Veneto Banca, i No Spa: «7 miliardi di sofferenze»

Anche dopo l’incontro con Bolla e Carrus e il diktat Bce, il fronte contrario resta sulla posizione: «non saremo complici»

All’assemblea straordinaria dei soci di Veneto Banca di questo sabato il fronte del no alla spa e all’ingresso in Borsa dirà no, nonostante la Bce abbia messo brutalmente in chiaro che se dovesse prevalere il rifiuto, farebbe commissariare l’istituto. A ribadirlo é Francesco Celotto (nella foto), uno degli esponenti dell’Associazione Soci Popolari Venete (il coordinamento di gruppi più intransigenti nel difendere l’interesse dei piccoli azionisti): «a maggior ragione per il fatto che la storia della banca del territorio é finita, noi manteniamo la nostra posizione».

Ieri lei ha partecipato ad una delegazione, guidata dal prete Enrico Torta, che ha incontrato il presidente Pierluigi Bolla e l’amministratore delegato Cristiano Carrus. Vi hanno dato informazioni utili per i soci, al di là del confronto fra la vostra e la loro impostazione, favorevole al sì Spa-Borsa-aumento di capitale?
Bolla ha sottolineato il potere della Bce, che impone alla banca questo percorso, e difatti ci ha detto che lunedì, subito dopo l’assemblea, si incontreranno. Carrus, invece, ci ha rivelato che l’80% del consorzio di garanzia sull’aumento di capitale è fatto da 10 banche italiane e il restante 20% da Banca Imi, e soprattutto che i crediti in sofferenza sono superiori a quelli dichiarati. Quelli in malis sono 7 miliardi, non 5. La situazione é ancora più grave di quel che si sa.

Vi ha dato una notizia. E voi?
Noi abbiamo fatto presente che tutta la faccenda è stata gestita da cani. Non possiamo votare, sabato, senza conoscere tutti i dati.

Potrebbe essere che ve l’abbia detto per mettere paura a chi intende votare no, e la paura induce a più miti consigli.
Può avercelo detto per farci paura, o può essere vero. Quel che vogliamo è una commissione indipendente che faccia luce sui crediti. A questo, Carrus non ha risposto.

Avete fatto altre richieste?
Sì, queste: il rinvio dell’assemblea, ma ci è stato detto che la Bce è contraria; i verbali delle assemblee e dei cda degli ultimi anni; l’azzeramento di parte del vertice; l’ingresso di tre nostri rappresentanti nel board.

Parte del vertice: quale?
Ad esempio lo stesso Carrus, che mi pare una bravissima persona, ma era il vice dell’ex amministratore delegato ed ex direttore generale Consoli. Che è rimasto fino a luglio di quest’anno!

Risposte?
Hanno detto no a tutto. Tranne alla possibilità che nel cda entri 1 rappresentante del territorio. Bisognerà trovare una persona, che abbia un profilo neutro, ma ora é presto…

Avevate sostenuto che ci sarebbe il tempo per giocarsela, nel caso passasse il no, fino al dicembre 2016, termine ultimo di legge. La Bce vi ha smentito clamorosamente. Come la mettiamo ora?
Non c’é più tempo, è vero. I veri padroni della banca sono a Francoforte.

Non era difficile immaginarlo.
La banca ha pubblicato sul suo sito i documenti che giustificano il calcolo del prezzo di recesso a 7,3 euro ad azione solo due giorni fa, in zona cesarini. Le informazioni sono arrivate tardi.

Il vostro no prevedeva, nel caso di vittoria, la scissione dell’istituto in piccole banche, in modo da prendere una delle tre strade previste dalla legge, cioé andare sotto la soglia degli 8 miliardi di attivi. C’è chi ha fatto notare che in ogni caso si tratterebbe di un’opzione poco praticabile, perchè quegli attivi finirebbero svenduti, e perché nessuno sottoscriverebbe aumenti di capitale per banchette.
E’ vero, scindere non é così semplice. Ma sarebbe teoricamente ancora possibile, se si rinviasse l’assemblea di venti giorni.

Ma si finirebbe comunque sotto commissario. Perché votare no, a questo punto? E’ casuale che uno di coloro che erano nella delegazione di ieri, l’avvocato Matteo Moschini, abbia dichiarato alla Tribuna che potreste lasciare libertà di voto?
Moschini ha semplicemente fatto l’ovvia considerazione che alla fine poi ognuno é libero di scegliere quel che vuole. Voteremo comunque no perché non vogliamo essere complici di una management che ha scoperchiato la verità solo all’ultimo. E poi per due ragioni più tecniche: perché se uno poi vuole rivalersi sulla banca, un voto a favore rappresenterebbe un punto a proprio sfavore; e poi perché l’assemblea è sub judice, dopo gli esposti di Calvetti sulle deleghe in bianco. Se un giudice indagasse, potrebbe far saltare l’esito dell’assemblea.

E il motivo finanziario, cioé la strategia sul destino dell’istituto? Saltato?
Sì, perché non c’é più spazio di manovra. Ma resta il valore di esprimere il dissenso contro persone che hanno distrutto una banca che era sana. Mi fa schifo vedere sindacati, categorie e sindaci servi che sostengono il sì a prescindere, illudendosi e facendo illudere mentre si deve dire che Veneto Banca così come la conosciamo non esisterà più. E dovrebbero fare attenzione anche i dipendenti, a votare sì: ci sarà chi fra loro perderà il posto, quando la banca verrà fusa. Così come mi fanno schifo quei politici che dovrebbero lavarsi la bocca invece di riempirsela con la parola “territorio”, come il signor Zaia.

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