Caro Renzi, il vero Pd veneto é a Rovigo

Il segretario rodigino Zanellato invoca repressioni su una giudice. Il suo partito lo attacca. Ma é lui il vero interprete del verbo renziano sulla giustizia

Povero Julik Zanellato segretario provinciale del Pd di Rovigo, l’ha combinata grossa: ha scritto quel che il suo partito in realtà pensa, e per questo é isolato dal suo partito. In una lettera al ministro della Giustizia (del Pd), Andrea Orlando, non ci ha girato intorno e ha chiesto di «intervenire per reprimere il comportamento» della pm Sabrina Duò, a suo dire colpevole di aver fatto trapelare notizie su un’inchiesta per truffa, turbativa d’asta e corruzione privata a carico di esponenti Pd riguardo l’appalto per un impianto fotovoltaico a Bagnolo di Po (indagati il sindaco Pietro Caberletti, il direttore di «Asm Set» Massimo Nicoli, l’ex presidente della Srl Nello Chendi, oggi consigliere comunale del Pd a Rovigo che ha rimesso il mandato di responsabile provinciale organizzativo, Elena Grandi socia al 25 per cento di «Elektra» e attuale presidente provinciale di Ascom, suo marito Nicola Masiero, fino al 2011 consulente della società pubblica appaltatrice «Asm Set», i soci della privata subappaltatrice «Elektra», Thomas Carraro ed Enrico Taschin). Non l’avesse mai fatto: «ingerenza inopportuna e gravissima, tentativo di interferenza, per quanto goffo, da censurare senza appello alcuno. Il Partito democratico Veneto nel suo insieme prende le distanze da un atto contrario, oltre che al buon senso, alla propria carta dei valori» (Roger De Menech, segretario veneto del Pd); «un simile atto non solo è poco avveduto, ma è soprattutto incompatibile con la nostra cultura politica» (Diego Crivellari, deputato Pd); «fatto grave che non può essere lasciato scivolare via, con una scrollata di spalle. Si è creato imbarazzo a tutti i livelli» (Graziano Azzalin, consigliere regionale Pd).

Effettivamente, prendere carta e penna e invocare la repressione (quali? come?) su un magistrato inquirente (potere giudiziario) da parte del governo (potere esecutivo) perché, se non deduciamo male, al suddetto leader locale ha dato un tremendo fastidio che si sapesse che alcuni suoi compagni sono sospettati di reati alquanto pesanti, be’, ecco, diciamo che azzera Montesquieu e il rispetto per l’autonomia dei giudici in un colpo solo. Ancora un passo e siamo al berlusconismo d’antan (e infatti, con Berlusconi ormai mummificato, i berlusconiani in astinenza da guerra alla magistratura si rodono nell’invidia e perciò ora, per contrasto, assumono toni quasi travaglieschi: «mi pare un’interferenza all’autonomia tra giustizia e politica. Le contestazioni eventuali non spettano ai segretari di partito, ma ai cittadini che si ritengano direttamente danneggiati, presentando non accuse generiche, ma esposti circostanziati e comprovati su fatti molto gravi, rivolti al Procuratore generale della Cassazione e al ministro», Elisabetta Alberti Casellati, membro veneto del Csm, Forza Italia).

Zanellato, invece, é un cuore sincero, e in politica questo é un gravissimo delitto. Cosa ha fatto, in realtà? Ha fatto quel che un qualsiasi buon Piddino farebbe in base alla visione che sulla giustizia anima il partito del premier. Al Senato è fermo un disegno di legge-delega, approvato alla Camera il 23 settembre, che cambia il processo penale con norme che al Berlusconi dei bei tempi non sarebbero affatto dispiaciute. Tanto è vero che i forzisti, anziché votare contro come tutte le altre opposizioni, si sono astenuti, malcelando tutta la riprovazione per non poter esprimere una palese approvazione. L’aspetto che qui interessa é la parte che riguarda la divulgazione di notizie e il “contenimento” delle indagini: punire i giornalisti che pubblicano intercettazioni di “persone occasionalmente coinvolte” nelle inchieste e imporre ai magistrati di stralciarle dagli atti perché non le legga nessuno; tre mesi ai pm per chiudere le indagini; azioni disciplinari per i magistrati che incappano in errori giudiziari, veri o presunti. La logica é cristallina: far conoscere il meno possibile all’opinione pubblica e dunque impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro di selezione dei fatti, limitare l’azione degli inquirenti (quando i vergognosi tempi biblici del sistema giudiziario italiano sono il buco nero della parte giudicante, cioé del processo), dare una stretta punitiva alle toghe.

E allora, il buon Zanellato del Pd quale crimine politico ha commesso, se non quello di tirare le conseguenze e lamentarsi presso il ministro Pd promotore della riforma, in quanto un pm ha, di fatto, violato la berlusconianissima concezione Pd della giustizia? E’ lui il vero e coerente paladino del partito, tutti gli altri sono anti-governativi, dei giustizialisti sotto mentite spoglie, falsi militanti nostalgici di Mani Pulite, delle spie di Piercamillo Davigo. Uno, cento, mille Zanellato. Noi, al posto di Renzi, gli daremmo un premio, altroché.