Sgarbi e Baricco, la cultura a Padova e Vicenza…

Il leghista Bitonci si affida al critico-provocatore, mentre al renziano Variati piace il “leopoldino” scrittore piemontese. Ecco perché

Si riordina all’improvviso il puzzle della cultura fra Padova e Vicenza. Con sincronismo peraltro singolare, dalla città del Santo e da quella di Palladio arrivano nello stesso giorno notizie di due scelte certo lontane dal punto di vista concettuale e progettuale, ma simili nella tattica: grandi nomi in campo – Vittorio Sgarbi e Alessandro Baricco – cavalli di ritorno o nuovi ingressi che siano; accentuazione decisa della spendibilità mediatica delle proposte, sguardo rivolto all’audience al di là dei progetti. Il tutto all’insegna dell’ovvio politico: schieramenti e appartenenze salvaguardati, da questo punto di vista nessun guizzo, nessuna originalità. Meglio riservare le idee fuori schema, se mai esistono, al progetto, ma operare fra “mura amiche”. Non si schioda la vetusta simbiosi permanente fra cultura e contesto politico di questo Paese, la peggiore zeppa al piede del cambiamento reale.

Eppure, la marcia di avvicinamento a decisioni ormai prese (ufficiali a Padova, ufficiose a Vicenza) aveva avuto qualche scossone. È cronaca quasi recente, ad esempio, che per la sua mostra sul Barocco, Sgarbi aveva dapprima abbozzato il pressing sull’amministrazione di Vicenza. Alla sua maniera, con spumeggianti provocazioni, l’inarrestabile “bombardiere culturale” legato a doppio filo al centrodestra aveva provato a inserirsi nel dopo-Goldin, incassando peraltro solo pubblico imbarazzo. Ora il suo progetto riemerge a Padova, con la benedizione del sindaco leghista Bitonci. Al quale non risulta che Sgarbi abbia già proposto anche la sua mostra su “Arte e omosessualità”, che tanti perbenismi e tante pruderie aveva scatenato a Milano prima di incappare nel gran rifiuto del predecessore di Bitonci, Zanonato. Si vedrà quanto lo storico dell’arte voglia giocare sul filo della provocazione con un sindaco che di sicuro non si può iscrivere fra i paladini delle minoranze, di qualsiasi tipo.

In attesa della prima chiamata nel cuore della notte a Bitonci per farsi aprire le porte di qualche sperduto monumento da ispezionare sul tamburo – questo è il ben noto stile dell’uomo –, Sgarbi si accomoda sulla poltrona di gran consulente della cultura a Padova. Si tratta di un ritorno: l’altra volta se ne era andato dopo avere litigato con Giustina Destro sulla realizzazione del metrobus progettato da Zanonato. Il metrobus è lì, ma la mostra sul ‘600 in Veneto è a un passo. Ed è questa l’idea guida oggi dello storico dell’arte ferrarese. Sul tema è sicuramente un’autorità e l’esperienza sul territorio gli deriva dalla sua storia, iniziata, vedi un po’, proprio a Vicenza una quarantina di anni fa, come ispettore della Sovrintendenza alle Belle Arti.

All’ombra dei Berici, invece, passato il temporale estivo delle intemperanze di Sgarbi, il discorso sulle mostre ha preso le dimensioni del megaprogetto pluriennale di Jacopo Bulgarini d’Elci ma non si è interrotta la marcia di avvicinamento al teatro Olimpico di Alessandro Baricco. Uomo della renziana Leopolda fin dalla prima ora, per quanto forse di recente un po’ più tiepido (come certamente è più tiepido di prima il renzismo di Achille Variati), lo scrittore torinese ha scoperto negli ultimi mesi uno sviscerato amore per la scena palladiana, custodita dall’amministrazione di centrosinistra. Tramontata l’ipotesi di una sua direzione artistica del Ciclo (per quanto appaia incredibile, i bene informati sostengono che Baricco abbia riconosciuto non essere il suo mestiere) la nuova “liaison” si concretizzerà con la riedizione di una vecchia idea. Ovviamente attualizzata, multimedializzata, confezionata a puntino secondo i dettami della modernità. E speriamo che per farlo il piatto non pianga troppo: trattasi di investimento a lungo termine, con tutti i rischi del caso.

Lui la chiama “Storytelling dell’Olimpico”. A noi piacerebbe proporre un piccolo concorso fra i lettori di Vvox per trovare la migliore tradizione in italiano del termine. Fatto sta che molti decenni fa esisteva una cosa chiamata “Olimpico Vivo”, inventata dal compianto accademico olimpico Remo Schiavo, scomparso qualche mese fa. Era un modo, appunto, di “vivacizzare” la visita del teatro palladiano, grazie all’apporto di musiche e di un manipolo di attori che proponevano piccoli inserti di tragedie classiche. Lo “storytelling” dovrà mirare a questo, diventare una guida multimediale, una sorta di documentario-spiegazione-interpretazione giocato sui più recenti ritrovati tecnologici, compreso il “videomapping” (vulgo: la proiezione di immagini sul monumento): tutto per far capire meglio in che consista l’’unicità dello spazio olimpico. Una vera e propria produzione cinematografica, una sorta di “sons et lumières” (per par condicio, anche un po’ di francese…) d’autore da utilizzare quando si vuole per rendere diversa l’esperienza della visita turistica. Fare teatro all’Olimpico, ovviamente, è tutta un’altra cosa. Ma non è affare di Baricco.