Veneto Banca, piccolo socio é comunque fregato

All’ultima assemblea “popolare” (una testa, un voto), votare in realtà é ratificare il diktat Bce o testimoniare una rivolta. Ma il finale é identico: vince la speculazione

Domani sono previste più di 5 mila presenze a Venegazzù di Volpago del Montello, dove si riunirà l’assemblea degli 88 mila soci di Veneto Banca. Il fronte del sì al “Progetto Serenissima” (trasformazione in spa, quotazione in Borsa, aumento di capitale da 1 miliardo) va dai vertici della banca passando per entrambe le associazioni di azionisti (i grandi, “Per Veneto Banca”, e i piccoli, presieduta da Giovanni Schiavon) comprendendo Unindustria, Confartigianato, Cgil e Cisl, Adiconsum e Federconsumatori, fino alla Banca Centrale Europea, che è la vera padrona del gioco e che ha messo nero su bianco il diktat: o vince il sì, o scatta il commissariamento immediato (come spiegavamo ieri). A votare no sarà l’Associazione Soci Popolari Venete, che ha il suo cappellano nel veneziano don Enrico Torta (autorevolmente appoggiato dal patriarca Moraglia), e che pur non facendosi più illusioni, manterrà il suo rifiuto per ragioni di principio e in vista di future cause per danni contro la banca.

Ma il malcontento é diffusissimo: migliaia di soci hanno visto bruciare i loro risparmi in una misura abnorme, ovvero, stando alla stima sul prezzo di recesso (diritto per altro vergognosamente negato da Bankitalia in base ad una italianissima deroga di legge), avrebbero perso già più dell’80% del proprio capitale. All’ingresso in Borsa, il prezzo d’emissione non si discosterà molto da 7,3 euro ad azione. Un rogo di ricchezza sul’altare dell’eliminazione dirigistica delle popolari, voluta dalla centrale bancaria di Francoforte ed eseguita dal governo Renzi con un timing glaciale: 18 mesi.

A questo punto, bisognerà vedere quanto conterà lo stato psicologico dei votanti. Non é certamente casuale che il presidente Bolla e l’amministratore Carrus abbiano fatto filtrare, dall’incontro avuto con gli intransigenti No Spa, l’allarme rosso sulla voragine dei crediti deteriorati, che in realtà ammonterebbero addirittura a 7 miliardi, su un patrimonio netto di 2,25 miliardi di euro. Così come non é senza ragione che il cda sia propenso ad avviare l’azione di responsabilità verso gli ex amministratori, ex presidente Trinca ed ex ad Consoli in testa: atto dovuto, che per altro serve anzitutto agli attuali capitani della nave per tutelarsi, ma che, da un punto di vista tattico, serve a dare un contentino alla massa di arrabbiati. Il bastone e la carota, insomma.

Ma quel che é gravissimo da risultare inaccettabile (e ce ne sarebbe per rinviare quest’assemblea messa in piedi con una fretta assassina) é che i soci vi parteciperanno scoprendo all’ultimo secondo alcune cosette che avrebbero dovuto sapere da tempo. E non ci riferiamo soltanto alla montagna di sofferenze la cui altitudine ancora più himalayana ha fatto trapelare Carrus. Ma anche alle confessioni fatte a Renzo Mazzaro sui quotidiani Finegil di oggi da parte di ex dipendenti cacciati, a loro dire, da Consoli, rivelando che i crediti in rosso sarebbero dovuti ad una deliberata scelta risalente alla sua gestione, che Favotto non si sarebbe dimesso per motivi di salute ma sarebbe scappato a gambe levate quando ha capito la reale gravità della situazione, che sono state vendute azioni nel 2013 e 2014 in barba ai divieti, favorendo gli amici che hanno così potuto salvarsi dal crollo del valore. Cose solo in parte risapute e su cui sta indagando la magistratura (per aggiotaggio l’intero ex cda, e anche per ostacolo alla vigilanza Trinca e Consoli), ma soltanto adesso vengono a galla per parola di lavoratori e funzionari che denunciano di essere stati addirittura licenziati perché sgraditi. Per non parlare dei feroci rilievi che il collegio sindacale muove solo ora, guardandosi bene dall’averlo fatto prima. Scoprono a due giorni dal momento clou che chi ha amministrato Veneto Banca non ha ottemperato alle direttive e alle regole di Bce e Bankitalia?

Conoscere per deliberare, diceva il liberale Luigi Einaudi quando i liberali esistevano ancora, ed erano degni di rispetto. Qui invece la mandria dei buoi viene condotta al macello senza neppure avere tutte le informazioni sulle malefatte di cui patiscono le conseguenze (e qui bisognerebbe fare toc toc anche ai magistrati inquirenti, che non paiono particolarmente solerti). Per cortesia, non continuiamo a prenderci in giro: il sì di domani sarà la semplice ratifica ad un obbligo imposto dall’alto, che mira a porgere Veneto Banca su un piatto d’argento al banchetto degli speculatori di Borsa, con il codazzo di medio-grandi investitori locali che sgomitano per spartirsi le briciole (coi presunti e strani rastrellamenti a 14 euro ad azione di questi giorni) e accapparrarsi uno strapuntino nel futuro board. E per di più subendo un tragico paradosso: la Bce, tramite il suo recalcitrante braccio nazionale che è Bankitalia, avrebbe dovuto commissariare la banca (idem per la Popolare di Vicenza) già da tempo, come ha fatto per altre popolari in giro per l’Italia, perché aveva e ha i parametri sballati, e invece minaccia di farlo oggi, ma solo se il bestiame umano dei soci uscisse dal recinto e si ribellasse agli ordini superiori dell’Impero. E c’è pure chi ha il coraggio, come la premiata coppia Zaia-Moretti, di scodinzolare per il sì di fronte a questo esproprio di denaro, dignità e sovranità. Ormai tacessero, visto che hanno taciuto per mesi e mesi. Specie l’azionista Zaia, che oggi dice che non sa se andrà all’assemblea (paura, eh?) e che incolpa Consoli e Trinca di essersi messi contro Bankitalia, ma contemporaneamente accusa Bankitalia di non aver controllato. Sembra quel tizio che per giustificare una lunga assenza farfuglia tutto e il suo contrario, all’ultimo secondo, tirando a casaccio. Patetico. 

Alle somme. Chi voterà sì, domani, possiamo capirlo: sotto dittatura Bce, tecnicamente non si ha praticamente scelta (la liquidazione volontaria e il tornare sotto soglia 8 miliardi d’attivi sono vie infattibili o troppo rischiose). Ma il comune socio che voterà no una buona ragione ce l’avrà: persi per persi i propri svalutatissimi soldi, privato persino del piccolo e aleatorio scudo del 5% al diritto di voto, con la tempistica d’ingresso in Borsa che non lascia scampo, senza aver ottenuto nessun riconoscimento o incentivo, per lo meno questa volta, per un’unica volta, avrà alzato la testa. Tanto, che il cda sia teleguidato da Draghi, o che l’istituto sia preso in ostaggio da un commissario su ordine di Draghi, i suoi quattrini, ammesso che li recuperi, li rivedrà solo in minima parte e nel giro di anni. E quel che é sicuro é che Veneto Banca non sarà più la sua banca, se mai lo é stata.