Tabaccaio condannato, sto con la giudice

Il commerciante padovano é una vittima che si é resa colpevole, mentre il ladro era un colpevole diventato vittima. Ma la sentenza é equilibrata, e il linciaggio contro la toga é ignobile

La condanna del tabaccaio di Correzzola (Padova) a 2 anni e 8 mesi per eccesso di colposo di legittima difesa ha scatenato il solito putiferio politico e mediatico: legittimo o no punire chi difende la proprietà (la casa o, in questo caso, il proprio lavoro) anche uccidendo? Quattro anni fa Franco Birolo sparò a morte contro il ventenne Igor Usru, un moldavo che assieme ad una banda di connazionali tentò di svaligiare nottetempo il suo negozio. La giudice Beatrice Bergamasco, accogliendo la proposta dell’accusa che dall’ipotesi di omicidio volontario é passata all’eccesso di difesa (arrivando a chiederne l’assoluzione per inconsapevolezza), ha scelto di condannarlo perché, nonostante la tensione di quegli attimi, ci é pur sempre rimasto secco un uomo. Non c’é bisogno di conoscere il signor Birolo per capire che non siamo di fronte ad un delinquente ma ad un cittadino aggredito che ha reagito d’istinto (questa la sua versione a caldo: «Ho visto una sagoma davanti a me. Ho gridato “Fermi, fermi ladri”. Poi, all’improvviso, ho sentito qualcuno alle mie spalle… Ha scavalcato il bancone alla mia sinistra, me lo sono ritrovato vicino… E ho sparato»). E non c’é bisogno di essere dottori in giurisprudenza per capire che chi l’ha giudicato lo ha fatto contemperando i suoi diritti (la sentenza non é certo pesante, sotto i tre anni in galera non si va) con quelli dei familiari del ladro accoppato (che saranno risarciti con 225 mila euro alla madre e 100 mila alla sorella).

Stante la legge vigente, la giudice Bergamasco non pare averla violata o male interpretata. Ha quindi operato bene. E invece ora si trova sotto sorveglianza di polizia, dopo la caterva di insulti e minacce ricevute fra i commenti al post su Facebook scritto dal segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, intitolato «Io sto con il tabaccaio»: un indegno linciaggio, con promesse di andarla a prendere a casa, di spedirle un proiettile, di subire quel che è toccato a Birolo, con contorno di violenze sessuali. A Padova i leghisti sono corsi a impossessarsi politicamente del caso: il sindaco Massimo Bitonci bulleggiando un «se capita a me io sparo, come ha fatto Franco»; il segretario padovano del Carroccio, Andrea Ostellari, proponendo un “Patto per le legge”, un tavolo con magistrati, avvocati, giuristi e docenti per ripensare il reato di legittima difesa, in modo che chi difende i propri beni, affettivi e materiali, possa fare fuoco senza rischiare conseguenze in tribunale; infine l’assessore regionale Roberto Marcato, una star televisiva nel genere “sicurezza & far west”, che sintetizza così il tutto: «Se c’è pericolo, io ti ammazzo. Condanno le minacce al magistrato, ma questi devono smetterla di fingersi una casta super partes».

E dagli con la storia della casta. Sì, certo, anche i magistrati ne formano una come lo sono, quando sono “arrivati”, i notai, gli avvocati, i giornalisti e tutte le altre corporazioni di questo Paese di mafie e camarille. Ma nel merito della vicenda Birolo, dove sarebbe la degenerazione di casta? Cosa ci sarebbe di “castale” nella sentenza di cui stiamo parlando? Quindi di che diavolo parla Marcato? Bene, benissimo che i leghisti vogliano cambiare la legge. Ma finché non sarà diversa dall’attuale, evitino le cacce alle streghe e le cavalcate demagogiche sulla pelle di cittadini onesti e di disonesti morti, finiti con un colpo di pistola comprensibile ma non giustificabile, data l’evidente sproporzione fra reato (il furto) e la fine che ha fatto Usru. Hanno ragione quando denunciano, come ha fatto il presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti, il fatto che «lo Stato non è in grado di garantire la sicurezza dei cittadini», e ha ragione chi, senza farsi tante illusioni, è conscio che in ultima istanza solo il cittadino può garantire la propria autodifesa (specie con i governi, compresi quelli partecipati dalla Lega, che hanno tagliato a man bassa i fondi alle forze dell’ordine lasciandole, spesso letteralmente, a piedi). Ma allora rendiamo più esigenti i requisiti di addestramento per possedere e usare le armi da una parte, e dall’altra organizziamo e finanziamo meglio polizia e carabinieri (ma perché dobbiamo tenerci due, anzi con la Guardia di Finanza tre, corpi di sicurezza?). Sono i politici, a dover prendere provvedimenti.

Invece se la prendono con il giudice, esponendolo alla gogna. Ma sono anni e anni che la politica fa strame del rispetto istituzionale per la magistratura. E’ di pochi giorni fa l’ultimo attacco, identico a tanti altri, di Berlusconi: «cancro della democrazia», l’ha chiamata ancora una volta. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha citato a sproposito nientemeno che Jean-Jacques Rousseau e ha invocato, se capiamo bene, una giustizia alla Barabba, col giudice che sentenzia in base agli umori popolari: «Come scriveva Rousseau nel contratto sociale, è il popolo che delega le istituzioni a rappresentarlo. Il sentimento popolare della legittima difesa va quindi riconosciuto fino in fondo». Un passetto ancora e siamo al “tribunale del popolo” e ai processi di piazza. Il tabaccaio Birolo é una vittima diventata colpevole, mentre il ladro Usru é un colpevole diventato vittima. Ma l’unica che non é colpevole di niente é la giudice Bergamasco. Non deve diventare vittima. Io sto con la giudice.