Venezia, città di fregi, recinti e Diane

A Venezia, nulla di particolarmente “nuovo”? Ecco lo Schiavone, al Museo Correr. Fra gli Splendori del Rinascimento a Venezia, tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano, Andrea Schiavone. Ma «la limitatezza dei dati» invita alla cautela nell’istituire comparazioni. Revisioni e aggiornamenti? Per Vasari, «dico buono, perché ha pur fatto talvolta per disgrazia alcuna buon’opera, e perché ha imitato sempre, come ha saputo il meglio, le maniere de’ buoni». Ipotesi discordanti? Prove d’esordio perdute? Accese stroncature? Solidarietà e sostegno? Speditezza, prestezza, sprezzatura? Anche incisore? Una sua copia del Cenacolo di Tiziano? Considerazioni “diminutive” del livello artistico?

«O machie senza machia, anzi splendori / che luce più di quel che sia lumiera!»… «Macchie o vero bozze, senza esser finita punto»… «Un viluppo quasi inestricabile di dati e ricordi deformati»… «Il timoniere fiero e terribile della nave della Pittura trionfante»… Avarizia delle fonti? Addebitabile alla difficoltà di reperire testimonianze di un’attività artistica legata in buona parte a committenza privata? Né giovano il tempo e il luogo, l’epoca di nascita e la provenienza dalmata? Anche l’assenza dei figli? Un testamento olografo? Diverse confusioni? Varie confusioni, sui cataloghi, a proposito di questo Schiavone.

Anche a causa di sventurate omonimie. E delle brutte abitudini, nei cataloghi dove si procede per annate bibliografiche. E non con un indice dei nomi, semplice da realizzare. «Ineludibile referenza di partenza»… «Domande successive»… «Opere di qualità molto debole»… «In linea con le opere documentabili al periodo estremo»… «Hallucinatory quality»… Si finisce così per aggirarsi tra fregi, recinti, cassoni, Diane, Dafni, Callisti, Giacobbi, Scipioni, Atteoni… Tanti fregi… Ecco, ai Tre Oci, una decina di scatti con Ezra Pound. «Monumentali», nel più alto dei significati.

Non si sapeva che era solo in casa, e ammalato. Dopo un lungo bussare, e un lungo silenzio, aprì la porta, uscì per qualche minuto, e poi rientrò. Senza dire una parola. Una sola. «Sguardo di donna». Ecco dunque, allora, la solitudine, la disperazione, l’aggressività con lo sguardo perso nell’infinito, la drammatica grandezza di un maestoso poeta. Foto di Lisetta Carmi. In confronto, appaiono meno interessanti le foto più o meno intriganti di neri o gemelli o Legione Straniera. E i «che cosa è arte?» o «che cosa non lo è». O le varie immagini «liberate dei vincoli culturali, nonché ideologici».

«Quello che cerco è l’universalità». Alla ricerca, allora, e buona ricerca, fra tutte queste gonne e camicette, bluse e blusette, vestaglie e vestagliette, qui così abbondanti… La Famiglia sembra un’idea fissa di Giuseppe Verdi. Già negli anni giovanili. «Di mia famiglia, l’atroce insulto!». «Siate di mia famiglia, l’angel consolator!». «Signori, in essa è tutta, la mia famiglia!»… E in quanto riguarda i figli, i figli, i figli… «Qual figlia m’abbracciate!»… «Pura siccome un angelo, Iddio, mi diè una figlia!» … «La mia colpevol figlia!»… «Va’ trema, o malcauto vegliardo!»… «Dov’è, dov’è mio figlio! Più non lo vedo!»… «E prega, o madre, prega per me!»… «Il padre mio! Suo padre!»… «No, non è colpevole!»… «Tremendo anatema, che un figlio percuote, chi al padre imprecò!»

