industriale). Secondo: l’ingresso di almeno 3 consiglieri rappresentativi delle associazioni e l’istituzione di una commissione di esperti indipendenti che verifichi quanti siano esattamente i crediti deteriorati e, leggiamo dal volantino distribuito ieri sera, «valuti la possibilità della scissione di Veneto Banca in più banche, ciascuna con attivo inferiore agli 8 miliardi di euro», che è una delle tre varianti previste dalla legge affinché le popolari sopra questa soglia cessino di esistere (le altre due sono trasformarsi appunto in Spa, e l’impensabile liquidazione volontaria).

In pratica, il fronte del no propone di rifiutare la variante Spa e optare per quella di andare sotto 8 miliardi. Chi scrive ha chiesto a Calvetti i tempi e i modi concreti in cui tale prospettiva possa concretizzarsi. Il legale ha risposto che ci vorrà una seconda assemblea, per nominare un nuovo cda (con liste concorrenti, evidentemente ndr) dopo che quello attuale si sia dimesso. Inoltre, che lo smembramento è fattibile scorporando le varie banche territoriali che negli anni sono state assorbite da Veneto Banca. Il tutto rispettando il limite temporale previsto dal decreto Renzi: 18 mesi, ossia il 27 dicembre 2016.

A differenza del Movimento 5 Stelle (che alcune proposte definite le ha pur fatte benché solo su BpVi e non fornendo l’indicazione precisa se votare sì o no), per non parlare del Pd veneto (silenzio generale, a parte giaculatorie sparse di qualcuno) o del centrodestra e della Lega (il parlamentare Busin solitario nella notte per il no, con il governatore Zaia paladino del sì che la mena sulle sue inesistenti critiche passate), per la prima volta l’istituto guidato dall’ad Cristiano Carrus ha di fronte a sé un avversario con una linea. Che però dovrà tener conto di interrogativi ancora tutti da chiarire: sono davvero convinti che la Bce e Bankitalia non procedano al commissariamento coatto prima del dicembre 2016, e non tanto per quel che c’è scritto nel decreto («Banca d’Italia può procedere» ecc, e in quel “può” c’è una discrezionalità ampia), ma quanto per lo stato di salute della banca? E anche andasse come auspicano, in un anno esatto ci sarebbe il tempo sufficiente per spezzettare la banca in almeno 4 banchette? Quel che è certo è che, come si evinceva dall’intervento di Lannutti tragicamente ispirato al suicidio del pensionato di Civitavecchia, é che il no ha un’indubbia valenza etica e morale: avendo predisposto, Bolla e Carrus, una ricapitalizzazione in Borsa ideale per offrire su un piatto d’argento la banca ai grandi fondi e investitori, con un accordo di garanzia (con il gruppo Intesa) che resta secretato, essendo insomma i giochi già fatti, dai quali i soci attuali, soprattutto i piccoli, resterebbero totalmente fuori, votare sì equivarrebbe ad aggiungerci pure la propria firma. Il bivio, a questo punto, é fra passare da fessi e tentare una strada molto incerta.