Pd veneto, polveriera Verona

Mentre in tutta la regione i focolai di divisione ardono senza sosta, nel capoluogo scaligero l’inciucio sotterraneo con Tosi avanza. Tutti i retroscena

Difficoltà a smaltire la batosta patita alle regionali 2015? Diatribe interne? Malanimi personali mai sopiti? Lotte di potere? Pressioni lobbistiche? Probabilmente c’è un po’ di tutto questo nei mal di pancia interni al Pd veneto, che a giorni alterni si trasformano in bile allo stato puro. Le eco della querelle nella Marca trevigiana sono ancora avvertibili, dopo che tra la pasionaria Mariastella Caldato e gli aficionados del sindaco Giovanni Manildo sono volati stracci e ipotesi di espulsioni. A Palazzo Ferro Fini il capogruppo Alessandra Moretti deve rintuzzare le accuse di un nutrito gruppo di parlamentari che l’ha presa di mira per una presunta combìne nel valzer di poltrone che ha interessato le partecipate, e di rimando ha scritto una lettera in cui risponde per le rime. Nel Veneziano non si sono spente le braci della polemica – vedi il recentissimo caso dei due ex dc accusati di non aver appoggiato Casson – tra l’ala iper-governativa (o di “sistema”) del partito che è accusata da pezzi della vecchia guardia e della sinistra di base di flirtare col sindaco civico di centrodestra Luigi Brugnaro, a partire dal domino in corso per il dossier Grandi Navi. Sempre in Regione si registra una visione diametralmente opposta (che ormai sa di divisione) sull’affaire Pedememontana. Il quale vede sempre la Moretti spalleggiare il proseguo dei lavori nonostante le nubi nere che si addensano all’orizzonte e il campione del raggruppamento ecologista del partito, Andrea Zanoni, che ad ogni censura della Corte dei conti sulla Spv spara a palle incatenate sull’opera.

Per ultima, ma non da ultima, c’è la situazione incandescente a Verona, dove il capogruppo Pd Michele Bertucco, alfiere di una opposizione «dura ma mai aprioristica», al sindaco ex leghista Flavio Tosi, patisce i colpi felpati della collega di banco Orietta Salemi (che lo accusa di essere troppo duro con la giunta tosiana), che  oltre ad essere segretaria del partito nella città di Giulietta e Romeo è pure consigliere regionale. Ed è proprio il fronte veronese che nei prossimi mesi, in preparazione alla campagna elettorali per le comunali 2017, potrebbe diventare il vero banco di prova per saggiare la tenuta di un partito in crisi di nervi e di identità.

Il motivo è semplice. Tosi sta perdendo consensi, voti, truppe e colonnelli, che scappano a gambe levate dal vicolo cieco in cui si é infilato per essersi staccato dal centrodestra senza passare, per lo meno non armi e bagagli, al centrosinistra. Ma a meno di possibili elezioni anticipate, un suo supporto alle prossime comunali potrebbe essere salvifico per contrastare un centrodestra a trazione leghista che almeno sulla carta parte con una incollatura scarsa di vantaggio. Ma c’è un però. Fino a l’altro ieri Tosi era il leghista di estrazione destrorsa, poi maroniano, ma pur sempre il segretario veneto del Carroccio. Ora che il quasi ex primo cittadino si è politicamente imborghesito e “democristianizzato”, un abboccamento con lui è diventato il mantra di un pezzo del Pd, che sotto la guida del segretario provinciale Alessio Albertini ha iniziato un fuoco di fila contro chi a Tosi fa un’opposizione senza sconti, e cioé Bertucco. Il quale oltre a difendersi da solo, ha potuto contare sul micidiale fuoco di sbarramento della compagine guidata dal deputato scaligero Vincenzo D’Arienzo.

Ora, a Verona il segretario Albertini è il vero artefice di questa “strategia della tensione” tesa a sbocciare in un accordo più o meno sottinteso con Tosi, o alle sue spalle c’è qualcun altro? L’eminenza grigia dietro Albertini sarebbe da tempo stata identificata nel deputato Gian Pietro Dal Moro. Classe ’58, schivo, defilato tra i banchi della commissione agricoltura, i bene informati lo definiscono «un apparatčik astuto e dotato di una buona capacità di manovrare sia in termini politici che di corridoio». Con due grandi limiti: un carisma non particolarmente brillante e una presa sul territorio altrettanto fiacca, in termini di capacità di intercettare voti. Con i chiari di luna che sta attraversando il governo Renzi, a Montecitorio già si parla di come assicurarsi la rielezione, soprattutto nel caso in cui il referendum costituzionale ratifichi la cancellazione del Senato così come è stato finora nell’Italia repubblicana.

Così, in un contesto in cui la riconferma tra gli scranni parlamentari per chi gode di poco appeal sul territorio passasse attraverso la blindatura nel listino bloccato, Dal Moro si sarebbe costruito un ponte che giunge sino al segretario del Pd Matteo Renzi. Ma al premier l’onorevole non sarebbe mai potuto arrivare direttamente; tanto che sarebbe passato attraverso la collega di aula e compagna di partito Alessia Rotta, giornalista di Telearena (uno dei feudi mediatici di Tosi), la quale come volto rampante del Pd da tempo è data, politicamente parlando, in strettissimi rapporti col sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti, il Gianni Letta di Renzi, il grande tessitore nel cosiddetto giglio magico.

Ma quale sarebbe la dote che Dal Moro avrebbe portato o vorrebbe portare a Renzi, grazie alla quale finire sotto l’ala del segretario in vista delle prossime politiche? Potrebbe essere proprio la stampella, importante ma non decisiva, che i senatori di fede tosiana hanno garantito la maggioranza parlamentare quando questa ha dovuto affrontare gli scogli della riforma costituzionale e quelli della sfiducia al ministro per le riforme Maria Elena Boschi. In questo contesto la contropartita (cinismo di Renzi permettendo) che avrebbe chiesto un Tosi sulla via del tramonto, sarebbe per il momento la sopravvivenza della giunta veronese. E in futuro, un uno strapuntino, per Tosi e magari qualche suo residuo fedelissimo, in qualche ente governativo o comunque di rilievo, in attesa di tempi migliori.

Tuttavia, come mai nei confronti di questa cordata a geometria variabile che farebbe capo a Dal Moro si è creato un così ampio fronte di scontenti? Uno dei motivi principali starebbe nella sonora sconfitta che il Pd veronese ha patito alle ultime regionali. Una terra che ha portato un solo consigliere di marca Pd (la Salemi) a palazzo Ferro Fini. Il tutto mentre lo stesso Dal Moro, con una manovra di corridoio, avrebbe fatto in modo che il partito non concedesse la deroga dei due mandati al candidato con più esperienza e presa sul Veronese, ovvero l’ex consigliere Franco Bonfante. Sullo sfondo, il renzianissimo segretario regionale Roger De Menech rimane a guardare.