«Gli imprenditori innovino, anziché lamentarsi»

La lettura controcorrente di Mancini (ex Cgil): «la classe dirigente economica in realtà é conservatrice e attaccata al pubblico. Vedi project e Mose»

La Fondazione Nordest squaderna un sondaggio in cui fa il punto sulla percezione della società da parte di chi guida le sorti dell’industria veneta. Ne viene fuori uno spaccato in cui gli avversari tradizionali del comparto produttivo vengono identificati nel fisco e nella burocrazia. Oscar Mancini (in foto, qui la versione estesa dell’intervista), un passato da alto dirigente sindacale della Cgil veneta, un presente da assessore all’ambiente nel Comune di Mogliano, e soprattutto una vita spesa a studiare i temi dell’urbanistica, del lavoro e dell’economia, parla di una classe imprenditoriale che individua «un falso bersaglio» per spostare il dibattito pubblico in un ambito meno problematico per le imprese. E lancia una sfida a queste ultime e alla politica ad impegnarsi «in ricerca ed innovazione» in modo che si possa concretizzare quel cambio di passo invocato da anni, e che mai si concretizza.

Gli imprenditori veneti lamentano problemi di burocrazia e tasse elevate. È vero o é un disco rotto?
A questa narrazione sembra non crederci neppure il presidente di Confindustria Veneto Roberto Zuccato. Quest’ultimo correttamente afferma che il «Veneto dovrà puntare sempre più sulla connessione tra industria e fattori immateriali che aggiungono valore alle imprese: capitale umano innovativo, qualità dei prodotti, tecnologie digitali, apertura internazionale». Però gli imprenditori intervistati invece se la prendono con un presunto e non bene identificato «sentimento anti-impresa in ambito giuridico, legislativo e sindacale». L’individuazione del falso bersaglio è un vecchio trucco verso cui canalizzare il malcontento.

Vale a dire?
Dopo gli scandali che hanno travolto il Veneto mi sarei aspettato un po’ di autocritica. È forse colpa della burocrazia e non invece di tre decenni di deroghe alle regole se il Mose, grazie alla concessione unica, ha sperperato nel giro di dieci anni un miliardo di “extracosti” ovvero di “cresta”? È forse colpa burocrazia se i veleni sono finiti sotto la Valdastico e se la Corte dei conti interviene così duramente sui costi della Pedemontana Veneta? Queste opere non sono state forse costruite con le leggi obiettivo da loro invocate perché snelliscono le procedure burocratiche? Se gli ospedali di Mestre o di Santorso costruiti con il perversa modalità del project financing in salsa veneta costano cifre fuori mercato è colpa di chi? Questo è il vero meccanismo anti-impresa che ha imperversato anche grazie al silenzio di Confindustria finché non è scoppiato lo scandalo. Osserva bene il giornalista Renzo Mazzaro: «Confindustria nazionale si è costituita parte civile nell’inchiesta su Mafia Capitale, ma Confindustria Veneto non pensa di fare altrettanto sull’inchiesta Mose». Si possono intuire le ragioni di tale condotta. Dal loro versante invece costoro preferiscono attaccare quella burocrazia pubblica che è essenziale perché le regole stabilite nell’interesse pubblico siano effettivamente rispettate.

La fine dell’anno è un momento tradizionale per fare bilanci. Qual è il suo sull’economia veneta?
In questo momento c’è poco da stare allegri. I dati parlano chiaro. Ci troviamo di fronte a imprese che falliscono, distretti industriali che chiudono, emergenze ambientali e sanitarie diffuse su tutto il territorio, migliaia di posti di lavoro persi o a rischio.

È possibile uscirne e come?
È possibile uscirne, anzi è necessario ed urgente. Il tutto deve avvenire attraverso processi di conversione ecologica che tengano assieme dimensione ambientale e sociale delle produzioni. Si deve puntare su ricerca e innovazione. Partendo dalla ristrutturazione delle linee produttive al cosa produrre; bisogna potenziare l’efficientamento energetico degli edifici, la mobilità collettiva.

Se ci si confronta con Paesi come Germania, Giappone e Usa il rapporto virtuoso tra industria e università langue. Come sembrano languire gli investimenti in innovazione da parte del pubblico e dei privati. Perché?
Esauritosi il grande ciclo immobiliare più lungo dal dopoguerra il capitale finanziario ha puntato sulle infrastrutture in “projet financing” alla veneta: un debito occulto che graverà sulle prossime generazioni e sottrae risorse all’economia reale. La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Qui risiede la sua forza ideologica, la sua intrinseca capacità di mistificare la realtà. A forza di creare valore spostando risorse dall’industria al cemento, all’asfalto, alla finanza si ottiene la bassa produttività del sistema.