Svuotare Camere di Commercio? A una condizione

Carrozzoni o erogatori di servizi indispensabili? Il governo Renzi vuole di fatto abolirle. Il Veneto risponde con accorpamenti, ma la sfida é sul registro imprese

«Un incarico di grande responsabilità soprattutto in un momento in cui le risorse del sistema camerale sono sempre meno. Una responsabilità, ma anche una sfida che vogliamo vincere per rendere il sistema Unioncamere del Veneto ancora più forte di prima. E, per far questo, dovremo dare servizi sempre più all’avanguardia a favore delle nostre imprese». Sono queste le testuali parole usate a metà dicembre dello scorso anno da Giuseppe Fedalto, fresco di nomina alla presidenza di Unioncamere Veneto. Parole che, a una lettura superficiale, paiono di pura circostanza, ma che di circostanza non sono perché da almeno un anno e mezzo il sistema italiano delle Camere di Commercio, enti di diritto pubblico benché interamente finanziati dalle imprese private, é nel mirino con l’accusa di sprechi e inefficienze. Non sono pochi, infatti, coloro che identificano tale sistema come l’ennesimo carrozzone di stampo italico.

CORE BUSINESS
Come si sa il core business camerale è costituito dall’anagrafe delle imprese, un registro completo e dettagliato costantemente aggiornato. E’ il vero fiore all’occhiello. In questo treno con locomotrice virtuosa però ci sono altri vagoni che non godono dello stesso blasone: si pensi agli scandali dei corsi di formazione, gestiti non di rado in sovrapposizione con quelli offerti dalle categorie economiche o con la Regione. Per non parlare delle ricorrenti polemiche sulle Camere viste come centrali di spesa: un esempio su tutti, la girandola dei costi patiti anni fa dall’ente camerale vicentino per l’acquisizione della nuova sede in zona Pomari. Ancora diverso invece è il tema degli studi e della elaborazione dati, per i quali Unioncamere da un decennio ha acquisito una posizione di rilevanza, anche sul piano della elaborazione sociostatistica grazie a Venetocongiuntura.it. C’é poi il corposo capitolo relativo alle informazioni sui mercati esteri, ai bandi (dedicati per esempio alle start up), ai fondi per progetti mirati, all’attività di divulgazione e convegnistica, al ruolo “politico” di crocevia fra associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche: un elenco di cui si può avere un’istantanea sul sito di Unioncamere del Veneto, per stare alle nostre latitudini. Ma anche qui, c’é chi pensa che quasi tutte queste funzioni potrebbero essere assorbite dalle confederazioni di datori di lavoro, come Confindustria Confartigianato e Confcommercio (che forniscono servizi simili, se non del tutto sovrapponibili), lasciando alla singola azienda la libertà di finanziarli iscrivendocisi o meno. Eliminando così alla radice possibili clientelismi locali (o meglio, facendoli eventualmente passare in campo privato, dove lobby e consorterie sono affari, per l’appunto, privati).

ACCORPAMENTI E TAGLI
Nella regione che fu della Serenissima le Camere di Commercio sono 6, ognuna per provincia (su 105 in totale in tutto il Paese, dati 2014), con la eccezione di quella di Venezia che da diversi mesi ha accorpato anche quella di Rovigo. Un sistema che nel 2015 aveva censito nel Veneto 439.000 imprese registrate ed attive. E che aveva elaborato, tra le tante, altri dati importanti come il 30.000 euro di Pil pro capite su base Istat, 140 milioni di Pil sul monte nazionale, un 7% di disoccupazione e 13 mila ore di cassa integrazione.
L’attuale orizzonte è quello di un ulteriore accorpamento sino a 3 enti su tutto il territorio veneto. Questa almeno era la tendenza che stava maturando a fine 2015. Bisognerà vedere se il nuovo presidente Fedalto (in foto) manterrà la linea abbozzata dal suo predecessore Ferdinando Zilio. Il quadro generale di un sostanziale dimagrimento lo ha già definito l’esecutivo, che ha previsto un’agenda che detti i tempi della riduzione dei contributi obbligatori che le imprese debbono agli enti. È un report di Unioncamere Veneto a ricordare la volontà del governo Renzi di ridimensionare il corpaccione camerale: «la legge di riforma della pubblica Amministrazione varata dal governo, … prevede tagli in capo agli enti camerali, partendo dalla riduzione del diritto annuale, che diminuirà gradualmente nei prossimi tre anni: del 35% per cento nel 2015, del 40% nel 2016 fino ad arrivare al suo dimezzamento rispetto alla cifra attuale nel 2017».