Anche sulla verginità delle figlie, c’è poco da scherzare. In nome della Francia, della Fede, o della Vergine Maria… Per ben tre volte, in questa Giovanna d’Arco, alla Scala: «Pura e vergine sei tu?». Ma siccome lei nel silenzio generale il capo asconde e non favella, né sa specificare se il ménage sia stato adulterino o no (ma lei crede che ci sia stato in qualche forma, nonostante la corazza dorata di lui, che ne fa tornare in mente una simile a Parigi).

Viene dunque sacrificata sul rogo, dagli Inglesi, a cui è stata venduta per diecimila scudi d’oro da parte di Giovanni del Lussemburgo. Ma di ciò, tace il libretto. E non solo: perché mai venne santificata addirittura nel 1920? Insomma, pulzella o porcella? Sembra mai possibile che in terra di Francia non vengano escogitate altre soluzioni mediane? Benedizioni, maledizioni, allucinazioni, esaltazioni mistiche, elegie, malanconie, calor bianco, candidi vessilli… Riccardo Chailly risulta ottimo, come i tre protagonisti…

Ma quell’ampio letto sfatto voluto dalla regia suggerisce «voci di dentro» che si risolvono poi in un armonium e triangoli (diavoli) o in arpe e fisarmonica (angeli). E andranno magari benissimo, benché invadenti. Però, rammentano troppo I Bassaridi dell’inaugurazione romana con nomi impossibili come Agave e Antonoe e Beroe e una folla o massa di figuranti abbarbicati, avvinghiati, avvinti… E la durata, poi! Di quell’unico “torso”…

«A me, è piaciuto». No, no, Auden sobrio non lo avrebbe permesso. Me lo ricordo, col suo gin-and-tonic, alla “prima” di Elegy for Young Lovers. Tutto un loden, in albergo a Heidelberg. Mentre il suo amico Chester Kallman discorreva soprattutto di cosacce. Alla mostra milanese su Giotto, si cammina nella più totale oscurità. Percorsi… Spuntano qua e là dei fulgori praticamente magici; privi d’ogni forza di gravità, flessuosi, elastici, però mai genuflessi… Sinuosi, sciolti… Disinvolti martiri, Crocifissi quasi spiritosi… Le smorfie dei dolori, rassicuranti, sopportabili

Alla grande esposizione di Hayez, invece, vasti spazi pieni di luce. Ecco qualcuno che non vuol negarsi niente. Ritratti di atleti. E di nobili borghesi. Donne al pozzo. Consigli di vendetta. Odalische. Bimbi. Rossini. Ecce Homo… Fiori. La sete patita dai Crociati sotto Gerusalemme. L’ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la famiglia. Gentile Bellini presenta a Maometto II il suo quadro con San Giovanni Decollato. Pietro l’Eremita predica la prima Crociata. Donna Francesca Majnoni d’Intignano. Il colonnello Lucini Arese in carcere. Maria Stuarda mentre sale al patibolo. Santa Maria Maddalena penitente nel deserto. Ritratto di Francesco Peloso. Gli sponsali di Romeo e Giulietta procurati da fra Lorenzo. Grovigli di eroi mitologici. Cupido. Atleta trionfale; e addirittura, trionfalistico.

Ma perché quella «penitente»? Celebrazioni e rimembranze, al Macro romano, per Francesco Carraro e Toti Scialoja. Due amici scomparsi. Ricordo Carraro soprattutto mentre accompagnava due anziani critici illustri fuori dal teatrino di Palazzo Grassi. Colpevoli di chiacchierare, durante le esecuzioni. Ma non sapevo che componesse musiche, a sua volta, in segreto. Anche se avevo imparato molto, nella sua casa, palazzo e museo, con molte vetrine. Chissà se Francesco avrebbe accompagnato fuori anche Toti, in seguito a filastrocche intitolate Scarse serpi o La stanza la stizza l’astuzia o Ghiro ghiro tonto…

Alberto Arbasino
“Fregi, Diane e Scipioni. Venezia non é per niente triste”
La Repubblica
22 gennaio 2016

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