Giornata della Memoria e gli zingari di Schio

L’annuale ricordo dello sterminio nazista degli ebrei deve servire a combattere i razzismi di oggi. Altrimenti é un rito vuoto

L’altro ieri a scuola abbiamo parlato della “soluzione finale”. Forse l’abisso della storia. Perché non è stato un raptus, una reazione istintiva, ma una razionale, efficiente, industriale, progettata costruzione di una fabbrica della morte, il cui obiettivo fu il deliberato tentativo di estinguere un popolo. Nei campi di concentramento non morirono solo 6 milioni di ebrei, ma 250mila zingari, decine di migliaia di omosessuali e centinaia di migliaia di persone, ree di avere valori politici diversi. L’eliminazione fisica di tutte le diversità: etniche, religiose, sessuali e politiche. Il trionfo di una irrazionalità razionale perché luciferina ma diabolicamente organizzata.

La domanda fondamentale rimane sempre la stessa: come ha potuto il popolo tedesco, il più colto d’Europa, aderire ad un progetto così folle? Si, perché secondo gli storici l’autentico consenso dei tedeschi per il regime hitleriano era arrivato anche al 90 per cento. La miglior risposta rimane quella che ci ha offerto Hanna Arendt. La filosofa tedesca viene inviata a seguire per un giornale americano il processo in Israele ad Eichmann, un dirigente nazista che si occupava di organizzare i trasporti dei deportati verso i campi di concentramento. La Arendt descrive il tedesco come un uomo normale, forse mediocre e non troppo intelligente, ma un uomo normale. Questo scandalizza il mondo intero, gli ebrei e i difensori dei valori democratici si aspettavano che venisse descritto come un mostro, una manifestazione demoniaca. Definire qualcuno come un mostro significa però considerarlo altro da ciò che siamo, e autoassolversi, considerarsi immuni. Invece come ripeteva Primo Levi: ”è accaduto e quindi può accadere ancora”.

La filosofa a questo punto ci spiazza perché ci dice che il responsabile di tutto ciò non è una lontana incarnazione satanica, ma… il buon padre di famiglia. Questo è potuto accadere perché in Europa gli uomini si sono ritirati nella dimensione privata, hanno accettato l’inaccettabile per la loro sicurezza, per una buona paga, per un buon posto. Hanno barattato lo spirito critico con un pasto caldo. E poco a poco l’uomo si adatta a tutto, comincia a tollerare l’intollerabile, scende gradualmente lungo una china che ne modifica radicalmente il sistema di significati, trasformando i disvalori in valori. Questo è ben più forte, perché se Eichaman non è un mostro, significa che è dentro di noi, che anche noi siamo dei potenziali nazisti. E’ accaduto e quindi può accadere ancora.

Nella pagina Facebook di “Sei di Schio se…” qualcuno ha postato la foto di un camper parcheggiato all’ospedale di Santorso, con due persone che mangiavano un panino di fronte. I proprietari, secondo le testimonianze, erano zingari e avevano addirittura compiuto il reato di parcheggiare in un parcheggio e di mangiare un panino. La fiumana dei commenti non si è fatta attendere: “perché nessuno chiama i vigili? Perché accettiamo che quei bastardi stiano lì? Infami!”. Alla sera una bravissima persona che conosco e che fa il parcheggiatore all’ospedale ha timidamente scritto: «da giorni quelle persone vengono a trovare un loro parente ricoverato e pagano regolarmente il parcheggio». Allora una cosa deve essere chiara: attaccare delle persone che non hanno compiuto nessun reato semplicemente perché appartengono ad una etnia si chiama razzismo. Non ci sono sfumature possibili e nemmeno altre definizioni possibili.

Santificare il giorno della memoria significa condannare ogni episodio di razzismo. Ricordare e meditare, per poi vigilare e pubblicamente intervenire. Altrimenti la memoria viene tradita. Altrimenti non è che una ritualità vuota, inutile flatus vocis, non sono che parole al vento.