Schiave sessuali in Veneto: nuovo boom

Le dinamiche del traffico di donne nigeriane raccontate dagli operatori sociali di Venezia

C’è un canale diretto, tra la Nigeria e l’Italia. Un canale nato oltre trent’anni fa e che non solo non conosce sosta ma ha visto un notevole incremento nel 2015, anno della grande crisi dei migranti. Il fenomeno senza sosta porta il nome di mercato del sesso e continua ad aumentare in termini di persone e di profitti. I risultati, catastrofici, cadono sulle vittime di questa tratta, donne e uomini –ma per lo più donne– che costituiscono vera e propria merce nel traffico di esseri umani. Anche qui in Veneto, a Padova, Mestre, Venezia, Treviso.

Dove inizia. In Nigeria, un luogo in particolare è diventato un vero e proprio snodo di esseri umani in Africa: Benin City. È la città da cui, negli anni novanta, partirono i primi uomini per la raccolta di pomodori nel sud Italia che, una volta testata la grande richiesta di prostituzione, aprirono un canale diretto con la città d’origine. «L’80% delle donne nigeriane che abbiamo incontrato vengono da Benin City, un centro enorme e ricco di arterie nei villaggi circostanti. Le ragazze, sempre più giovani, sono vendute dalle famiglie ai trafficanti per una cifra che si aggira intorno ai 30 mila euro: in realtà solamente 3 mila servono per il viaggio e gli altri incrementano un debito che graverà per anni su queste donne», racconta la dottoressa Pina Di Bari, coordinatrice dell’equipe art.18 del Servizio Anti-tratta di Venezia.

Nel gergo comune si parla di uno sponsor che anticipa il denaro e che consegna un numero di telefono alle ragazze, per quando arriveranno in Italia. Il numero corrisponde a una Madame, che si “prenderà cura” di loro e provvederà a inserirle nel lavoro. Le famiglie, in Nigeria, pensano che questa sia l’unica strada per una vita migliore e quindi accettano di vendere le proprie figlie, mogli, sorelle. Qui non c’è guerra né terrorismo, ma l’impossibilità di vedere un qualsiasi tipo di futuro. La vendita, inoltre, si consuma con un rituale molto importante in cui si compie un vero e proprio sacrificio. «Il target nigeriano è più restio a denunciare non solo per le implicazioni familiari, ma anche per la questione del rito: se hanno il mal di denti, per esempio, le ragazze non lo attribuiscono a una normale causa fisiologica ma a una punizione del juju (sacerdote)», continua la dottoressa. 

Il caso a Padova. Due settimane fa a Padova si è dato inizio a uno dei procedimenti più importanti degli ultimi due anni. L’equipe della Di Bari, che lavora nel Comune di Venezia e ha competenza regionale, è stato chiamato dalla Questura di Padova per una situazione anomala nell’ex caserma Prandina, oggi adibita a ricovero dei migranti. Dopo la visita, tre giovani ragazze nigeriane sono andate con gli operatori e una di loro ha denunciato un trafficante: a seguito della denuncia è stato arrestato un giovane nigeriano e l’incidente probatorio previsto per il 25 gennaio darà, si spera, nuova luce sui fatti e sulle dinamiche di questi gruppi criminali. «C’è stata un’attenzione particolare da parte degli operatori nell’ex caserma, ma non è così frequente il richiamo ai nostri servizi anche per l’enorme numero di arrivi di quest’ultimo anno. Il Comune di Venezia è tra i più innovativi, anche grazie all’esperienza del coordinatore il dottor Claudio Donadel, ex membro della Commissione Interministeriale per il sostegno delle vittime di tratta».

E dopo? Quello che succede una volta che sono entrate in campo le autorità è regolato dall’art. 18 del D.lg. 286/98 convertito nel Testo Unico sull’Immigrazione: l’articolo prevede un rilascio speciale del permesso di soggiorno per chi si sottrae allo sfruttamento, tramite denuncia, e inizia a collaborare. Prima della denuncia si può prevedere un “periodo di riflessione”, che varia da uno a tre mesi in cui la vittima decide se denunciare o fare rientro nel proprio paese. In quest’ultimo caso viene avvisato l’OIM (Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione), ma si tratta di casi molto sporadici. La Di Bari ne ricorda uno recente di due ragazze molto giovani: «erano state ingannate a tal punto da non avere la minima idea di cosa aspettasse loro e, non appena hanno visto cosa le aspettava, hanno richiesto aiuto senza bisogno di intermediari. L’iter prevede la denuncia, la protezione e l’arrivo in strutture protette, i cosiddetti punti di fuga, cui seguirà un processo di inserimento nella comunità prima e nella vita lavorativa poi».

Non è facile, specialmente ora. Lo strumento della protezione internazionale ha paradossalmente incrementato tutti i tipi di arrivi che hanno trovato un canale più economico, quello via mare dalla Libia. Con tutte le perdite di vite umane che ne derivano.