Veneto Banca, il Davide del no contro Golia-Bce

Se venisse bocciato il programma spa-Borsa-aumento capitale, scatterebbe la “punizione” di Draghi. In base ai (negativi) requisiti patrimoniali

L’altro giorno, nel rendere conto e commentare la proposta dei No Spa alternativa al percorso sì spa-Borsa-aumento capitale (“Progetto Serenissima”, è stato chiamato) alla vigilia dell’assemblea dei soci di Veneto Banca del 19 dicembre, ci interrogavamo sulla possibile reazione di Banca Centrale Europea e del suo braccio italiano, Bankitalia, all’ipotesi che fra gli oltre 5 mila azionisti previsti prevalga il no. Il fronte contrario sostiene, riforma delle popolari alla mano, che il governatore Ignazio Visco possa chiedere al ministero dell’economia il commissariamento, e in ogni caso lasciano che il termine ultimo fissato dalla legge, il 27 dicembre 2016, possa essere raggiunto lasciando alla banca il tempo di tornare sotto la soglia degli 8 miliardi di attivi e così scansare l’obbligo di trasformarsi in Spa (l’altra opzione é mettersi volontariamente in liquidazione).

Da una parte é ingiustificato, specialmente nei modi e nei toni, il terrorismo di quanti (vertici di BpVi e Vb in primis, categorie economiche, sindacati e stampa compiacente) parlano di “sì spa o morte“. Dall’altra é bene che chi avesse intenzione di votare no all’assemblea che avrà luogo a Venegazzù di Volpago del Montello sappia che non sarà in base al decreto Renzi sulle popolari, ma al combinato disposto delle condizioni patrimoniali dei due istituti assieme al Testo unico bancario, che Palazzo Koch potrà intervenire fin da subito per sostituire il cda guidato da Bolla e dall’ad Carrus con un commissario dotato di pieni poteri (fra cui indire un’altra assemblea con ordine del giorno blindato).

Secondo gli ultimi dati forniti dagli esami Bce sullo Srep (Supervisory review and evaluation process), datati 30 novembre di quest’anno, Veneto Banca ha un Cet1, principale indicatore di solidità, al 7,12 per cento, mentre il Total capital ratio si attesta all’8,13 per cento. I requisiti da raggiungere secondo la Bce – entro il 30 giugno 2016 – sono invece il 10,25% in termini di Cet1 ratio e 11% in termini di Total Capital ratio. In soldoni, significa che la popolare di Montebelluna è fuori dai parametri, e che già adesso, in base all’articolo 70 del Testo unico, Banca d’Italia potrebbe ricorrere all’amministrazione straordinaria. Il famoso commissariamento. O addirittura al ritiro della licenza bancaria (ipotesi, questa, improbabile).

Perché non lo fa? Perché la Bce, sua superiore gerarchica, ha dato il benestare al piano dell’ad Carrus (e a quello dell’omologo Francesco Iorio, pressocché identico salvo nella tempistica dell’assemblea, per Bpvi fissata il 19 marzo 2016) che prevede di “vedere” quei requisiti con una ricapitalizzazione da 1 miliardo di euro, da effettuare sul mercato borsistico dopo aver appunto mutato lo status della banca, da popolare a società per azioni. Se questo programma saltasse dopo una valanga di no all’assemblea di questo sabato, salterebbe anche la “sospensiva” in cui Francoforte e Roma tengono Veneto Banca. Prova di ciò è la lettera del 9 dicembre che la Bce ha inviato alla banca, e che la banca ha reso in parte pubblica ieri, in cui testuale si legge: «Veneto Banca è a un bivio. Nel caso in cui uno qualsiasi degli elementi del progetto Serenissima non fosse approvato e la banca non rispettasse i suddetti requisiti, si renderebbe necessario adottare idonee misure di vigilanza (…)». Con una raccomandazione spciale a «che le operazioni di aumento di capitale e di quotazione siano realizzati in tempi stretti», ossia «nella tempistica condivisa con Bce». Ovvero entro il 30 giugno. Data, non a caso, in cui scade l‘accordo di pre-garanzia con il pool di banche guidata da Imi (grupo Intesa), di cui solo adesso si viene a conoscere almeno una delle condizioni: e cioé che passino tutte e tre le tappe “serenissime”, fra cui l’aumento di capitale in quelle dimensioni finalizzato al bilancio preventivo 2015 così com’è stato delineato.

A meno che, secondo gli auspici dei No Spa, un’altra assemblea indetta a strettissimo giro dal cda (a questo punto dimissionario) approvi lo smembramento in tante sotto-banche quante ne occorrono per finire sotto soglia 8 miliardi. Una grande, grandissima incognita sui tempi: è plausibile mandare in porto uno “spezzatino” nel volgere di un anno? Ecco perché, al di là della piattaforma alternativa, il fronte del no avrebbe voluto anzitutto un rinvio del raduno assembleare. Ipotesi scartata a pié pari da Bolla e Carrus nell’incontro avuto ieri con la delegazione dei No. A ben vedere, il sì e il no hanno una conseguenza comune: in entrambi i casi, Veneto Banca cesserà di esistere così come la conosciamo. A questo punto, la differenza capitale fra le due opzioni opposte sta nel dare un segnale, più etico che finanziario, di rifiuto (no) o di allineamento (sì) ad un disegno Bce-governo-Bankitalia calato sulla testa di famiglie e imprese venete, dopo l’era in cui la “democrazia” cooperativa lasciava agire indisturbati, ballando sempre sulle loro teste, i «signorotti locali» (cit. Matteo Renzi, 3 febbraio 2015).