Etruria e trame massoniche, pista veneta a S. Bonifacio

Sarebbe veronese (con un addentellato vicentino) la cooperativa che avrebbe fornito il paravento societario ad una misteriosa attività di dossieraggio su cui indaga la procura di Perugia

“«Valeriano Mureddu, il 46enne sardo che ha presentato Flavio Carboni a papà Boschi, fabbricava dossier su aziende e persone. Su chi indagava e per conto di chi lavorava?». Mureddu è accusato di avere messo su «una specie di associazione segreta, un servizio segreto parallelo». Quando gli investigatori nel marzo del 2014 sequestrano quei documenti lui li avverte così: «Non toccateli è meglio per voi»”. Sono queste le parole precise con cui Dagospia a metà mese riprende e rilancia un lungo approfondimento che il quotidiano Libero dedica ad uno dei mille rivoli dell’affaire Etruria. Il quale vede coinvolto tra i tanti Pierluigi Boschi, babbo di Maria Elena ministro Pd delle riforme.

In questa girandola di nomi compare anche quella dell’imprenditore Flavio Carboni. Quest’ultimo negli anni «ha intrattenuto rapporti con personaggi controversi quali l’agente segreto Francesco Pazienza, il capo della P2 Licio Gelli, il boss mafioso Pippo Calò, l’ex gran maestro della massoneria Armando Corona», nonché con l’allora «imprenditore Silvio Berlusconi, di cui è stato socio in affari per il progetto Costa Turchese». Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia «Flavio Carboni e Licio Gelli si erano occupati di numerosi investimenti di denaro sporco per conto di Pippo Calò, che curava gli interessi finanziari del clan dei Corleonesi». Antonio Mancini, esponente della banda della Magliana divenuto collaboratore di giustizia, dichiarò che Carboni costituiva «un anello di raccordo tra la banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e gli esponenti della loggia P2 di Licio Gelli». Carboni, nonostante il suo curriculum borderline e le inchieste tuttora in corso per lo scandalo P3, è sempre uscito indenne dai processi che lo hanno toccato, a partire dal processo Calvi. Con una unica pesantissima eccezione, quella di una condanna a 8 anni per il crac dell’Ambrosiano. Così racconta il Corsera del luglio 2010.

Sempre il quotidiano Libero, prontamente rilanciato da Dagospia, spiega che Mureddu organizzò alcune riunioni nell’ufficio romano di Carboni con Boschi senior al fine di trovare un direttore generale per Banca Etruria. Il tutto con l’obiettivo di trasformare la popolare Etruria (che per un periodo è stata anche nel mirino di BpVi) in una spa che sarebbe poi finita nell’orbita di un fondo del Qatar. Tuttavia, sempre secondo Libero, a Mureddu (sotto inchiesta ad Arezzo per associazione per delinquere, contrabbando e una milionaria evasione fiscale), l’operazione col partner mediorientale non riuscì per il niet di Bankitalia. Mureddu avrebbe da tempo fatto perdere le proprie tracce. Di più, il 46enne sardo è indagato pure dalla procura di Perugia per violazione della legge Anselmi (quella sulle associazioni segrete come è stato il caso di alcune logge massoniche).

In questa cornice avrebbe avuto a che fare con la preparazione di alcuni misteriosi dossier che ora sono finiti all’attenzione dei magistrati. La cucina della attività di dossieraggio sarebbe stata un anonimo capannone in provincia di Arezzo, sede periferica di una cooperativa dedicata alla sicurezza per la quale è stato scelto un nome un po’ trombonesco (vanità o segnale in codice, lo potranno appurare le toghe) quello di Sia, ovvero Security intelligence agency. La coop ha giustappunto una base in Toscana in un capannone occupato da una carrozzeria. Ma la sede principale, e questa è una pista che conduce dritta verso il Veneto, è nel Veronese: per la precisione a San Bonifacio  in località Ritonda 77/a (in foto uno scorcio della frazione).

A quell’indirizzo però non si trova nulla che corrisponda ai documenti depositati presso le Camere di Commercio. Anche perché, coincidenza o altro sarà il futuro a dirlo, in quella località i numeri civici sono assenti o sembrano assegnati a casaccio. Tra relitti stradali, capannoni mezzi dismessi, officine apparentemente in disarmo e case cadenti o sfitte, è stato impossibile per chi scrive reperire il recapito della cooperativa (che dalle carte risulta inattiva per giunta) la quale ha come rappresentante legale tale Gianluca Cetoloni nato nel ’74 a Montevarchi. Tra bar e vicinato nessuno ha detto di conoscere la Sia (che in dialetto veneto si pronuncia come la Cia, ovvero la Central intelligence agency americana): con la sola eccezione di un uomo di mezz’età che ha suggerito a chi scrive di lasciar perdere «quelle persone, alle quali è meglio non dare fastidio».

Tra i soci della Sia, così racconta Libero, figurerebbe poi anche un detective privato di Vicenza, Mario Marchetto, con ufficio al 155 del centralissimo corso Palladio. Il mistero si infittisce, poiché una volta contattato il telefono che il database di Infobel.com assegna all’agenzia di investigazioni di Marchetto (anche questa risulta inattiva), la cortese signora che ha risposto ha negato di avere alcunché a che fare con Marchetto, motivo per cui è stato al momento impossibile avere lumi dal diretto interessato. Su ciò che si potrebbe celare dietro la veronese Sia sta ora indagando la procura umbra. Ed è proprio da Perugia che potrebbero giungere novità sui collegamenti con il contesto veneto. Fra l’altro in luglio era stato il ministro degli Interni Angelino Alfano ad indicare San Bonifacio tra quei comuni del Veronese in cui la prefettura sta svolgendo accurati controlli per appurare la presenza di imprese legate alla ‘ndrangheta.