BpVi e Veneto Banca, cause a ex vertici e revisori

Il fronte legale delle azioni risarcitorie é in ebollizione. Una fase delicata, in particolare per BpVi. Parlano gli avvocati

«Rispetto le azioni legali, ma credo siano un approccio sbagliato. Più la gente andrà dagli avvocati, più ci sarà incertezza, più l’azione varrà di meno. Se la banca ha commesso errori ne prenderà comunque atto dal punto di vista giuridico». L’ad di Banca Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, fa leva sulla speranza dei 117 mila soci di ritrovarsi in mano qualcosa in più di una manciata di polvere, del loro vecchio pacchetto azionario, dopo la triplice rivoluzione (trasformazione in spa, quotazione in Borsa, aumento di capitale da 1,5 miliardi) che l’assemblea del 5 marzo prossimo sancirà con percentuali che lui, naturalmente, si augura siano bulgare come il 97% di sì plebiscitato a dicembre in Veneto Banca. I mercati, nazionali e stranieri, guardano a tutto, anche a come e in quale misura il passaggio epocale sarà approvato e andrà in porto. Per questo nell’attuale, delicatissimo frangente, con molti correntisti che hanno trasferito i propri conti in altri istituti e la spada di damocle di quei 975 milioni di euro di azioni finanziate dalla banca stessa in cambio di fidi, Iorio e il presidente Stefano Dolcetta cercano in tutti i modi di spandere fiducia e ottimismo a piene mani: perché se qualcosa, nel clima d’opinione e nell’immagine di rilancio, va anche solo un po’ meno liscio di come dovrebbe andare secondo i loro piani (bilancio 2015 presentato il 9 febbraio, annuncio del prezzo per il diritto di recesso quindici giorni prima dell’assemblea, sì trionfale il 5 marzo, in primavera ingresso in Borsa e aumento di capitale con fondi esteri ma anche qualche investitore locale sennò addio residuo collegamento col territorio, altra assemblea straordinaria entro giugno per il rinnovo totale delle cariche di vertice, cioé cda e collegio sindacale), la BpVi rischia di restarci tramortita. E non per modo di dire.

Il timore di Iorio é che, sulla pira di quel miliardo scarso di scambio azioni-fidi su cui pende l’indagine della magistratura per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza ed estorsione (il triplo rispetto a Veneto Banca, giusto per dare un’idea), si abbatta una valanga di denunce in tribunale che, se dovesse aumentare esponenzialmente di volume, potrebbe travolgere i 339 milioni accantonati come fondo rischi legali. E’ quanto sostiene l’avvocato trevigiano Sergio Calvetti, uno dei più attivi sul fronte giudiziario delle due popolari venete (e associativo: fa parte dell’Associazione Soci Popolari Venete, assieme a Francesco Celotto e a Matteo Moschini, non più presieduta da don Enrico Torta ma da Enzo Guidotto): «Iorio ha grossissimi problemi con il consorzio di garanzia capitanato da Unicredit che sta svolgendo la due diligence per verificare l’aumento di capitale: davanti ad un massiccio ricorso ad azioni legali, potrebbe gettare la spugna. Sa com’é, con un eventuale contenzioso di 2 o 3 miliardi sulla testa…». Calvetti si sta muovendo in una direzione precisa: «Nessuno, o almeno non io, intende fare causa alla banca, ma non per quel che dice Iorio, ma perché c’è il rischio di non portare a casa un centesimo. A fare causa sono coloro che sono stati finanziati per l’acquisto di azioni, che vogliono l’estinzione integrale dell’operazione». Ma se non contro la banca, contro chi allora? «Contro tutti le persone fisiche responsabili, cioé l’intero cda, i dirigenti e il collegio sindacale, contro Banca d’Italia e Consob, e contro la società di revisione. Preciso che quel che prendo é una percentuale a risarcimento del maltolto ottenuto».

Un altro legale in trincea è l’avvocato Renato Bertelle, dell’Assocazione Nazionale Azionisti Banca Popopolare di Vicenza (messa in piedi assieme allo storico anti-zoniniano Alessandro Dalla Via), che per primo si é messo denunciando l’ex presidente Zonin e la passata gestione della popolare vicentina. «Io mi muovo con denunce penali per truffa, false comunicazioni sociali e aggiotaggio nei confronti di tutti, dalla banca in quanto tale al cda ai sindaci ai revisori, e anche di associazione a delinquere per quanto riguarda questi ultimi tre soggetti. L’intenzione dei miei clienti è di veder tornare indietro una somma corrispondente al prezzo pagato per le azioni o per il finanziamento concesso a seguito della richiesta di vendita delle azioni». Bertelle lamenta che «nell’ultimo periodo la banca sta negando la concessione dei dossier titoli per “motivi tecnici”. Ma non mi fermo di certo per questo».

Lo studio Zanvettor Bruschi punta invece su un altro metodo: «ci sono alternative che evitano la lunghezza delle cause ordinarie. La nuova procedura di mediazione, ad esempio, consentirà di chiudere causa fino a 500 mila euro in pochi mesi» (La Stampa, 13 gennaio 2016). «Il limite delle controversie è di 500mila euro ma l’intermediario è obbligato a presentarsi e la decisione deve essere presa in 90 giorni (…) Presumiamo sia una partita da giocarsi in alcuni mesi. In caso di lodo positivo si eviterebbe la causa, perché la banca è obbligata a conformarsi al lodo e fare il risarcimento. E’ una novità, dunque, che riduce le tempistiche della causa che oggi dura una media di quattro anni. Quello che consigliamo, comunque è di fare sempre il reclamo, perché le prime fasi sono fondamentali» (Il Mattino, 24 gennaio 2016).

Chi si appella al «realismo» è l’ex magistrato Giovanni Schiavon, uno dei rappresentanti dei piccoli soci di Veneto Banca. Ma senza chiudere del tutto la porta alle azioni legali, piuttosto cercando di circoscriverle ad un solo oggetto di denuncia. «L’unico contenzioso che ritengo praticabile è contro la società di revisione e contro la Consob: qualcuno doveva pur controllare, no? Ma non si può far causa a tutti, perché non conviene per i costi e perché, diciamolo, da dove li prenderebbero i soldi? Le “class action”, invece, a parte che non sono previste, sono infondate e pericolose, per i soci e per la banca. Quanto alle azioni di responsabilità verso gli ex amministratori, sarebbe una battaglia contro i mulini a vento: cosa cambierebbe ammesso e non concesso che ci si potesse rivalere sui patrimoni di Consoli e Trinca o di Zonin? Sono azioni dimostrative e inutili. Attenzione: non voglio assolvere nessuno, ma bisogna rendersi conto della realtà».