Pfas, «disastro nazionale» in Veneto

Sostanze pericolose nei prodotti d’uso quotidiani: a Montecchio cittadini e attivisti 5 Stelle annunciano un maxi-ricorso. Zaia e i privati sulla graticola

In piena estate l’Istituto Superiore di Sanità ha sconsideratamente «aumentato le soglie di tolleranza dei cosiddetti perfluorati» nelle acque. Soglie immediatamente recepite dalla Regione Veneto, la più colpita dal caso pfas per via della presenza storica della Rimar-Miteni di Trissino nel Vicentino (in foto). Ma a questa condotta, che il “Coordinamento acqua libera dai pfas” e Medecina Democratica considerano sciagurata, ha risposto un gruppo di azione tecnico-giuridico tanto variegato quanto agguerrito, che dopo avere preso in esame l’allarme dei comitati, ha portato in tribunale l’Iss nonché l’ente di Palazzo Balbi, da tempo capitanato dal governatore leghista Luca Zaia.

A dare l’annuncio sono stati ieri, durante un affollatissimo incontro a Montecchio Maggiore nel Vicentino presso la Corte delle filande, gli avvocati Giorgio Destro del foro di Padova (specialista in diritto amministartivo e dell’ambiente), il vicentino Edoardo Bortolotto specialista in diritto penale dell’ambiente, il dottor Vincenzo Cordiano di Valdagno (presidente berico di Isde -Medici per l’Ambiente) e la dottoressa padovana Marina Lecis consulente in diritto ambientale. Con loro c’era il consigliere regionale veronese del M5S Manuel Brusco, il quale assieme a Medicina Democratica figura tra i firmatari dei ricorsi.

A dare un inquadramento giuridico alle azioni legali sono stati Bortolotto e Destro. I quali hanno spiegato che l’innalzamento del parametro deciso dall’Iss (che non ha valore di legge, ma è una raccomandazione sulla tolleranza che in gergo si chiama «soglia di performance») è stato impugnato il 7 dicembre 2015 con un ricorso amministrativo particolare, quello al Presidente della Repubblica. Diversa invece la strada che si è scelta per la delibera della giunta regionale veneta. Che secondo i relatori ha accolto questi parametri con una celerità che desta troppi dubbi. Per questo e altri motivi infatti la decisione dell’esecutivo Zaia, il giorno 8 gennaio 2016, è stata impugnata al Tar del Veneto.

Più in generale però i media erano tornati a parlare dell’argomento sia quando il caso pfas ha cozzato con il progetto della Pedemontana Veneta, sia quando si è diffusa la notizia di una presenza dei composti negli animali, nei vegetali e negli alimenti. In particolare Cordiano ha duramente contestato la congruità dello studio epidemiologico che Regione e Ulss venete si accingono a mettere in piedi (le critiche più dure sono state rivolte all’Ulss 5), fornendo poi i dettagli di una campagna di monitoraggio avviata dagli stessi comitati e dall’ Isde.

Ma che cosa sono i pfas? Cordiano, lungamente applaudito dopo la sua relazione in quanto da anni si spende sul territorio in una campagna di sensibilizzazione, spiega che si tratta di sostanze diffusamente utilizzate come impermeabilizzanti per i tessuti (vedi Goretex), per le padelle (vedi Teflon), come sostanze presenti nelle vernici, nei detersivi e in moltissime altre applicazioni di uso comune o industriale. Detta semplice, la struttura stessa di queste molecole artificiali, inesistenti in natura, una volta entrata nel ciclo dell’acqua o dell’aria e di conseguenza nel corpo umano, è responsabile di gravissime interferenze con gli ormoni. Non meno preoccupanti sono i rischi che tali sostanze aumentino il rischio di cancro. Diverse sostanze della famiglia dei pfas, come quelle che ha visto la multinazionale Du Pont, non sono più prodotte; la stessa Miteni, quanto meno dal 2013 ha dismesso le produzioni più vecchie.

Durante la serata (più di trecento i presenti) Lecis da parte sua non ha esitato ad attaccare la Regione, colpevole secondo lei di non dire ai cittadini «che i pfas non dovrebbero essere presenti nemmeno in traccia. Di non dire quanto rimarranno nelle falde profonde, quanto tempo ci vuole per il risanamento delle falde, quanto costa la bonifica di acque, pozzi e terreni, chi sono i responsabili della contaminazione e chi paghi il conto» di quello che sempre Lecis identifica come un vero e proprio «disastro ambientale» di portata nazionale. Parole pesanti usate anche per il fatto che la grave contaminazione è avvenuta attraverso la falda di Almisano, «la seconda più importante in Europa». Per vero la situazione è nota dal 2013, quando Arpav diffuse un ampio studio in cui dava conto della presenza di queste pericolose sostanze nel sistema idrico di tutta la spalla occidentale del Veneto. Una emergenza che toccava il Vicentino, il Veronese ed il Padovano e che potenzialmente coinvolge un bacino di 350-400 mila persone su un territorio che è circa un quarto del Veneto. Per di più oggi alcune tracce cominciano a riscontrarsi pure in provincia di Rovigo poiché tali sostanze, una volta finite in acqua, si sono mosse lungo l’asta dell’Agno-Guà-Fratta-Gorzone che porta sino al mare nel Chioggiotto. Lo stesso si può dire, sempre in termini generici, lungo il sistema di falde afferente a quello del Fratta.

Altrettanto duro, sul piano politico però, è stato il M5S. «In Regione la maggioranza sta trascurando una emergenza di portata colossale – attacca Brusco – ma noi non intendiamo rimanere con le mani in mano. Per questo il sottoscritto ci ha messo la faccia firmando il ricorso». E come tale proposito dovrebbe ulteriormanete concretizzarsi lo spiega Sonia Perenzoni, consigliere comunale dei Cinque Stelle a Montecchio Maggiore, che sta coordinando una campagna di raccolta fondi per promuovere un esposto in sede penale. «Alla Miteni vogliamo fare il mazzo. E per agire sul piano giudiziario servono fondi», ha rimarcato la stessa la Perenzoni ricordando che, anche su input del senatore berico Enrico Cappelletti, i ricorsi amministrativi sono stati pagati con gli auto-tagli che consiglieri regionali e parlamentari del M5S operano sui propri emolumenti.

Sullo sfondo rimane tuttavia la condizione ambientale del Veneto. I dati in possesso dei relatori spiegano che fino a quando il registro tumori ha funzionato correttamente, la Regione della Serenissima ha vantato il triste primato in Italia proprio per l’incidenza tumorale. E c’è di più. Quando si parla dello stress ambientale sul sistema del Fratta, si finisce per parlare anche dal pesante inquinamento cagionato per anni dal polo conciario arzignanese (senza dimenticare l’inquinamento agricolo). Un polo che vale un fatturato di 2 miliardi, che dà lavoro ad ottomila persone e che sul piano ecologico è sempre stato malvisto dagli abitanti della bassa Veronese e della bassa Padovana. Il tutto mentre dalla platea c’era chi parlava già di un caso Ilva 2. O addirittura di un caso “Terra dei fuochi 2”.