Verdi a Venezia, tradimento e perdono

Alla Fenice lo Stiffelio, “anticipazione” della trilogia popolare su una storia “scandalosa” di adulterio. Poca melodia, ma stringente forza drammatica. Spicca il tenore Stefano Secco

Alla vigilia degli anni che cambieranno la storia del melodramma in Italia (Rigoletto è del 1851, Il Trovatore e La Traviata del 1853), Giuseppe Verdi mette a punto la sua nuova drammaturgia – in progressivo per quanto non lineare affinamento – con una serie di opere che oggi stanno sulla soglia del repertorio o appena dentro. Titoli comunque famosi come Attila, Macbeth o Luisa Miller, che ricorrono con una discreta frequenza nei calendari delle stagioni liriche. Destino completamente diverso è quello di Stiffelio, l’immediato antecedente di Rigoletto (fu rappresentato per la prima a volta a Trieste nel novembre 1850). Caso unico nella vicenda creativa verdiana, quest’opera di lì a pochi anni – dopo una complicata vicenda in cui la censura ha un ruolo centrale – sarebbe “scomparsa” dal catalogo del compositore per rifluire, con varie modificazioni e ampliamenti, in un’opera nuova, intitolata Aroldo. Solo da un trentennio a questa parte – il merito è delle ricerche di Giovanni Morelli, storico della musica a Ca’ Foscari, scomparso prematuramente cinque anni fa – Stiffelio è tornato sui palcoscenici nella sua versione originale, anche se non con la frequenza che meriterebbe. Affossata, un secolo e mezzo fa, dalla scabrosità del suo soggetto (vi si parla di un pastore protestante che scopre di essere tradito dalla moglie, giunge a un passo dal farsi vendetta ma poi decide di perdonarla, peraltro dopo che la vendetta è stata realizzata dal padre della fedifraga), oggi quest’opera fatica a farsi conoscere per quello che è: uno straordinario “incunabolo” della drammaturgia concisa e travolgente che farà la grandezza della “trilogia popolare”, uno “studio preparatorio” nel quale già sono evidenti le caratteristiche del nuovo stile.

Anche qui, infatti, il lavoro dentro alla psicologia dei personaggi e alla sua evoluzione percorre la strada di una nuova concezione delle forme di tradizione, basata sulla costruzione di scene di temperatura drammatica multiforme grazie alla loro stessa articolazione musicale. Anche qui il linguaggio musicale è denso e rapido ma non sommario, plasticamente evocativo armonicamente e sul piano dei colori. Anche qui la “tipizzazione” dei caratteri sulla scorta delle caratteristiche vocali viene elaborata in schemi che diventeranno canonici (il triangolo tenore-soprano-baritono), ma che non costituiscono alcun ostacolo manieristico. E si deve concordare con chi ha osservato che la parte tenorile di Stiffelio è per certi aspetti più avanzata, per stile ed espressività quasi “eroica”, dei corrispondenti ruoli nella “trilogia”, comunque assai più lirici e talvolta brillanti.
Manca, e questo può spiegare il giudizio del repertorio anche dopo la riscoperta, la grande zampata melodica, la confluenza del progetto in una comunicatività capace di affascinare anche oltre l’efficacia del meccanismo drammaturgico. Si esce da Stiffelio senza avere in testa un solo motivo, eccezion fatta per la magnifica e singolare Sinfonia iniziale, con le sue invenzioni timbriche (c’è anche una tromba in funzione quasi solistica). E se si pensa alle miniere melodiche di Rigoletto, Traviata e Trovatore, traboccanti di gemme destinate a diventare elemento fondante della cultura popolare nell’Italia unita, si capisce perché Stiffelio è rimasto sepolto così a lungo.

La Fenice ha un ruolo fondamentale nella riscoperta di questo melodramma (qui lo si ascoltò nel 1985 in parallelo con Aroldo, sulla scorta degli studi di Morelli) e appare a maggior ragione opportuna la sua ripresa nella stagione in corso, peraltro a 28 anni dalla sua ultima apparizione, avvenuta nel 1988. L’edizione attuale si vale della regia cupa, oscura e opprimente, di Johannes Weigand, inserita nella scenografia astratta e metallica di Guido Petzold, nella quale domina una enorme cancellata che solo alla fine del primo atto e nel finale dell’opera si apre per dare una dimensione spaziale meno opprimente al tutto. E del resto, il pulpito da cui Stiffelio pronuncerà il suo perdono è ricavato su una sorta di palo della luce che campeggia sullo sfondo. E tuttavia, Weigand mette a fuoco con una certa efficacia il tormentato confronto psicologico fra i personaggi, musicalmente delineato dal direttore Daniele Rustioni con una tensione drammatica ruvida, a tratti sommaria, ben incisa coloristicamente, che guarda agli “anni di galera” precedenti piuttosto che agli incipienti nuovi sviluppi drammaturgici di Verdi.

La compagnia di canto vede svettare lo Stiffelio di Stefano Secco, abile ad attraversare con equilibrata tenuta una parte di grande estensione vocale, secondo una linea di canto ben rispondente alla complessità del ruolo. La moglie fedifraga, Lina, è interpretata dal soprano californiano (con chiari ascendenti italiani) Julianna Di Giacomo, che non è priva della corda patetica ma quando la tensione drammatica sale (e sale la tessitura) mostra forzature di fraseggio e stimbrature. Ricco di voce ben poco controllata è il baritono Dimitri Platanias, padre di lei; positivi il coro e i comprimari, specie il basso Simon Lim e il tenore Francesco Marsiglia.