Veneto Banca, Schiavon: nuovi “padroni” paghino territorio

Riceviamo e pubblichiamo una lettera del presidente della’Associazione Azionsiti Veneto Banca, Giovanni Schiavon, sul dopo-assemblea.

L’esito delle tre votazioni nell’Assemblea Straordinaria del 19 dicembre scorso, qualsiasi ne sia la valutazione personale, ha comunque avuto l’effetto di ricompattare gli azionisti in una ritrovata fiducia verso Veneto Banca, la cui attività operativa in un territorio imprenditorialmente dinamico è stata valutata ancora positivamente. La reputazione della Banca è, dunque, ancora solida e rappresenta un insostituibile presupposto per una positiva ripartenza, che dovrà mirare non all’espansionismo, in termini di acquisizioni, in sé, ma all’efficienza e ad un’attenta riorganizzazione interna. Per capire i margini di positività del futuro auspicato, è necessario uno sforzo di estrema chiarezza sulle vere cause delle problematiche insorte. E’ poco credibile che esse siano attribuibili esclusivamente ad una cattiva gestione da parte dei vecchi vertici dell’Istituto, come spesso si tenta di far credere in un eccesso di semplificazione analitica. Certo, anche le loro eventuali responsabilità – se dimostrate – devono essere denunciate e perseguite, con rigore e in tutte le sedi, ma non dobbiamo accontentarci di indicazioni superficiali, pressapochiste ed anche comode per chi preferisce non andare a fondo o teme le reazioni dei c.d. poteri forti.

Il problema sociale che ha coinvolto decine di migliaia di risparmiatori (non chiamateli investitori) e di famiglie riguarda non solo Veneto Banca (nel qual caso l’esclusività della responsabilità della governance sarebbe ben plausibile), bensì anche molte altre banche (e non solo popolari o di credito cooperativo) italiane ed europee (quelle tedesche, spesso peggiori delle italiane, sono state salvate – come ben noto – anche con “aiuti di stato”). Gli esempi sono molti, anche volendosi limitare alle banche italiane. Già questa semplice osservazione dovrebbe rendere meno sicuro il convincimento di quanti (speriamo solo per superficialità) meditano vendette risarcitorie solo nei confronti delle persone fisiche che hanno governato Veneto Banca (o Popolare di Vicenza). Le adeguate iniziative risarcitorie ci dovranno essere e ci saranno, e la stessa nostra associazione si impegnerà nel proporre quelle che saranno ritenute fondate, corrette e utili per gli azionisti, ai quali promette fin d’ora il massimo (e sempre disinteressato) aiuto.

Ci basta, per il momento, rilevare che un disastro così diffuso pare coerente solo con un’ipotesi più inquietante, riconducibile soprattutto al fallimento del sistema dei controlli, che è totalmente mancato. Bankitalia, ad esempio, ha commesso gravi errori non solo nella sua attività di vigilanza ma anche in quella riconducibile agli indirizzi suggeriti. Sapevamo, ad esempio che la Banca d’Italia – che per lunghissimo tempo ha dimostrato di proteggere la gestione del presidente Zonin in Popolare di Vicenza, tollerandone e, anzi, incoraggiandone le anomale mire espansionistiche – aveva “suggerito” la fusione di Veneto Banca in Popolare di Vicenza. Una domanda alla quale Bankitalia dovrebbe rispondere: da quali dati contabili l’istituto di vigilanza aveva tratto il convincimento che la Popolare di Vicenza avesse i requisiti per svolgere un ruolo aggregante nei confronti di Veneto Banca? E’ una domanda che più volte abbiamo posto ed alla quale nessuno ha sentito l’esigenza di dare una risposta. E se poi ciò fosse avvenuto, cosa sarebbe successo?

