Veneto Banca e BpVi, non deve pagare Pantalone

Lo sconfitto fronte dei No Spa chiede a Zaia di aiutare (coi soldi pubblici) tutti, non solo le imprese: sbagliato

Il tentativo, improvvisato ma lodevole, un po’ brancaleonesco ma generoso, di sostenere il no al triplice diktat Bce su Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (trasformazione in spa, quotazione e aumento di capitale in Borsa), questo giornale online non ha l’ha demonizzato a priori, anzi vi ha dato lo spazio che meritava in quanto posizione legittima, comprensibile e, se fosse ben condotta e argomentata – cosa che invece non è avvenuto – anche ragionevole. Ma il popolo, lo stesso che era affamato di informazione non allineata, lo stesso che alle conferenze del No si accalcava, sia pur nei numeri che il cittadino medio si autoconcede nella poco partecipativa “democrazia reale”, lo stesso che, in cifre assolute e nella carne viva, fa le più rovinose spese della svalutazione dei due istituti, il popolo ha decretato senza appello l’adesione di massa, col 97% dei voti assembleari di Veneto Banca, ai desiderata di Francoforte. Gli azionisti di Montebelluna hanno fatto una scelta che più chiara non si può.

Restano col cerino in mano di un’azione che vale, stando al recesso (per di più negato), un misero 7,3 euro. Rimangono vittime, ma vittime che si sono rassegnate a consegnare quel poco che hanno ancora (il 20% scarso del gruzzolo) ai “volonterosi carnefici” che nelle due banche eseguono il piano della centrale europea tradotto in legge dal braccio armato a Roma, il governo Renzi. I motivi di questa “resa” li abbiamo già esposti, e non vi torniamo. Quel che preme oggi osservare é che il fronte issante il vessillo del No sotto la sigla di “Associazione Soci Banche Popolari Venete”, se da un lato si capisce non voglia ammainarlo così da porsi come una sorta di “sindacato” dei piccoli azionisti (in vista del secondo round, molto probabilmente già scritto: l’assemblea della BpVi il 19 marzo prossimo), dall’altro lato non può farlo su posizioni genericamente rivendicative, di pura richiesta alias protesta, continuando nell’errore di non tener conto della fattibilità e della realtà. L’ultima  in ordine di tempo é l’appello al presidente della Regione, il leghista Zaia, affinché trovi i quattrini per aiutare i singoli risparmiatori, anziché limitarsi alle imprese. Un appello eticamente comprensibile, politicamente impossibile, socialmente irresponsabile.

Zaia aveva promesso, su proposta del consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Sergio Berlato, un fondo per finanziare le spese legali dei soci economicamente meno attrezzati. E non si é ancora visto. Male. Di recente ha annunciato di voler far leva sui soldi in pancia all’agenzia regionale Veneto Sviluppo per creare, così ha detto, corsie preferenziale di finanziamento alle piccole aziende con conti disastrati del crollo del valore azionario di BpVi e Vb. Non si tratta, quindi, di aiuti diretti per rifondere i passivi, ma di un escamotage per dare una mano là dove l’ente Regione é in grado, nel modo indiretto di una maggiore e mirata facilità di accesso ai fondi legata a piani di sviluppo aziendale. Perché questo fa, e questo solo può fare, Veneto Sviluppo.

Zaia é quello che, sbugiardandosi da solo, ha raccontato la favoletta che lui, a suo tempo, aveva detto chissacché contro l’andazzo nelle popolari, specie alle assemblee di Veneto Banca di cui é socio. Si era limitato a recitare la giaculatoria della fusione fra le due per l’immaginifico “polo bancario veneto”, che avrebbe assommato due zoppi per fare uno storpio. Ma Zaia non può, come non può il governo nazionale, procedere ad un salvataggio a tappeto di tutti i danneggiati, perché l’Italia fa parte di un sistema, quello europeo, che vieta gli aiuti di Stato. Si può polemizzare in eterno sui casi che hanno smentito questa regolina (vedi Montepaschi di Siena), ma gli sbagli passati non giustificano quelli futuri. Perché, ed è questo il punto, non c’é bisogno di essere liberisti all’americana per non essere socialisti all’amatriciana: cioé per sognare una sbagliatissima socializzazione delle perdite private. Detta più semplice: per quale motivo io, che non sono mai stato azionista di Banca Popolare di Vicenza né di Veneto Banca, io comune contribuente, devo pagare con le mie tasse le porcate gestionali commesse da chi le dirigeva e approvate, col caro vecchio voto capitario, da chi ne era ed é proprietario? Non esiste al mondo.

Certo, come scriveva Adriano Verlato ieri, può esserci l’attenuante tutt’altro che secondaria della disinformatjia che ha imbozzolato e rincretinito soci e pubblica opinione. Certo, col bail-in sarebbero fottuti i medi e grandi correntisti (ma alle brutte, anche i piccoli dovrebbero tremare) la cui unica colpa é di non voler fare all’antica, mettere i denari sotto il materasso, o, peggio, affidarli ai professionisti della speculazione. Certo, l’abolizione del regime cooperativo disposta da Renzi proconsole di Draghi ha dato una spinta decisiva, ma ad un corpo, quello delle popolari ipervalutate e clientelari, che era già corroso dalle tarme, e senza che per tempo si fossero alzati i no che ci volevano (salvo rade e imbavagliate eccezioni). Certo tutto quel che vi pare, ma a pagare non dev’essere sempre Pantalone, non deve essere chi non c’entra niente. Devono essere le due banche.