Offshore, il lato oscuro della migrazione

La mostra fotografica di Nardi a Mestre racconta quel che solitamente non si vede nel dramma sul mare. E lo fa in bianco e nero

“Non sono pericoloso, sono in pericolo”. Mestre, 26 dicembre. Freddo. Stranamente freddo, per questo inverno. La città s’immerge nella nebbia, le luci di Natale sembrano quasi far da guida a viaggiatori distratti e ai pochi pedoni alla ricerca del regalo mancante. Salgo le scale del Centro Culturale Candiani, al terzo piano la mostraOffshore – Immagini di confine” accoglie silenziosamente visitatori curiosi, in un gomitolo di scatti che si dipana tra i quattro ambienti della sala. Giovanni Nardi, fotografo mestrino trapiantato a Milano, in collaborazione con Rafiki – Pediatri per l’Africa firma una collezione di immagini catturate a Pozzallo, in Sicilia. Luogo di sbarchi, luogo di approdo e speranza per chi, dalle coste dell’Africa del Nord, salpa alla ricerca di una luce. Una nuova alba all’orizzonte del mare.

Rafiki, la Onlus che ospita il giovane fotografo, nasce nel 2007 e si vede impegnata in alcune realtà che toccano il Kenya, l’Etiopia e il Burundi. Poi, la Sicilia. Al fianco di Medici Senza Frontiere, all’avamposto sanitario di una guerra che si gioca nel mare. Una guerra di sopravvivenza. Quello di Giovanni Nardi è un tentativo di indagare il grande tema delle migrazioni, nella quotidianità di gesti scanditi da rigidi protocolli, in una bieca e pacata accettazione di ciò che regola il funzionamento di un Centro di Prima Accoglienza. Una «realtà quotidiana e una situazione che non si può definire emergenziale», come afferma Giovanni, quando lo incontro per conoscere meglio la sua storia.

«Quella delle migrazioni è una questione non risolta» e se gli chiedo di spiegarmi perché abbia scelto di avvicinarsi a questo tema, la risposta mi lascia piacevolmente colpita, avendo vissuto in passato la stessa sensazione. «Io ho studiato architettura, all’Università di queste cose non si parla» e prosegue, «il contesto architettonico che ospita i migranti e richiedenti asilo è il risultato del riuso, di magazzini e strutture una volta destinate al commerciale. Non c’è attenzione in questo senso». Anche a detta degli stessi medici, non ci sono strutture adatte. E se è vero che, dal basso, c’è chi con molta umanità e buona fede cede spazi che vanno dal Bed and Breakfast all’ex centro per anziani, non si riesce comunque a sopperire a tutte le esigenze.

«Ho frequentato il corso annuale in Cooperazione Internazionale per l’Architettura. Ci siamo occupati di slum, favelas e altre strutture abitative, ma anche lì, la questione migratoria è stata affrontata in modo limitato. Avevo bisogno di toccare con mano, di vedere e conoscere la realtà che accoglie chi fugge, in quale contesto inserisce coloro che vedono la Sicilia come il primo, reale e tangibile segno di accoglienza». Ma, come siamo pronti ad accogliere?

Le foto che accompagnano i visitatori ritraggono scene di una semplicità e complessità estrema, insieme. Semplici, per i gesti che sono ritratti. Complesso è il sistema nel quale sono inseriti. La mostra Offshore racconta le varie fasi che portano le persone al primo accesso nella struttura di accoglienza. Lo sbarco, lo screening sanitario, la schedatura. Funziona così, routinariamente. «Il vero passaggio, l’arrivo, avviene in mare, a largo». Ecco perché Offshore. «E’ che noi siamo abituati a vivere lo sbarco in modo diverso, perché vediamo solo quello che succede a terra. In realtà il confine che lega i migranti a nuova speranza», continua Nardi, «è una linea che si sposta sul mare che a che fare con zone di guerra, con la politica. Non ha nulla a che vedere con il confine nazionale».

Proprio la mancanza di attenzione da parte dell’Università per un tema così centrale, che abbraccia a trecentosessanta gradi tutti i saperi, ha portato Nardi a pensare a progetti futuri, come quello di riuscire a far entrare la realtà delle migrazioni nell’agenda didattica delle Scuole di Architettura, per capire come progettare funzionalmente lo spazio. Per accogliere, davvero.

In una Sicilia d’estate, con il caldo e i colori intensi di una terra baciata dal sole, mi chiedo perché le fotografie appese in questa sala siano scattate in bianco e nero. «Il bianco e nero serve ad evocare. E’ vero, il mio è un lavoro da reporter e, di solito, in questi contesti, si usano i colori, che documentano una realtà. Io volevo raccontare una storia, forse anche soggettiva, perché vista attraverso il mio obiettivo. E poi, volevo evitare i contrasti». Perché è vero, quando guardi le immagini non esistono bianchi e neri. Esistono solo persone. Da una parte e dall’altra di quella barricata immensa, Mare Nostrum.