Merkel padrona d’Europa, io sto con Renzi

Fa il bullo, commette errori, fa rimpiangere persino Monti e Berlusconi, ma questa volta la battaglia del premier é giusta. Zaia lo segua

Questa volta sto con Renzi, decisamente. A prescindere dai suoi comportamenti e dai suoi errori. Quando lo vedo andare in Europa con quell’aria da bulletto di periferia, rimpiango Monti: ha fatto disastri ma almeno non ci faceva vergognare. Quando lo vedo scherzare e abbracciare i suoi colleghi, rimpiango Berlusconi. Facevamo figure da chiodi, ma almeno, data l’età e il patrimonio, qualcosa si poteva pure permettere. Quando lo sento dire: l’Italia merita rispetto, giro canale. Uno il rispetto lo ottiene; quando lo rivendica, vuol dire che prende atto che non c’è. Per non parlare degli errori, su tutti uno: la Mogherini. Ha fatto una battaglia contro tutta l’Europa per ottenere la carica più inutile, improduttiva e controproducente per l’Italia, solo per poter dire: ho vinto. Risultato: ora, quando servirebbe, se la ritrova contro. Debole com’è, deve fare la scolaretta ubbidiente della Commissione per ottenere qualche foto con i grandi, dopo che le questioni le hanno risolte (o viepiù ingarbugliate) la Merkel e il suo maggiordomo Hollande. Avesse mandato a quel posto Enrico Letta, avrebbe avuto un interlocutore più serio e affidabile. E pensare che ci avevano offerto la presidenza del Consiglio europeo!

E tuttavia, questa volta, Renzi ha ragione da vendere. Di questa Europa non se ne può proprio più. Di questa Europa, in cui tutte le regole, guarda caso, tornano a vantaggio della Germania, non ne possono più neanche i più incalliti europeisti (Corriere della Sera 2 dicembre 2012, Michael Backaus intervista Angela Merkel, che ammette: «Nessuno trae maggiore vantaggio dall’Europa di noi tedeschi»). Anzi, proprio questi per primi. Occorre prendere atto che questa Merkel, che molti giornali italiani continuano a osannare (guai se non ci fosse, l’Europa sarebbe allo sbando!) è una grande, insopportabile opportunista, senza uno straccio di visione strategica, disposta, per una sua rielezione, a mandare a picco l’Unione Europea e tutti gli altri 27 Paesi. Una che naviga a vista, ben accomodata sulla nave delle riforme che le ha costruito il suo predecessore Schröder, cui i probi tedeschi l’hanno fatta pagare mandandolo a casa. Riforme cui la Merkel non ha aggiunto un et e che anzi, per pura convenienza, sta lentamente, pezzo a pezzo, smantellando (vedi l’intervista di Giuliana Ferraino a Kurt Lauk presidente del Consiglio economico della Cdu e consigliere della Merkel, Corriere della Sera 15 agosto 2014). Non per niente della Merkel Kohl, nel 2011, ebbe a dire: «Se non hai una bussola, se non conosci i valori su cui ti fondi e non sai dove vai, e per questo sei incapace di leadership, allora vuol dire che hai abbandonato la continuità della politica tedesca solo perché non la capisci» (Corriere della Sera, 25 agosto 2011). E Kohl la conosce bene, eccome se la conosce! Noi ci mettiamo del nostro, per insipienza, dabbenaggine, pressapochismo, ma non è possibile che tutte le regole siano a pro della Germania (e del valvassino Holland) e contro di noi. Non è più accettabile.

Delle prove? Lasciamo stare l’ultimo discorso sulle banche. Sarebbe troppo lungo parlarne. Parliamo dell’aiuto alla Grecia. Dopo averlo fatto diventare, per compiacere i propri elettori, un problema mondiale, alla Merkel è riuscito un capolavoro. Facendo finta di aiutare i poveri greci, ha semplicemente trasferito il debito greco dalle banche francesi e tedesche ai popoli europei. Così l’Italia, le cui banche avevano crediti per 7 miliardi di euro, si è trovata sul groppone 41 miliardi, che si sono aggiunti al nostro debito pubblico. La Francia, le cui banche erano esposte per 79 miliardi, se l’è cavata con 48,5 miliardi. Ma le banche tedesche e francesi non avevano dato crediti alla Grecia per “solidarietà”, no, avevano finanziato le esportazioni francesi e tedesche. Così i cittadini italiani, alla fine, hanno finanziato, con il proprio bilancio statale, le esportazioni francesi e tedesche alla Grecia, sistemi d’arme compresi. E poi ci meravigliamo se Hollande fa il cameriere alla Merkel? Solo con quell’operazione ha avuto la sua paga per gli anni che gli restano. Per quella stessa operazione il governo Berlusconi, debole di suo, fu fatto cadere. Aveva osato sollevare qualche obiezione.

Alla Merkel per poco non davano il Nobel per la pace quando, improvvisamente, ha allargato le braccia e ha detto: tutti i siriani a me. Come a dire: a me la Siria, il Sud Sahara all’Italia. Così volevano gli imprenditori tedeschi, molto interessati a una manodopera qualificata e con poche pretese. I siriani, come è giusto, l’hanno presa in parola. Allora ha chiuso le braccia e ha rinunciato al Nobel. È la Grecia la colpevole, perché non difende le sue frontiere. Isoliamo la Grecia. Brava. Così i siriani arriveranno tutti in Italia. E dovremo tenerceli perché la Merkel pretende che li fotosegnaliamo e quindi ce li teniamo. E intanto vuol dare i 3 miliardi di euro a quel galantuomo di Erdogan perché si tenga quei siriani che lei tanto voleva. E sì, perché gli industriali tedeschi comandano, ma non hanno voti. I voti li hanno i bavaresi che ne hanno le scatole piene. E noi dovremo finanziare ancora per quota parte il regalo che Merkel vuol fare a Erdogan. Si chiama Unione Europea, questa? No, si chiama Europa tedesca.

Io sto con Renzi, ma so già che non ce la farà. Perché, dietro di sé non è vero che ha i 50 milioni di italiani che dice di avere. Quando sono in ballo interessi vitali, i tedeschi ci sono, gli italiani si sbranano tra di loro. Basta solo vedere cosa scrive Il Giornale della famiglia Berlusconi. Pur di dare addosso a Renzi, difende la Merkel. E poi abbiamo Grillo e Salvini che, insieme, valgono più di dieci madornali infrazioni alle norme comunitarie.

Se c’è, poi, una Regione in cui un corretto rapporto con l’Europa è vitale, questa Regione è il Veneto. Schiacciata ai confini da due Regioni a statuto speciale, con un enorme residuo fiscale che va alle regioni meno efficienti, con un apparato produttivo in diretta concorrenza e colleganza con quello tedesco, il Veneto dovrebbe mostrare il più acceso interesse per il tentativo di Renzi. Non c’è neanche un timore di bottega a frenare: messo com’è, anche se Renzi facesse miracoli come Padre Pio, il Pd in Veneto non vincerebbe. E allora Zaia si metta in scia. Lasci perdere Salvini e le sue utopie. Riuscissimo a strappare qualcosa, il primo ad avvantaggiarsene sarebbe proprio il Veneto.