Bpvi e Veneto Banca, l’arcipelago dei piccoli soci

In vista dell’assemblea BpVi a marzo, le posizioni dei gruppi di rappresentanza si differenziano. Non senza qualche polemica intestina

Il giro, anzi il girone è finito. Niente di infernale, ma di frustrante sì: le associazioni di piccoli soci che sono andate a colloquio con Francesco Iorio e Stefano Dolcetta, ad e presidente della Banca Popolare di Vicenza, non si aspettavano certo di ricevere chissà quali novità, men che meno positive per gli azionisti comuni. La linea di Iorio (perché é lui che comanda, Dolcetta fa un po’ da foglia di fico per il “territorio”) è granitica: si va a raccogliere capitali in Borsa per salvare la banca dal fallimento, e lo si fa senza nessun particolare riguardo per i soci attuali e storici. Al mercato come al mercato, à la guerre comme à la guerre. Il 5 marzo l’assemblea – l’ultima con voto capitario di una popolare che continuerà a chiamarsi così solo di nome ma non più di fatto – dovrà ratificare la trasformazione in spa e lo sbocco borsistico deciso dall’alto, dalla Bce. Questo si aspetta Iorio, punto e basta. Quanto a Veneto Banca, dopo l’assemblea bulgara di dicembre che ha visto trionfare l’ad Diego Carrus, la tensione è talmente scesa che all’incontro di ieri con don Enrico Torta, il prete-simbolo della protesta, non si è presentato Carrus ma il suo vice Barbisan, giusto per dire. In generale, i comitati dei piccoli sono tutt’altro che uniti, e il 97% di sì alla spa-aumento capitale-quotazione a Montebelluna rischia di essere per Vicenza un precedente a prova di rovescio.

«Iorio ci ha detto che di incentivi ai soci si può parlare solo per singoli casi, ma non so quanto sia un’affermazione veritiera: a cosa e a chi si riferisce? E comunque ha escluso che ci saranno preferenze per i vecchi soci». Renato Bertelle é, assieme all’anti-zoniniano storico Alessandro Dalla Via, l’esponente di punnta della “Associazione Nazionale Azionisti BpVi”, che riunisce l’Utas (Unione Titolari Azioni Svalutate), il gruppo di Dalla Via, un gruppo di soci di Prato e uno di Udine, la Casa del Consumatore di Schio, l’Unione Sindacale di Base (rappresentata da Simone Bassotto). In tutto «più di 1500. Altroconsumo ci ha detto che possiamo parlare anche a nome loro, ma poi non ci ha fatto sapere più niente». Se votare sì o no alla spa e alla ricapitalizzazione in Borsa, il giudizio per ora é sospeso: «aspettiamo la pubblicazione dello statuto, del bilancio e del prezzo di recesso». La sua associazione era entrata nel coordinamento unico di quelle che rappresentano i piccoli delle due popolari venete, ma il tono è scettico: «Ci vorrebbe unità per andare in assemblea BpVi con sufficiente forza contrattuale, ma qualcuno ha mire politiche». Chi, non lo dice. Si chiede però che fine abbia fatto l’associazione dell’avvocato Arman, incentrata a Valdobbiadene nel Trevigiano: «non si è saputo più nulla, si è staccato. Anche don Torta mi risulta defilato, se non dimesso».

Andrea Arman guida l’Associazione Associati Banca Popolare di Vicenza (i lettori cerchino di non confondersi, con sigle tanto simili), con 110 iscritti. L’incontro con i vertici della popolare vicentina non gli ha decisamente cambiato la vita: «non credevamo e non crediamo nei miracoli, al momento ci si deve confrontare… sui massimi sistemi. Abbiamo fatto un po’ salotto, diciamo». In seguito alla svalutazione delle azioni ci sono famiglie rovinate, anziani sul lastrico, imprese con l’acqua alla gola. «Posso dire che Iorio è stato molto duro, e sinceramente non abbiamo nessuno strumento per dire se faccia bene o faccia male. Bisogna comunque aspettare il bilancio, di qui il fatto che non abbiamo dato ancora indicazioni se votare sì o no in assemblea». Arman vede nero: «E’ una grande tristezza vedere la sottomissione psicologica e la frustrazione cronica dei veneti. D’altronde, la base sociale degli azionisti che vengono agli incontri informativi é mediamente attempata, e anche i giovani sono poco determinati. La gente è allo stremo psico-morale. E poi ci giunge addirittura voce che la banca stia contattando anche gli ex dipendenti…». Quanto all’arcipelago associativo, la situazione secondo Arman é la seguente: «tranne l’uscita dal coordinamento del gruppo di Francesco Celotto, é invariata. E per la verità col gruppo di Bertelle e Dalla Via non ci sono mai stati rapporti molto stretti, son sempre stati autonomi: noi abbiamo invitato loro ai nostri incontri, loro invece ai loro, no. C’é anche da dire che Bertelle ha finalità simili a quelle di Calvetti (Sergio, legale trevigiano molto attivo nel fronte dei No Spa, ndr)», che di mestiere fanno entrambi gli avvocati seguendo anche cause contro istituti bancari, popolari venete comprese.

