Tabaccaio colpevole, quella sentenza é ingiusta

La decisione della giudice (da rispettare, non da insultare) che ha condannato il commerciante padovano per aver ucciso un ladro é un messaggio devastante

Il direttore di questo giornale online, con la giovanile irruenza che gli è propria, si è buttato, anima corpo e visceri, a difendere la giudice Beatrice Bergamasco. La cosa gli fa indubbiamente onore. Mentre il suo amato popolo del web diluvia improperi, insulti e minacce, mettersi dalla parte dell’Associazione Nazionale Magistrati e delle Camere Penali non è impresa da poco. La sua posizione, tra l’altro, non è povera di ragioni.

La vita umana è sacra. Il suo valore non è misurabile. A prescindere. Questo è l’insegnamento più alto della nostra civiltà e delle sue radici cristiane. Se lo Stato rinuncia a uccidere chi ha sciolto un bambino nell’acido o chi ha dato fuoco alla sua donna incinta, non è pensabile che si possa uccidere per difendere una tabaccheria. Dove si ferma lo Stato, unico legittimo detentore dell’esercizio della forza, non può proseguire il privato, se non è in immediato pericolo di vita, lui e i suoi cari; o ritiene, in buona fede, di esserlo. Anche se, sarebbe il caso di non scordarlo mai, in quei momenti è assai improbabile riuscire a essere lucidi, razionali e conseguenti. Se quella giudice ha ritenuto in coscienza di dover prendere quella decisione, ha fatto bene a prenderla e non deve essere né insultata né minacciata. E bene ha fatto il direttore a schierarsi dalla sua parte. Tuttavia, nella vicenda del tabaccaio Franco Birolo vi sono alcuni aspetti che suscitano interrogativi su cui vale la pena di riflettere. Con serenità, senza alcuna pretesa di avere ragione a priori, senza doversi schierare per forza dalla parte dei colpevolisti o degli innocentisti.

La prima anomalia. In questo caso la pubblica accusa aveva proposto al giudice terzo l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Il giudice, invece, ha condannato. Magistrati e avvocati, accorsi in difesa della Bergamasco, hanno dichiarato: «Questa è la normale dialettica processuale». Vero. Sta di fatto, però, che due operatori del diritto, due magistrati, due funzionari che lo Stato paga per interpretare e applicare le leggi, sono arrivati, partendo dalle stesse leggi, a due conclusioni diametralmente opposte. Ed è strano, stranissimo che la pubblica accusa proponga di assolvere e il magistrato giudicante condanni. Buon senso comune vorrebbe, e meglio accetterebbe, che fosse il contrario. Perché è vero, anche se è largamente disatteso, che anche il pubblico ministero dovrebbe vagliare con la stessa attenzione e lo stesso rigore gli elementi a favore e quelli a sfavore dell’imputato, ma sarebbe normale che questo delicato compito fosse svolto con ancora maggiore attenzione e cognizione di causa dal giudice, che si dice terzo proprio rispetto sia all’accusa che alla difesa.

Si potrebbe osservare: in fondo accusa e giudizio sono due mestieri diversi. La risposta è no. In Italia no. Negli altri Paesi sì, da noi no. Ogni volta che in Italia qualcuno solleva il problema della separazione delle carriere, i magistrati reagiscono con veemenza e, dimentichi di tutte le volte che auspicano che l’Italia impari qualcosa dagli altri Paesi, rivendicano la bontà della nostra eccezione. E proclamano la unicità della funzione. Bene. Così, tra due o tre anni, quel giudice potrebbe diventare un pm e quel pm un giudice. Se questo scambio fosse già avvenuto, il tabaccaio Birolo sarebbe stato assolto. È proprio questo che sconcerta i cittadini: la giustizia roulette, la ruota della fortuna. Se esce il nero hai perso, se esce il rosso hai vinto: colpevole o innocente. Ed è per questo che sempre di più, quando si sente l’espressione «certezza del diritto», ai cittadini vien voglia di sogghignare. E qualcuno ha detto che vi è più certezza nella critica letteraria che nell’applicazione delle leggi. E non vale neppure la solita scappatoia con cui ormai, in Italia, si risolvono i problemi, almeno a parole: dando addosso ai cosiddetti “politici” che non fanno le leggi che ci vorrebbero. No, le leggi ci sono eccome! È interpretando la legge che il pm Benedetto Roberti è parso dar ragione agli innocentisti, che la giudice Beatrice Bergamasco ha dato ragione ai colpevolisti. Cosa si vuole di più?

C’è poi un altro aspetto che sconcerta: il risarcimento ai famigliari. Se quel tabaccaio avesse messo sotto il giovane moldavo con la macchina sulle strisce pedonali, non penso che il risarcimento sarebbe stato di molto superiore. Ma quel giovane non era sulle strisce andando a fare un onesto lavoro, stava commettendo un reato. Lo Stato, in questo caso, si sostituisce alla RCA e assicura i ladri nell’esercizio del loro “lavoro”. Sono molto curioso di leggere le motivazioni della sentenza. Spero che allontanino questa impressione. Di sicuro c’è un fatto. Noi non immaginiamo neppure il devastante messaggio che una sentenza come questa trasmette a tutti i delinquenti stranieri che sono già in Italia e a quelli che si apprestano a venire. Lì, se rubi, e magari ti fanno fuori, sei almeno assicurato. Lasci ai tuoi cari una cospicua eredità.