In questi giorni viene ricordata un’altra inquietante indicazione, di aggregazione sempre da parte di Bankitalia : quella di Etruria (che da tempo navigava in pessime acque) in Popolare di Vicenza (banca che erroneamente era considerata solida ed affidabile); nel maggio 2014 quest’ultima ha comunicato una proposta di fusione a quella di Etruria, ritenuta positiva e “giuridicamente rilevante” dagli Ispettori di Via Nazionale (perché proveniente da un partner di elevato standing!). La stessa ministra Boschi (v. Il Gazzettino del 11 gennaio 2016 pag. 6, ove le sue dichiarazioni sono state riportate fra virgolette) ha commentato che “se fosse stata fatta quell’operazione…oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani”. Come darle torto? E se, poi, il prevedibile disastro derivato da una fusione (di una banca sottopatrimonializzata, con gravi perdite e con un’infinità di prodotti finanziari subordinati venduti a migliaia di poveracci in altra banca problematica e parimenti in gravi difficoltà e che aveva eseguito un aumento di capitale per quasi un miliardo di euro con azioni acquistate, a valore gonfiato, da ingenui azionisti con finanziamenti ad hoc) fosse arrivato al suo epilogo dopo il dicembre 2015, in regime di bail-in, il bagno di sangue lo avrebbero fatto anche i correntisti, rispondendo patrimonialmente del complessivo default.

Alla nostra Associazione si rivolgono quotidianamente associati che, essendosi resi conto di avere perso tutto o quasi, cercano un rimedio e pensano ad iniziative risarcitorie di cui sentono parlare o che leggono sui giornali. Molti parlano di truffe subite, per essere stati indotti ad acquistare azioni e obbligazioni ad altissimo rischio, senza ricevere le dovute informazioni; molti – soprattutto vicentini – lamentano di essere stati costretti ad acquistare azioni in occasione della concessione di finanziamenti da parte della banca; molti si dolgono di non aver potuto vendere tempestivamente le azioni a causa della rigidità della banca, che, invece, avrebbe favorito liquidazioni milionarie ad alcuni vip; molti rilevano di essere stati indotti ad acquistare azioni, in sede di aumento di capitale, a 36 euro, quando già doveva essere nota alla governance l’imminenza del disastro, connotata dai tentativi di molti personaggi importanti di vendere le loro azioni (poi incautamente cedute alle tante ingenue signore Maria).

Questo disastro non ha risparmiato le piccole e medie imprese, molte delle quali hanno, nelle loro poste attive, azioni di Veneto Banca o di Popolare di Vicenza. La forte svalutazione ha inevitabilmente prodotto ingenti perdite nel bilancio 2015, con la conseguenza che esse troveranno maggiori difficoltà a rinnovare o a reperire fidi (magari dalla stessa banca emittente) a causa del loro peggiorato rating. I problemi sono ancora più complicati quando le azioni deteriorate sono state date in garanzia per ottenere finanziamenti. Le situazioni negative descritte dai tanti associati non sono uguali e traggono origine da comportamenti disomogenei e non riconducibili ad un unico modello. Per questo (ma non solo per questo) riteniamo non fondate le azioni collettive dirette a far valere presunte truffe e non condividiamo, in linea di principio (ovviamente con le debite eccezioni), le azioni aggressive verso la Banca emittente.

Ora, cosa dobbiamo attenderci? Quali potrebbero essere i comportamenti più adeguati per arginare le nostre perdite e per recuperare, semmai, un po’ di valore delle azioni? Ricompattata la fiducia verso la Banca (che però non può essere una cambiale in bianco) dobbiamo in tutti i modi agevolarne la reddittività, facendo tesoro delle esperienze negative del passato. Anzitutto, la Banca deve sapersi riorganizzare anche al suo interno e deve interloquire con gli azionisti e con il territorio. Per ricercare investitori disposti a sottoscrivere nuovo capitale, deve esser presentato al mercato un progetto sostenibile, nel quale si spieghino bene le ragioni per cui la Borsa potrebbe essere, per la Banca stessa, un’occasione, un’opportunità. Gli appelli alla sottoscrizione devono essere razionali e credibili, non improntati ai moralismi parapolitici legati ai territori. La gente deve poterci vedere chiaro e deve capire che, a questo punto, la ripresa della reddittività della Banca, legata alla rinnovata fiducia, è l’unico modo per ridare valore ai suoi risparmi (salve sempre le verifiche delle responsabilità contro chi ha male gestito e male controllato).

