Ghiotto, il collezionista solitario

Il generoso lascito al Museo Civico dovrebbe indurre a riflettere una Vicenza distratta. Nella cultura e nella politica

Non era frequente incontrare uno spirito tanto aperto e disponibile verso gli amici, tanto scontroso e diffidente verso i presuntuosi come il dottor Alessandro Ghiotto, benvoluto ed ammirato dalle persone schiette che ne apprezzavano le naturali doti di intelligenza e umanità, ignorato e snobbato da una élite culturale che lo guardava con sospetto temendo di essere contraddetta. Non è vero ciò che si è scritto in occasione del sofferto lascito dei suoi quadri al Museo Civico di Vicenza, e cioè che «è stato legato a tutte le personalità e le vicende della città e provincia». Non si sarebbe rimasti di stucco infatti quando ci si è trovati davanti a quel ben di Dio che pochi conoscevano, gelosamente custodito nella bella dimora montecchiana, aperta a coloro che dimostravano interesse alle opere da lui collezionate. Circolavano – questo è vero – voci sul suo fiuto di fine intenditore, ma nessun addetto ai lavori si era premurato di verificare l’entità e il valore di una raccolta che meritava di essere additata alla pubblica ammirazione per non correre il rischio di disperdere un patrimonio che poteva diventare della collettività.

È una storia di solitudine vissuta con grande dignità, quella del dottor Alessandro Ghiotto, lenita dall’amore per l’arte e le cose belle, ma non per questo meno triste, preoccupato della sorte di tante testimonianze di incontri felici e colorate presenze di grigie giornate. Fino all’ultimo lo ha angustiato l’assenza di un  interlocutore affidabile che ne garantisse la sopravvivenza. Il caso Ghiotto è un esempio di come il mondo artistico rispecchi oggi quello politico, di cui è diventato un’emanazione se non un’appendice. Vigono le stesse regole, prevalgono gli stessi metodi. L’improvvisazione, dettata da opportunità e convenienze, è alla base di azioni peregrine che non risolvono i problemi della gente ma creano immagini di facciata ai potenti di turno. Si sono rotti i rapporti di fiducia nel cittadino, che non si sente parte di una società che lavora per il bene comune. Si è esclusi non dalle decisioni, che spettano a chi di dovere, ma dalle scelte, che dovrebbero essere condivise e trasparenti. Senza il confronto e il dialogo è difficile sanare situazioni incancrenite e dare prospettive nuove.

Pensieri del genere passavano per la testa del dott. Ghiotto prima che, ricoverato all’ospedale di Noventa, il primo agosto 2014 decidesse di legare per testamento il nucleo principale della sua collezione al Museo Civico di Vicenza. Nel corso della vita si era sentito moralmente vicino a personalità isolate, se non emarginate, come Nerina Noro, poetessa insigne e pittrice straordinaria, la cui opera sopravvive non per i riconoscimenti postumi della città – non meritava di essere accolta tra gli accademici olimpici? –, ma per l’interessamento di pochi estimatori come il dott. Ghiotto, Neri Pozza e lo scrivente, che promossero e curarono mostre, acquisirono e donarono opere – pronto in questo campo  anch’io a fare la mia parte –; come Fernando Bandini, Giuseppe e Giorgio Faggin, Resy Amaglio che scrissero testi magistrali anche sulle sue poesie – il libro Polvare de ala, edito dalla Neri Pozza e finanziato da Giuseppe Pisi, è stato pubblicato per mia iniziativa.

Giovanna Grossato ha dedicato a “Nerina Noro, prima e ultima autrice acquisita dal chirurgo” un articolo interessante a corredo dell’iniziativa “Domenica, un tè al Museo”, promossa per richiamare l’attenzione di una città distratta. Ma nessuno si è chiesto chi siano i personaggi effigiati nei suoi ritratti esposti accanto ai quadri figurativi di Saetti e Guidi, Gianquinto e Zotti, a quelli astratti di Dorazio e Perilli, Santomaso e Veronesi, ai fogli incisi di Strazza e Ferroni. Sono autoritratti – vedi anche Autoritratto con cavallini, 1947, della collezione Pozza-Quaretti – che la Noro dipingeva per fissare momenti di una storia personale segnata da forti passioni e dolorose esperienze. Anche questo poteva spiegare il significato di un lascito che vede l’artista vicentina protagonista tra tanti autori di maggiore fama. Esso allinea personalità tanto diverse tra loro da rendere improprio il titolo dato alla rassegna “Le strutture del primario”, preso da un quadro astratto di Perilli. Questa etichetta pone domande che non hanno risposta. Si è perfino equivocato trascrivendo “Le strutture del Primario”.

Nella premessa al VII Catalogo Scientifico delle Collezioni della Pinacoteca Civica di Vicenza, pubblicato per la circostanza, il prof. Giovanni Carlo Federico Villa, direttore responsabile del museo, assolvendo al difficile compito di traghettatore in una situazione molto complicata, esprime il seguente auspicio: «Anche grazie al legato Alessandro Ghiotto è questo l’obbiettivo di Palazzo Chiericati: essere nuovamente la porta d’accesso di Vicenza e del suo territorio, il Palazzo su di un’isola aperta a ogni esploratore, a ogni cittadino». C’è da crederci?