Bowie, figlio del Silenzio

Se la scienza spiega il mondo, l’arte lo rappresenta senza dare spiegazioni. Laddove lo scienziato sistematizza e dimostra, l’artista intuisce e crea (non per niente la parola “poesia” deriva dal greco, poiēsis, che significa appunto “creazione”). Nonostante la natura apparentemente antitetica, scienza e arte hanno una lunga storia d’intrecci e mutue influenze. È il caso, ad esempio, di teoria della relatività generale e cubismo, entrambi “incompatibili” con la geometria tradizionale: ma se comprendere gli assiomi della geometria Riemanniana è compito non da tutti, percepire la “Donna che piange” di Picasso è un atto istintivo, immediato e dirompente, universale come ogni fruizione artistica.

Anche David Bowie, nelle sue cangianti manifestazioni e mirabolanti interpretazioni, sapeva arrivare a tutti, nonostante l’eccentrica unicità. Il Duca Bianco ha incarnato, comunicato e spesso anticipato i cambiamenti del mondo come pochi hanno saputo fare negli ultimi cinquant’anni (“Space Oddity” uscì a poche settimane dal primo atterraggio dell’uomo sulla Luna). Da grande artista qual era, Bowie ha esibito la trasformazione senza spiegarla, semplicemente mostrandosi, “essendoci” direbbe Heidegger, ricreando se stesso nel tempo come visione musicale.

Peccherò di snobismo, ma preferisco non partecipare alla “frenesia commemorativa” di questi giorni: lo ricordo qui, senza troppo rumore, rimanendo in silenzio di fronte a chi lo celebra oggi per la prima volta, solo in virtù dell’ennesimo rito collettivo della tribù globale. In fondo, credo che Bowie amasse il silenzio più del clamore, come del resto i pochi dettagli sulla sua vita privata testimoniano. Proprio in occasione del suo compleanno, pochi giorni prima della morte, ho pubblicato su Facebook un video di “Sons of the Silent Age”, canzone emblema degli anni Berlinesi, che ritrae la distopia della società attuale. Una delle strofe finali contiene il seguente verso:

[Sons of the Silent Age] never die, they just go to sleep one day.

I Figli dell’Era del Silenzio non muoiono mai, un giorno vanno semplicemente a dormire.

Mi piace pensare che David Bowie si sia solo addormentato e che possa continuare a sognare il Futuro che ancora non c’è. Un Futuro di eguaglianza vera, in cui l’accettazione della diversità non sia omologazione, ma rispetto dell’identità.

Alessandro Oltramari