Caro Dolcetta, si spieghi meglio su BpVi

L’audizione del presidente della Popolare di Vicenza ha lasciato dubbi su alcune ambiguità. Ecco quali

Il presidente della Banca Popolare di Vicenza, Stefano Dolcetta, è andato in Regione e non ha sollevato entusiasmi. Cosa del tutto prevedibile. Le sue dichiarazioni sono state generiche, le risposte evasive. Poteva fare diversamente? No, non poteva. E lo sapevano tutti, anche quelli, tra i consiglieri regionali presenti, che hanno manifestato la loro insoddisfazione.

Eppure, tra le righe, qualcosa del non detto si può intravedere. Sempre, ben inteso, che vi fosse piena avvertenza su ciò che veniva detto. Un primo elemento salta all’occhio. Dolcetta afferma che BpVi vuole continuare a garantire una presenza nel territorio (e ci mancherebbe! Cosa dovrebbe fare, altrimenti, una banca come questa?) ma precisa: noi siamo presenti soprattutto dalla Lombardia orientale a Trieste e vogliamo mantenere una presenza significativa su questa parte del territorio.  Sono parole in libertà o è un programma definito e impegnativo? Dolcetta sembra dire: la Banca deve restringere la propria operatività nel Nord dell’Italia, Triveneto, Lombardia, Emilia Romagna. Ci aggiungo la Liguria. Ricordo, però, che la BpVi era presente in altre 20 province con 119 sportelli, senza contare la controllata Banca Nuova con tre regioni e 93 sportelli.

In tutto sono 212 sportelli dispersi nelle regioni italiane centro-meridionali, quegli sportelli, spesso pagati a caro prezzo, che rispondevano alla logica della banca nazionale voluta da Zonin. Qui nasce subito un problema: cosa si intende fare di tutti gli sportelli che non sono situati nell’area che la nuova dirigenza avrebbe scelto come sua area di pertinenza? Si può fare un’affermazione del genere senza precisarne i termini, i tempi e le conseguenze? E senza prevedere che cosa potrà succedere nelle filiali di quelle regioni?

Ecco, se la promessa discontinuità con il passato sta, come si afferma, nella trasparenza (che si vuole massima, nei confronti di clienti, soci e dipendenti), non siamo nella strada giusta. Da questo punto di vista era più trasparente Zonin: voleva arrivare a 1.000 sportelli, distribuiti in tutta Italia, e non nascondeva le sue mire “acquisitorie”, citando per nome e cognome le banche che dovevano diventare sue prede. Se ci si vuol ritirare, invertire la marcia, si deve dire come, quando, perché. Altrimenti la trasparenza diventa una parola vuota.

Dolcetta parla poi ancora di territorio. Bene. Tuttavia sarebbe opportuno che si confrontasse con Iorio. Per quest’ultimo le banche del territorio non hanno alcun senso. Si mettano d’accordo. Perché è persino ovvio, ogni banca serve il territorio in cui ha scelto di operare. Ma quando diciamo banca del territorio, intendiamo e pretendiamo ben altro. Clienti, soci e dipendenti avrebbero il diritto di sapere qual è la posizione della banca: quella di Iorio o quella di Dolcetta?

Le ambiguità non finiscono qui, anzi raggiungono il culmine quando Dolcetta affronta il problema, spinoso, delle imprese e dei soci danneggiati dalle difficoltà della banca. Dire di volerlo fare insieme alla Regione per “garantire la massima uniformità di intervento” è sì una furba captatio benevolentiae nei confronti dei consiglieri regionali, ma non si capisce proprio cosa voglia dire. Cosa dovrebbe fare la Regione, oltre a quell’operazione di sostegno mirato alle imprese che è già in via di perfezionamento e che non comporta, almeno si spera, trasferimento di denaro pubblico? Non è dato sapere.

La Banca Popolare di Vicenza ha bisogno, in questo delicato momento, di una comunicazione chiara, veritiera, convincente. Il mantenimento dell’attività industriale è importante tanto quanto l’aumento di capitale. Una banca che perdesse la fiducia del territorio, dei clienti, non avrebbe neanche più bisogno dell’aumento di capitale: sarebbe inutile. Speriamo che negli annunciati sei incontri di informazione con i soci si chiariscano le posizioni. E che si parli una sola lingua.