Da Palladio a Faggin, geni nostrani da difendere

Il viaggio (in stile dissacrante) nel mondo palladiano ci ha fatto scoprire che non sappiamo valorizzare i nostri tesori. Risultato: all’estero ci sbeffeggiano

Che cos’é il genio? E’ «la disposizione dell’animo innata (ingenium) mediante la quale la natura dà la regola dell’arte», dice Kant nella “Critica del Giudizio”, con la sua konigsberghiana precisione definitoria. In pratica, il dono naturale di un intelletto superiore di creare un nuovo canone. «Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini», è invece l’opinione, infusa di volontarismo (“credere”), di Emerson. Ancora più “irrazionale”, nel senso buono della parola, é l’idea di Nietzsche nella “Nascita della tragedia”: «nel genio dobbiamo riconoscere un fenomeno dionisiaco, il quale ci rivela ogni volta di nuovo il gioco di costruzione e distribuzione del mondo individuale come l’efflusso di una gioia primordiale». Sarcastica, ma molto significativa, la “controprova” fornita da Swift: «Quando un vero genio fa la sua comparsa nel mondo lo potete riconoscere grazie a questo infallibile segno: che tutti gli asini si uniscono per cospirare contro di lui». Questa lunga dissertazione alla ricerca, forse vana, di capirci qualcosa su cosa sia il creatore originale, il genio appunto, perché nella rubrica Ke2Palladio abbiamo offerto esempi su esempi di un genio che sapevamo già tale, ma al tempo stesso ancora, nonostante tutto, misconosciuto: Andrea Palladio. palladio_imbrattato

ROMPERE LE REGOLE
L’ironico titolo che abbiamo scelto l’abbiamo voluto perché la leggerezza é una delle chiavi per avvicinarsi a ciò che é indubbiamente grande, come l’opera dell’architetto vicentino, senza farsene schiacciare, e perciò senza dileguarsi spaventati dalla sua mole e dal pericolo di annoiarcisi. Questo Palladio, a Vicenza e in parte nell’intero Veneto, salta fuori spesso e volentieri, dando il nome ad una congerie di esperienze e attività che non c’entrano un fico con lui. E d’altra parte, essendo stato un maestro, un innovatore, un modello, é materia di studio, di libri e di sudate carte. Tanto sudate che ai giovani, che sono il futuro, al sentirlo nominare arretrano sentendo puzza di stantio, di scuola dell’obbligo, di muffa accademica. E invece no. Come ci hanno spiegato gli esperti (dal direttore Palladio Museum, Beltramini, a professori con lo sguardo disincantato e scevro dalla retorica), e come abbiamo visto negli scanzonati viaggi che abbiamo condotto nelle sue ville o nella sua biografia, Andrea era un anticonformista, uno che cambiava le regole, capace di farsi dare le palanche necessarie dai ricconi dell’epoca per realizzare idee che a quei tempi erano rivoluzionarie. FOTO 5a

COMBINAZIONE INEDITA
Un primo segreto della creatività felice, dunque, è avere la presunzione di non fare come si é sempre fatto fino a quel momento. Andare contro il già visto, il già noto, il già dato. Fregandosene del giudizio degli asini di cui parla Swift. Condizione necessaria, sicuro, ma non sufficiente. Perché per superare il conforme, bisogna prima avere le intuizioni, fare le proposte, avanzare progetti non conformi. Insomma, bisogna avere le idee. Che, a chi le ha, vengono e basta (l’inconscio “efflusso” di cui scrive Nietzsche). E bisogna crederci fermamente, come sottolineava Emerson. Nel caso di Palladio, combinando l’antico (gli insegnamenti della scuola classica romana, che riprendeva quella greca) con il nuovo (in alcuni, decisivi aspetti, non seguire le strade già battute). L’invenzione pura non esiste: si mettono assieme elementi diversi, ed é la loro fusione a dare vita all’innovazione. Ce lo spiegava lo stesso Palladio in un’intervista immaginaria che, presuntuosamente, gli abbiamo fatto: «riformulare quello che c’é o c’era già, rimescolando, scomponendo e ricomponendo, mettendo insieme elementi che apparentemente c’entrano poco o nulla, ricreando in modo inedito. Il risultato sarà una novità. Non in senso assoluto, che è una sciocchezza, ma nel senso di essere originali – creare una nuova origine...».

IMPRENDITORI ILLUMINATI
Alla visione del creatore deve però corrispondere la visione di chi gli fornisce i mezzi per creare. E qui il ruolo dell’economia, cioé di chi a sua volta crea nel campo economico, gli imprenditori, é fondamentale. Senza la borghesia produttiva e mercantile colta, che considerava il proprio interesse non nell’immediato, ma guardando lungo, come fanno adesso gli industriali intelligenti che investono in cultura per diventare essi stessi, e le loro aziende, un marchio di prestigio calamitando gloria ma soprattutto affari, senza di loro, Palladio sarebbe rimasto un’oscura promessa mancata. Un signor nessuno. Ecco perché é importante che gli imprenditori veneti di oggi si diano una svegliata – e qualcuno lo fa già, anche se non basta. Aprano la mente. Ascoltino coloro che, nei faticosi anni di ascesa dei loro padri e dei loro nonni, erano guardati con sospetto, come parolai sostanzialmente superflui: gli artisti, gli studiosi, perfino i filosofi. E finanzino l’orgoglio delle proprie eccellenze, storiche ed umane. walter isaacson

FAGGIN “DIMENTICATO”
E con “umane” intendo proprio i geni di casa nostra. Faccio un esempio, che ha dell’incredibile. L’anno scorso, per i tipi della Simon&Schuster, é uscito negli Stati Uniti un compendio di tutti i geniacci che hanno reso possibile la “rivoluzione digitale”: s’intitola “The innovators”, autore Walter Isaacson (a capo dell’Aspen Institute, in foto) che già aveva firmato la biografia di Steve Jobs. Nel libro, poderoso e completissimo, ci trovate tutti, ma proprio tutti: da Alan Turing (la sua omonima “macchina” fu l’antesignano del computer) a Von Neumann (che creò il primo computer) fino a Bill Gates. Tutti, tranne uno. Questo uno si chiama Federico Faggin. Vicentino, perito informatico all’Olivetti, laureato a Padova, nel 1971 per la Intel realizzò il primo microprocessore al mondo. Vive da mezzo secolo nella Silicon Valley in California, nel 2001 il presidente Barack Obama lo insignisce della medaglia d’oro per l’innovazione, e con tutto ciò, sebbene il legame fra l’architetto e gli Usa sia fortissimo (andare a vedere la mostra su Palladio& Jefferson per credere), Isaacson, nel suo who’s who sugli innovatori senza cui non avremmo pc, internet, smartphone eccetera, non lo cita nemmeno. Sarà la tipica spocchia nazionalista degli statunitensi, che in certi settori hanno il complesso di superiorità come in altri lo hanno d’inferiorità? Sarà quel che sarà, ma il giusto vanto per le nostre glorie dovremmo averlo e sfoderarlo. Solo difendendole possiamo avere la speranza di mantenerne vivo lo spirito, e di far apprezzare nel mondo il nostro genio.