Renzi e Tosi, gemelli molto diversi

Il sindaco di Verona voleva e doveva essere l’anti-Renzi, ma la sua parabola é discendente. Ma la colpa dell’insuccesso non é solo sua

Ci fu un momento in cui pareva che su due persone, su due giovani, si potesse riporre la speranza di un rinnovamento della classe politica italiana. Uno collocato a destra, l’altro a sinistra dello schieramento politico. Due sindaci, e non è un caso. Da anni i sindaci sono gli unici “politici” che la gente rispetta. E ci fu un momento in cui simbolicamente i due si incrociarono e si confrontarono. Come di consueto il terreno d’incontro lo scelsero gli imprenditori, sempre attenti e spesso corrivi con ogni novità che si agita nella vita politica italiana. Non si capisce mai bene se per favorire il nuovo che avanza o mettere per primi il cappello sul futuro protagonista e interlocutore.

L’Associazione Industriali della provincia di Verona, nell’ottobre del 2013, invitò nella sua assemblea Matteo Renzi e Flavio Tosi, i due sindaci di Firenze e di Verona. La scelta non era casuale. Renzi era il “rottamatore”, quello che si proponeva di mandare a casa tutta la vecchia classe dirigente del Pd, sempre detestata dagli industriali veronesi e non solo. Tosi era diventato l’anti-Berlusconi, a suo modo anche lui un rottamatore: da mesi sparava contro il Cavaliere e contro Bossi, due personaggi che gli industriali veronesi, e non solo, hanno prima tanto amato e adesso, ovviamente, disprezzano nel profondo.

Sono passati due anni o poco più. Renzi, pur tra mille difficoltà, è saldamente insediato a Palazzo Chigi e, pur senza aver mai avuto la personale legittimazione di un voto popolare, si ripropone di restarci fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2018. Poi, bontà sua, ha già ipotecato altri cinque anni, in attesa, dice lui, di passare dall’altra parte della barricata, cioè quella di presentatore di un talk show, attività per cui si sente particolarmente portato.
Flavio Tosi, parabola inversa, è sotto assedio. Gli stanno smantellando perfino le circoscrizioni cittadine, come un tempo si smantellavano i capisaldi esterni prima di assaltare la fortezza. E c’è già chi prevede che non arriverà alla scadenza naturale del 2017, alla fine, cioè, del suo secondo mandato da sindaco di Verona. Quello che doveva essere l’alfiere della destra contro la sinistra viene ora benignamente ricevuto a Palazzo Chigi, per trattare una resa quasi senza condizioni. Da antagonista ad alleato in subordine. E con buona parte del Pd veronese che non ne vuole sapere.

Per la verità, già in quell’assemblea dell’ottobre del ’13 a molti imprenditori veronesi venne il dubbio che il loro sindaco non fosse del tutto idoneo al ruolo che si candidava a ricoprire. Renzi lo avevano chiamato, in fondo, per fare da sparring partner del loro campione, ma il fiorentino, da vero uomo di spettacolo, degno erede di Berlusconi ma di lui più moderno, aveva preso il microfono e, in piedi, passeggiando per il palco, aveva imbonito e incantato gli astanti, lasciandoli a bocca aperta e con il fiato sospeso. E giocava chiaramente in trasferta, da tutti i punti di vista.

Tosi, invece, si mise seduto perché doveva leggere dei dati che gli avevano preparato. Una noia m-o-r-t-a-l-e. Mezza platea se ne andò prima del tempo, come si fa allo stadio quando la propria squadra del cuore gioca da schifo. Squinzi, che di suo non è Demostene, concluse l’assemblea davanti alle sedie vuote. Quelli sono i momenti in cui, se uno la stoffa ce l’ha, viene fuori. Se non coglie il momento, è meglio che cambi mestiere. In seguito Tosi ha fatto quasi tutti gli errori che erano alla sua portata. E il Veneto è rimasto ancora una volta senza pivot. Zaia è un bravo ragazzotto, ma di infinita modestia, scolaretto disciplinato e restio, succubo delle mattane di Salvini. La Moretti è stata massacrata. Forza Italia ha cessato di esistere. I grillini meglio se non ci sono.

Sono tutti limiti personali? Certo, ci sono anche questi, come no? Ma anche l’ambiente ha le sue vistose responsabilità. Renzi si è imposto prima a Firenze, poi in Toscana e quindi in Italia non perché portato dal suo partito, ma spesso contro il suo stesso partito. A sospingerlo è stata dapprima la società civile e in modo particolare gli imprenditori fiorentini. Adesso si scherza e si parla del “giglio magico” per tutti i toscani che si è portato a Roma. Ebbene, essi sono anche il sintono dell’appoggio concorde di tutto un ambiente.
In Veneto ogni provincia è un mondo a parte. La società civile è tutta dedita alle opere di bene o alla protesta dei comitati del No. Gli imprenditori vogliono i risultati senza sporcarsi le mani e dove amministrano di norma provocano sfracelli. Ma sono sempre pronti a lamentarsi che a Roma il Veneto non conta. Cominciassero loro a contare in Confindustria, tanto per dare il buon esempio. E andassero a lezione dai loro colleghi fiorentini. Loro sì che sanno il vivere del mondo!