Accordo sul clima di Parigi: salute dimenticata

Intervista a Benedetta, delegata alla conferenza COP21 per la Federazione internazionale degli studenti di medicina

Accordo di Parigi su COP21 siglato, boom mediatico garantito. Per la prima volta, tutti i Paesi sono d’accordo. C’è l’impegno unanime a contenere l’innalzamento delle temperature sotto i 2°C tendendo possibilmente al limite di 1,5°C, il finanziamento di 100 miliardi ai Paesi più poveri per coprire i costi dell’impatto ambientale del cambiamento climatico, l’atteso 2018 per la definizione degli INDCs (gli impegni specifici dei vari Stati), l’organizzazione di una conferenza ogni 5 anni e il fatto che questo accordo non dovrà passare al vaglio del Congresso USA. In questo quadro dal sapore nuovo e dall’aspetto rivoluzionario, tra il beneplacito di movimenti come Avaaz o associazioni di categoria come Italian Climate Network (li avevamo intervistati qui), c’è chi alza le mani in segno di protesta. Come sottolinea Naomi Klein o 350.org, il più grande bacino della società civile per la lotta al cambiamento climatico, l’accordo presenta alcune criticità. Come è normale che sia, si potrebbe replicare. Eppure, qualcosa non torna.

Tanto per cominciare, il criterio è quello della volontarietà: dopo averlo sottoscritto, non é detto che poi verrà rispettato, e nei tempi stabiliti. Chi garantirà il rispetto dei vincoli presenti nell’accordo? Perché non sono citate eventuali sanzioni per il mancato raggiungimento dei vincoli? E ancora, perché l’espressione “fossil fuel” non esiste all’interno del testo? La verità è che summit di questo tipo sembrano una caccia alla parola. Le associazioni dal basso cercano di far inserire le parole chiave, quelle importanti, come diritti umani, equità intergenerazionale, salute. Parole che puntualmente scompaiono distrattamente tra una bozza e l’altra. E’ per questo che i movimenti sono fondamentali e fondanti nei processi di negoziazione.

Benedetta Rossi è una studentessa bresciana di medicina, delegata alla COP21 all’interno della Constituency YOUNGO (Youth-NGO), ovvero l’insieme di associazioni giovanili riconosciute come società civile che prendono parte ai tavoli di politica internazionale e che pur non avendo diritto di voto o di parola hanno nelle mani il potere di fare lobby, in qualsiasi momento. Quando le chiedo se quella di Parigi è una vittoria a pieno titolo, la risposta non si lascia aspettare. «Direi di no, parlo dal punto di vista personale». Chiariamo. Benedetta è delegata IFMSA (International Federation of Medical Students’ Associations), la più importante federazione mondiale di studenti di medicina, formalmente riconosciuta dall’ONU e attiva collaboratrice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). «Non sono state inserite delle parti fondamentali. D’accordo, è un documento tecnico, ma solo per fare un esempio non sono stati minimamente accennati gli strumenti a disposizione per raggiungere l’obiettivo +1,5°C». Non resta che aspettare i già citati INDCs del 2018. «Spostare parole cardine del cambiamento climatico, come “salute” o “diritti umani” solo nella sezione del preambolo e non in quella degli scopi del nuovo accordo è da considerarsi un risultato insufficiente», continua Benedetta.  Ma tutti parlano di svolta epocale. Come la mettiamo? «L’accordo è effettivamente ambizioso, ma ora è tutto in salita. Bisogna vedere se i grandi discorsi si tradurranno, nel 2020, in un’effettiva nuova strada per il pianeta», ribatte la Rossi. Restiamo positivi: «Il fatto è che moltissimo dipenderà dagli impegni che i singoli Stati prenderanno, se saranno validi e attuabili. La partita inizia adesso».

Quando le chiedo come sia stato partecipare alla COP21, Benedetta con quel tipico tono rauco di chi ha fatto lavorare a lungo le corde vocali, dichiara «è stato davvero stimolante lavorare all’interno della YOUNGO, creando alleanze tra le vari associazioni. Peccato che a volte mi sia sembrato che ognuno stesse lì per inserire i propri obiettivi nel testo definitivo, come ci fosse una sorta di competizione ingiustificabile sulla maggiore importanza di una o l’altra parola chiave, quando invece stiamo tutti lottando per lo stesso, unico, scopo. La salvezza del pianeta». Lavorare con le NGO legate al mondo della salute è stato edificante, per poter sperimentare cosa voglia dire fare lobby. «La mattina ci trovavamo con altre delegazioni, come la World Medical Association o la Global Climate Health Alliance e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (che essendo super partes può coordinare, ma non esercitare pressione sugli Stati), per delineare le strategie da adottare». E racconta dell’incontro segreto tra Cile, Uganda, Sudan, Ecuador e i vertici dell’OMS, come Bettina Menne, organizzato grazie alla spinta dal basso per poter ridiscutere l’inserimento della parola “health” all’interno dell’articolo 2 del testo. Se si parla di salute, però, ecco il tasto dolente. «Credo avremmo potuto fare di più», spiega, «soprattutto sul piano della sensibilizzazione. L’impatto del cambiamento climatico sulla salute, per chi studia medicina è più evidente, ma nel fare lobby ai capi delegazione degli Stati mi sono accorta di quanto poco il problema sia percepito».

E’ per questo che ora torna in Italia con un carico di aspettative per il futuro e di maggiore consapevolezza. «Parlando con Grammenos Mastrojeni (coordinatore per l’eco-sosenibilità della Cooperazione allo Sviluppo) ho capito che abbiamo l’appoggio del Ministero in Italia. Sarà possibile ottenere finanziamenti per progetti tangibili». Progetti che saranno i primi mattoni affinché questo accordo non resti un solo un pezzo di carta coronato da un lungo applauso. Dal Comité de Paris è tutto, la partita si gioca in casa.