Bitonci il Censore e il Gramsci di destra (che non c’é)

Aver azzerato la Fiera delle Parole perché troppo di sinistra é puro autoritarismo. Anche se la sinistra “egemonizza” da sempre

Fiera delle Parole tranciata di netto dal sindaco leghista Massimo Bitonci perché troppo sbilanciata a sinistra: chi ha ragione? A sentire il Censore con fascia tricolore, ha fatto la cosa più naturale del mondo: «Sinceramente, non vedo per quale motivo il sottoscritto, che non più tardi di un anno e mezzo fa è stato votato dalla maggioranza dei padovani insieme con un preciso programma elettorale pure in campo culturale, dovrebbe ora disattendere quel programma e replicare gli eventi culturali delle amministrazioni precedenti». Dopodiché, qualche giorno appresso: «Macché motivi politici. Le polemiche false e spiacevoli di questi giorni sono aizzate dalle solite truppe organizzate che non si sono ancora rassegnate all’idea che il sottoscritto abbia vinto le elezioni». Quanto alla lista degli autori sgraditi, contenuta in una lettera inviata all’organizzatrice Bruna Coscia l’anno scorso dopo l’edizione 2015: «Non è mai esistita alcuna lista nera, nessuno scrittore è stato mai censurato per motivi politici e la Fiera si è sempre svolta secondo i programmi dell’organizzazione, che ha agito in totale autonomia, le richieste di modifica erano motivate sull’opportunità o meno di invitare un autore come Augias, protagonista di due brutti episodi che mi spiace dover ricordare: un copia e incolla risalente al 2009, che ha coinvolto suo malgrado Vito Mancuso, autore insieme ad Augias di “Disputa su Dio e dintorni”. E le dichiarazioni di Giuliano Soria che, in merito ad una nota vicenda giudiziaria, ha detto: “Augias era il più vorace, era addirittura assillante sui pagamenti in nero, sfiorando l’indecenza”». Nella simpatica letterina c’era pure un elenco di scrittori graditi, al sindaco col concetto totale (totalitario?) di cultura: Antonio Martino, ex ministro della Difesa in quota Forza Italia e professore universitario ultra-liberista; Gianluca Nicoletti, conduttore di Melog su Radio 24; Gianluca Giansante, spin doctor del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti; Fabrizio Rondolino, che scrive sulla renziana L’Unità, già firma del Giornale; il cattolico Camillo Langone (rubrichista del Foglio e collaboratore del Giornale), Costanza Miriano, Marco Franzoso e Romolo Bugaro.

Non se ne dovrebbe neppure discutere, se ha ragione Bitonci: ha torto marcio, a eliminare una rassegna che tra l’altro va a gonfie vele (70 mila presenze, a fronte di soli 100 mila euro di costi, di cui la metà coperta dal Comune patavino – che ne ha appena stanziato 150 mila per gli spogliatoi di una struttura privata di paddle). La cultura politicizzata non é cultura: é politica che usa la cultura per fini estranei al libero pensiero, che in quanto tale non è, o meglio non dovrebbe essere ascrivibile ad una parte, una fazione, un partito, ma derivare dall’attività intellettuale individuale. Ché poi questa sia etichettabile di destra o di sinistra (ma Kierkegaard avvertiva: “se mi etichetti, mi annulli”), non é, e non deve essere affare del politico al governo di turno. Punto e a capo. Quando un elettore vota, non vota perché chi amministrerà il bene pubblico imponga perfino il suo gusto e le sue idee nel campo culturale: questo perché siamo in una democrazia che si dice liberale, dove la politica non occupa tutti gli spazi della società, tanto meno quelli relativi alla letteratura e alle arti. La censura, perché di censura stiamo parlando, funzionava alla grande nei regimi autoritari, che ostacolavano l’espressione e la circolazione delle opere non allineate. Bitonci, ponendo il veto, pone un ostacolo a ciò che non piace a lui e alla sua maggioranza per motivi politici. Sissignore, per motivi politici: che altro vorrebbe dire, sennò, legare il rifiuto ad un «preciso programma elettorale»? Eventuali motivi culturali, se fossero culturali, sarebbero altri, ad esempio il giudizio qualitativo sugli autori. Nulla di tutto questo: si tira fuori penosamente una storia giudiziaria di Augias, per altro chiusa. Il resto é, appunto, solo faziosità.

Su un fatto, tuttavia, hanno ragione i sostenitori di Bitonci: la Kultur di sinistra, introiettata dai tempi del Partito Comunista la lezione di Gramsci sull’egemonia culturale (conquistare il consenso convertendo a proprio favore il senso comune, l’immaginario collettivo, la cultura di massa), quando si fa organizzatrice agisce con la logica, altrettanto parziale, di promuovere soltanto autori della propria parte. L’autoreferenzialità, lo snobismo e l’intolleranza del sinistrume, di testa e di penna, sono leggendari e a prova di bomba. Ma hanno il loro rovescio nell’incapacità dell’intellettualità destraiola di fare non diciamo altrettanto, ma quanto meno di darsi una svegliata e fare un minimo di gruppo, così da contrapporre alle efficienti macchine da guerra di sinistra un po’ di eventi e organizzazione culturale di destra. Ma gli autori destrorsi sono, da sempre, individualisti, e perciò hanno quel che si meritano. Pur tuttavia non può essere un politico con smanie censorie a dover stabilire, d’imperio, l’equilibrio che manca. Il manuale Cencelli, se già era un obbrobrio in politica, in cultura diventa un’offesa all’intelligenza. Speriamo che Sgarbi, nell’annunciato Festival sull’Islam che intende realizzare sotto il naso dell’anti-islamico Bitonci, dia fondo al suo narcisistico bisogno di provocare e pianti un bel casino al sindaco, invitando qualche autore “maledetto”. Sarebbe una giusta nemesi.