REGISTRO AL GOVERNO
All’inizio della Seconda Repubblica gli enti camerali avevano fatto incetta di partecipazioni pubbliche e para-pubbliche nei cui cda venivano spartite poltrone, prebende e relative spese (basterà ricordare le partecipazioni autostradali, aeroportuali o in infrastrutture monstre mai nate, come il Cis di Montebello). Ora dovranno inevitabilmente asciugare numerosi pacchetti di controllo, anche solo per fare cassa. Ed è in questa partita però che il governo vorrebbe inserirsi nuovamente per rendere facoltativo il contributo obbligatorio, azzerandolo di fatto. Palazzo Chigi sostiene che l’obbligatorietà della iscrizione sia una incombenza ben onerosa per le imprese, specie le piccole che stanno per nascere. E pertanto una sua cancellazione o quanto meno un trasferimento della medesima anagrafe in carico al Ministero dello Sviluppo comporterebbe uno sgravio sulle aziende, e di conseguenza una loro maggiore competitività.

CONDITIO SINE QUA NON
«Sui carrozzoni e sulle ruberie che per anni hanno ammorbato il ventre delle Camere di Commercio in tutto il Paese si potrebbe scrivere un tomo. Come lo si potrebbe scrivere sul dispregio per il merito con cui in certe Camere si scelgono funzionari e dirigenti – confessa a Vvox.it  un alto funzionario del Ministero dello Sviluppo – In questo senso è giusto fare piazza pulita». Quest’ultimo tuttavia aggiunge un ulteriore elemento: «Attenzione però a chi sta usando strumentalmente il vessillo della semplificazione delle Camere per abolire i fatto il registro delle imprese. Si tratta di una strada pericolosissima per il Paese per tre motivi». Quali sarebbero?«Il primo: senza tracciabilità sugli assetti societari si favoriranno le società che si comportano scorrettamente con fornitori e clienti. In Italia la giustizia civile è moribonda e l’unica forma reale di tutela che hanno le aziende sane è quella della prevenzione fatta verso i partner commerciali, in primis sulla base dei dati camerali. Il secondo grave rischio è quello per cui per le autorità tributarie sarà molto più difficile aggredire quelle imprese chi si comportano male col fisco. Terzo: senza un registro correttamente tenuto sarà una pacchia per i capitali illeciti e, per quelli mafiosi in particolare, imbastire operazioni di riciclaggio su vasta scala. In questo senso il Veneto, data la natura pulviscolare del suo tessuto imprenditoriale, è la regione più esposta assieme a Emilia e Lombardia. Il registro delle imprese è un patrimonio che ci invidiano pure i tedeschi». Traduzione: se si vuol togliere il registro alla Camere di Commercio, ri-trasferirlo sic et simpliciter alle cancellerie dei tribunali com’era fino al 1993 non può essere la soluzione ottimale, visto lo stato perennemente pietoso in cui versa la burocrazia giudiziaria italiana. Minori costi non deve equivalere a minore efficienza. Il governo, con il passaggio dell’anagrafe imprese allo Sviluppo Economico, dovrà garantire quest’ultima, come conditio sine qua non per il progressivo svuotamento del sistema camerale italiano.