Il giovane Palladio? A Villa Godi

Viaggio dove tutto ebbe inizio: a Lugo, atmosfera da favola e cura nel dettaglio. E una guida super-simpatica

C’era una volta il luogo in cui Palladio iniziò la sua opera. Sorge su una collina di Lugo, a mezz’ora da Vicenza, ed è la rappresentazione più vicina alle favole di ciò che ho mai visto. Se Villa Maser segna l’ultima pagina del grande libro delle opere dell’architetto vicentino, Villa Godi ne è il suo prologo. Prendendo l’autostrada che va verso Piovene Rocchette è facilmente raggiungibile, e le indicazioni iniziano almeno una decina di chilometri prima. In questi giorni di grande nebbia siamo fortunate perché la nostra serata ha solo i colori dei tramonti veneti più belli.

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Prendiamo appuntamento un freddissimo venerdì pomeriggio e siamo solo io e mia sorella, che ormai si è appassionata a Palladio. La villa ha un che di magico già da fuori, percorrendo la salita mi sfugge che si trova salendo sulla destra e stavo quasi per proseguire verso Villa Piovene (costruita su disegni del Palladio), che svetta sulla collina. Villa Godi è più riservata, nascosta, di una bellezza che si di perfezione e simmetria.

Se Villa Contarini era il simbolo della grandezza e della magnificenza, Villa Godi è l’eleganza, l’intimità di un qualcosa di bello e molto ben curato. L’edificio è severo e allo stesso tempo raccolto, segna il momento iniziale del tentativo di costruire una nuova tipologia di residenza di campagna: si scorge tutta la volontà di cambiamento di Palladio, uno stile che abbandona la decorazione tipica del Quattrocento ma che non trova pienamente una nuova identità. Proprio in questo sta la bellezza della villa che a tratti ricorda anche l’architettura di un castello, dalla colombaia per tener sotto controllo la pianura sottostante, alla scalinata centrale che ricorda un ponte levatoio. Le scale aprono al portico dotato di divanetti e funghi riscaldati per godersi il panorama: un ottimo luogo per farsi un bell’aperitivo!

FullSizeRender-3«Questa villa è la primissima», ci dice Gianna appena entriamo. Effettivamente, stando alla documentazione, questa è la prima villa palladiana reclamata con sicurezza nel trattato di Andrea Palladio “I quattro libri dell’architettura” del 1570. Fu commissionata da Girolamo Godi per il figlio nel 1535, e oggi appartiene alla famiglia Malinverni che ne ha una cura attenta e precisa. Nessuna foto all’interno, come purtroppo nelle altre ville Palladiane, ma Villa Godi è sempre aperta su prenotazione e le risposte da parte dei proprietari sono celeri e disponibili (attenzione: spesso è al completo, quindi meglio prendersi con qualche giorni di anticipo!). La brochure che riceviamo all’entrata è non solo ben fatta, ma tradotta in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Potrebbe essere scontato, ma ahimè, non lo è.

FullSizeRender-8Torniamo a Gianna, sicuramente una delle anime della villa, o quantomeno della nostra visita. «Sono qui da 47 anni, da quando ne avevo 23. Aspettate che vi accendo la fontana che con questo tempo merita una foto…». Ha una vitalità da fare invidia, la Gianna. Fa molto freddo ma si vede che ci tiene a farci vedere il meglio della villa in questa serata da cartolina. Passeggiamo nel giardino –costruito in stile inglese nell’800- e si percepisce un senso di accoglienza che ci tiene per un paio d’ore a gironzolare.

La tappa iniziale è al primo piano: è un percorso circolare di otto stanze e un salone centrale, dove si possono tenere conferenze e convegni. «Andiamo, vi faccio vedere la sala delle stagioni» continua lei, che non abbandona mai il mazzo di chiavi con cui ci apre luoghi nascosti. Scendiamo, diamo uno sguardo al cucinone dove è tutto pronto per un aperitivo di un gruppo che seguirà alla nostra visita (peccato non essere invitati…)

«Di solito a quest’ora esatta il sole scende dietro la collina, c’è proprio un filo rosso che segna il tramonto. L’abbiamo perso mentre eravamo nelle sale di sotto». Gianna ha un rapporto tutto particolare con ciò che circonda la villa. Ne è fiera quasi come fosse un qualcosa di suo, non nel senso del possesso, ma nel senso di un orgoglio continuamente da mostrare e da far attentamente vedere.

Avevo sentito parlare anche del Museo dei Fossili e così, visto che ci siamo, decidiamo di passare anche in questa parte nascosta, lungo un sentiero scende leggermente. È sempre la nostra super-guida che ci apre il lucchetto del portone – con il suo mazzo di chiavi inseparabile – e ci lascia il nostro tempo. Il museo è interessante –anche per i non esperti di fossili come noi: pensate che c’è l’unico esemplare al mondo di palma fossile intera con le radici, è lunga ben 9 metri –nove!- e ci sono voluti quattro anni per estrarla dal suolo.

Usciamo dal museo e inizia a fare buio, chiedo una foto a Gianna che me la concede, anche se dice di avere i capelli in disordine, ma non è assolutamente vero.

FullSizeRender-5Ci accompagna verso l’uscita e ci indica l’ultima parte di questo luogo senza tempo: nelle vecchie stalle è stato costruito un ristorante che offre piatti di cucina veneta, un tempo affidato in gestione e oggi della famiglia Malinverni. Purtroppo il Ristorante Torchio Antico è ancora chiuso, rubiamo uno sguardo al caldo di una stufa vecchio stile e scattiamo una fotografia d’obbligo al portico.

Quando usciamo, il cielo è sempre più rosa e il panorama mozzafiato. È importante per noi veneti e per il significato che la cultura oggi porta con sé: vedere la cura, l’attenzione e la passione con cui i nostri gioielli sono tenuti non può che renderci fieri.