Il succitato Celotto, bassanese, è presidente dell’Asev (Associazione Sviluppo Economia Veneto), e il suo gruppo è denominato Associazione Soci Popolari Venete, con 600 soci. Lavora fianco a fianco con gli avvocati Calvetti e Matteo Moschini, e ora come presidente ha Enzo Guidotto, siciliano da molti anni trapiantato a Castelfranco, promotore dell’Osservatorio Veneto Anti-Mafia. «Mettere in piedi una lista per un rappresentante nel cda della Bpvi? Difficile arrivare alla soglia statutaria, che è il 2,5% del futuro capitale. Significa contare su 50 milioni di euro, una cifra troppo alta. Di incentivi Iorio non parla, a differenza di Bolla in Veneto Banca, che ha accennato al bonus share, un premio per quelli diventati soci negli ultimi anni che tenessero le azioni per altri tre. Di votare sì o no alla spa non abbiamo parlato. Ad ogni modo, questo cda su cui grava ancora l’ombra di Zonin se ne deve andare, via tutti, dal primo all’ultimo. Quanto a Veneto Banca, l’8 febbraio ci vedremo con Carrus». Celotto è stato uno dei più accaniti fautori del no per Veneto Banca (di cui possiede azioni), ma dopo il plebiscito di sì la linea pare correggersi: «Meglio portare valore per l’azionista, oltre al no bisogna fare proposte». Ed è anche l’anima più critica nel mondo dei comitati: «Il coordinamento non ha funzionato, per il solito difetto veneto del campanilismo. Chi lo presiede, don Torta, è strumentalizzato da qualcuno, pensa che siamo tutti suoi chierichetti». Alle critiche di chi lo accusa di essere lui a strumentalizzare la vicenda banche per tornare nell’agone politico (Celotto é stato un grillino di punta a Bassano), lui controbatte per le rime: «A perseguire finalità politiche sono semmai Arman o Miatello (Patrizio, uno dei più vicini a don Torta, ndr) o Ugone (Luigi, presidente di “Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza”, ndr): i primi sono indipendentisti, il secondo è un Forcone. A proposito: Ugone cosa propone, oltre a dire no? E chi paga tutte le serate che fanno ogni settimana in giro per il Veneto?».

L’associazione capeggiata da Ugone (quasi 400 soci) é effettivamente attivissima e instancabile, con una media di 2-3 riunioni serali ogni settimana. «Questa settimana ne abbiamo 7», puntualizza con orgoglio lui. «Abbiamo incontrato Iorio assieme all’economista bocconiano Lugano e i rappresentanti dello studio legale Filippini di Verona, che ci seguono come consulenti. La nostra posizione é stata chiara: il piano industriale presentato dal cda che rappresenta ancora Zonin é moralmente e socialmente invotabile». No alla spa, dunque: «non vogliamo andare al bagno di sangue mettendoci solo il nostro, di sangue. Senza credibilità e trasparenza, non è più una banca. Quindi siamo ancora più convinti per il no». Contrapposizione frontale, anche perchè la controparte non concede nulla: «abbiamo chiesto l’istituzione di un fondo di solidarietà, ma ci è stato risposto che non possono fare niente». Sulla comunione d’azione e d’intenti delle varie anime della ribellione, Ugone è tranchant: «non c’è alcuna divisione, a parte un paio di associazioni che brandiscono il no per poi trasformarlo in sì. Per il resto, siamo in contatto anche con Futuro 150 (che raggruppa 130 soci più grossi e mira ad un posto al sole nel cda della BpVi, dichiarando di aver raggiunto già il 3,5% del capitale, ndr)». A Celotto che lo addita di politicizzazione e di mancanza di propositività, Ugone non replica: «chi fa polemiche vuole dividere, le rispedisco al mittente. Noi abbiamo un piano industriale che presenteremo. E le nostre attività ce le autofinanziamo».

Interpellato, il presidente onorario del Coordinamento delle associazioni, don Torta, non si espone: «le critiche non mi toccano, anzi non mi fanno né caldo né freddo. Resto come figura di garanzia morale». L’esito dell’incontro con Barbisan, il vice di Carrus, lo rimanda sbrigativamente al comunicato ufficiale e stop. Più loquace Patrizio Miatello: «in mailing list abbiamo 350 soci di Veneto Banca e 420 di Banca Popolare di Vicenza. Chiarisco che del Coordinamento fanno parte il gruppo di Arman, “Noi che credevamo…”, quello di Bertelle, i consumatori di Adusbef, Confedercontribuenti e Codacons. Sinceramente mi dispiace per le critiche che hanno Celotto e Moschini». Miatello sintetizza lo stadio a cui è arrivato il dialogo coi vertici di Montebelluna: «Ci hanno assicurato che manterranno le promesse, e cioé fare luce sul passato e garantire i soci, anche se non si sa come. D’altronde, possono parlare dall’alto di quel 97% di sì in assemblea a dicembre…». Una sentenza popolare di sconfitta per i No Spa che, con tutta evidenza, fa parlare di «realismo» a Giovanni Schiavon (associazione piccoli soci di Veneto Banca, aveva votato sì a dicembre), nel senso di limitare allo strettamente fattibile le richieste e gli obbiettivi (che invece, per quella dei grandi soci “Per Veneto Banca”, si indentifica apertamente nel chiedere due posti in cda). Ed é una sconfitta di cui si fa forte anche Iorio per passare indenne alla boa assembleare di marzo.