Variati e Manildo, i gemelli dell’autogoal

I due sindaci Pd del Veneto, svicoloni nati: il vicentino sul Tav, il trevigiano sul caso Caldato

Ma ci sono o ci fanno? Ci fanno, ci fanno, purtroppo. Sono i soli due sindaci di capoluogo del Pd rimasti in Veneto, l’avvocato Giovanni Manildo a Treviso e il bancario Achille Variati a Vicenza, entrambi renziani di più o meno leale osservanza (a meno di non considerare già con Renzi pure il loro omologo di Verona, Flavio Tosi detto Er Stampella – del governo, si capisce). In comune hanno la faccia: tosta, tostissima. Vediamo perché.

Cominciamo dal vicentino, che rappresenta tutto ciò che resta dell’antica religione dei Jedi rumoriani. Sul nodo di attraversamento della cosiddetta alta velocità a Vicenza, con i recenti incontri pubblici ha reso plastica ed evidente la sua conversione ad U: il voto del 13 gennaio 2015 che disse sì a certe condizioni al progetto Rfi (di fattibilità, ma senza tutti i passaggi obbligati giuridicamente infattibile) non vale più, perché da un lato è venuta mancare già da qualche tempo la spinta politica di referenti scomparsi (l’ex ministro Lupi) o alleati in declino (Tosi), dall’altra, ed é notizia decisiva fresca di giornata, il privato Iricav 2 promotore dell’opera, presumibilmente per evitare a Rfi procedure europee d’infrazione, ha finalmente dato il via alla Via, la Valutazione d’Impatto Ambientale. Assolutamente necessaria, e che rinvia per lo meno di un anno l’intero percorso, mettendo un frego sopra la montagna di chiacchiere contraffatte da faraonici piani (leggetevi l’ultimo dei molti articoli del nostro Venosi, e inorridite). Variati di straforo l’ha anche ammesso di essersi sbagliato, e ora passa la palla ai tecnici Rfi passando virtualmente al di qua del tavolo, dopo aver appoggiato l’ipotesi di nuova stazione in zona Fiera che è il vero busillis di tutta l’operazione, perché é l’unica cosa che veramente interessa agli sponsor del Tav in salsa berica. I trombettieri che hanno suonato la grancassa del progetto De Stavola (“entro il 31 dicembre 2015 apertura dei cantieri sulla tratta Verona-Vicenza”) dovrebbero andare a nascondersi in qualche tunnel ferroviario.

Veniamo al trevigiano, che quando non sa che pesci pigliare, si acquatta e non si muove. Abbiamo dato conto della versione della consigliere comunale Mariastella Caldato sul perché, non ancora chiaro, della quarantena in cui è stata messa. Lei sostiene che all’origine della valanga che la sta schiacciando, riducendola sull’orlo dell’espulsione dal Pd, c’é un suo “gran rifiuto” alla proposta di ristoro alle spese elettorali del sindaco, idea che non la convinceva per nulla dal punto di vista legale (qui l’intervista alla Caldato). Non solo: secondo lei, Manildo e il suo vice Grigoletto non avrebbero neppure versato al partito il 10% degli emolumenti da amministratori, dato che nessuna carta lo comprova. Abbiamo chiesto spiegazioni al sindaco. Risposta: non intende replicare nulla su nulla. Forse Manildo e la sua portavoce non lo sanno, ma una non smentita equivale ad una conferma. Detta col vernacolo: chi tace acconsente. Dunque dovremmo prendere atto che le accuse, politicamente gravi, della Caldato nei confronti del primo cittadino e del Partito Democratico di Treviso sono vere. E in ogni caso dovremmo dedurne che, citando Sciascia, Manildo quando passa la china si fa juncu, quando lo investe la piena si fa canna, piegandosi in un no comment che sa di facile fuga.

E assumersi la responsabilità delle proprie azioni? Ha fatto la fine dell’araba fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Di sicuro non lo sanno Variati e Manildo.