Ci sia consentito, allora, di fare qualche proposta:

  1. Amministratori, sindaci, dirigenti – a garanzia della loro indipendenza – non dovrebbero indebitarsi con la banca, né direttamente, né indirettamente, se non entro certi limiti, comunque contenuti.
  2. Deve essere rivista la comunicazione nei confronti dei risparmiatori e dei clienti. Non più comunicati “istituzionali”, criptici ed incomprensibili a chi le cose già non le conosce; serve una completa e trasparente disclosure della realtà, per recuperare la fiducia dei risparmiatori e dei clienti depositanti (che negli ultimi tempi pare se ne siano andati in massa o stiano per farlo).
  3. Il pubblico dei clienti e dei risparmiatori va informato che, ai sensi dell’art. 52 bis del TUB, dal 2016 la Banca si è dotata di “procedure specifiche per la segnalazione al proprio interno da parte del personale di atti e fatti che possono costituire una violazione delle norme disciplinanti l’attività bancaria” (il c.d. whistleblowing). Ciò contribuirà a recuperare la fiducia dei risparmiatori e clienti nei confronti dei dipendenti della Banca, che, per ovvie ragioni (tra le quali, quella che il cliente può interpellare o denunciare a qualsiasi altro dipendente una reale o presunta violazione commessa da un suo collega) saranno incentivati a comportarsi in maniera rispettosa della normativa bancaria.
  4. Deve essere studiata e realizzata una sobria e chiara campagna di stampa, volta a recuperare, almeno in parte, la visibilità e la credibilità perduta, quantomeno per contrastare la pubblicità della concorrenza.
  5. Poiché è importantissimo trovare un ristoro economico per i vecchi azionisti, si potrebbe: a) fare il punto dettagliato della situazione della Banca con il bilancio al 31 dicembre 2015 (in particolare: patrimonio netto, crediti deteriorati, svalutazione crediti, accantonamenti vari ecc.) e monitorarlo nel tempo, distinguendo l’ante e il post 31-12-2015; b) sul presupposto che il bilancio 2015 (pur costituendo la base per la quotazione della Banca) è comunque ed inevitabilmente frutto di stime (es.: di singole posizioni debitorie e creditorie) che col tempo potrebbero rivelarsi essere state troppo severe, studiare e prevedere (a beneficio dei soli vecchi soci) l’emissione di warrant in sede di aumento di capitale o di quotazione, utilizzabili dopo un certo periodo di tempo, con la funzione di “ripagare”, almeno in parte, il danno economico dei vecchi azionisti, che hanno subito il trauma della trasformazione in s.p.a. Ad esempio, se una garanzia immobiliare, rilasciata a fronte di un debito poi non onorato, riacquistasse successivamente valore, la Banca beneficerebbe di una ripresa di valore, che proponiamo sia riservata prevalentemente ai vecchi soci.

Infine, una riflessione rivolta all’economia del territorio. Per evitare che i futuri nuovi “padroni” della Banca la utilizzino prevalentemente come raccolta, trascurando o minimizzando gli impegni sul territorio, prima dell’aumento del capitale sarebbe opportuno introdurre una modifica dello Statuto, che preveda l’obbligo di una quota minima di reinvestimento dei depositi sul territorio. Finché le azioni sono in mano ai vecchi azionisti, prevalentemente residenti nel territorio servito dalla Banca, è ragionevole pensare che saranno favorevoli a tale modifica statutaria, che potrebbe essere proposta, come parte straordinaria, in occasione dell’assemblea per l’approvazione del bilancio al 31-12-2015. Insomma per evitare il serio pericolo che una banca straniera si compri V.B. solo per fare “raccolta”, occorre inserire una clausola di salvaguardia del territorio, cioè di previsione di una quota minima di reinvestimento dei depositi sul territorio medesimo.

Per finire, con riferimento all’affermazione del Governatore Zaia (Corriere del Veneto del 3 gennaio scorso, ma anche assemblea del 19 dicembre scorso) di istituzione di una Commissione di Inchiesta sul problema delle Popolari, vogliamo formalmente chiedere un coinvolgimento, magari anche solo per essere sentiti. Crediamo che nessuno più della nostra Associazione conosca a fondo i tanti (e non omogenei) problemi dei risparmiatori, siano essi comuni cittadini o imprenditori. Come sempre, ci mettiamo a disposizione. Dunque possiamo e dobbiamo guardare all’aumento di capitale ed alla quotazione in Borsa come ad un’opportunità di rilancio della Banca e ad una rinnovata nostra speranza di ottenere un qualche ristoro.

Giovanni Schiavon