Perahia, la verità di Beethoven

Al Quartetto di Vicenza l’unico concerto veneto del grande pianista americano. Uragano di applausi

Un po’ ironico e un po’ serio, quando parlava della sua Sonata per pianoforte op. 106 Beethoven dimostrava di essere perfettamente conscio di quanto questa composizione fosse avanzata rispetto alla sua epoca, non solo perché tecnicamente difficilissima, ma perché “concettualmente” ardua al punto di essere astrusa. Così, per esempio, aveva scritto al suo editore tedesco ammettendo che avrebbe dato del filo da torcere ai pianisti quando finalmente avrebbero provato a suonarla, mezzo secolo più tardi. E addirittura aveva autorizzato un suo  amico, che trattava a Londra per la pubblicazione in Inghilterra, a farla stampare senza uno o perfino due movimenti. In apparenza smentendo così il suo rigore di artista del tutto consapevole del suo genio e mai disposto a fare un passo indietro.

In realtà, Beethoven sapeva benissimo che questa Sonata sarebbe rimasta qualcosa di unico nella musica del suo tempo (noi oggi sappiamo che è unica considerando l’intera storia della musica europea), ma presentiva anche la complessità della sua “fortuna”, lungo una vicenda esecutiva che è iniziata davvero solo verso la fine dell’Ottocento (e quindi 60-70 anni dopo la composizione, avvenuta nel 1818) e ancora oggi non conosce certo la popolarità di altre composizioni pianistiche (per non parlare delle Sinfonie). Il fatto è che suonare l’op.106, altresì nota come “Hammerklavier” (che peraltro vuol dire soltanto pianoforte), significa oggi per ogni esecutore entrare nel tempio di una vera e propria religione, il Classicismo “soggettivo”, che accomuna, al di là del gusto e dello stile, sommi autori di epoche diverse come Bach, Schubert,  Brahms. Una religione che ha avuto come adepti – pur se con minore esclusività – anche personaggi come Haydn o Mozart.

In questa prospettiva, appare quanto mai raffinato ed esclusivo il programma con cui Murray Perahia ha celebrato il suo ritorno a Vicenza quasi 20 anni dopo la sua ultima volta (allora si presentò con l’Orchestra da camera di Padova) e quasi 30 dopo la prima, che risale al 1988. Al teatro Comunale, per la stagione della Società del Quartetto, il pianista americano ha impaginato il suo concerto come una sorta di viaggio quasi iniziatico, con l’obiettivo di addentrarsi fra i misteri dell’op. 106. Nella prima parte, allora, si è passati dalle misteriose e altere Variazioni in Fa minore di Haydn alla drammatica e tutta interiorizzata Sonata in La minore K. 310 di Mozart. Pezzi che vanno oltre il clima “Sturm und Drang” del secondo Settecento perché hanno una profondità di pensiero che è solo interiore, individuale, espressiva e non rappresentativa. Questa particolare “preparazione” all’op. 106 si è conclusa con un florilegio di cinque brevi pezzi pianistici scelti fra le raccolte che Brahms consegnò alle stampe in tarda età, pochi anni prima di morire. Tre Intermezzi, una Ballata, un Capriccio: assorte riflessioni intime, che solo la trasparenza del suono e la nitidezza della forma strappano dalla severità di un’interiorità senza sorriso.

Nella lettura di Perahia, la Sonata op. 106 è apparsa “sintonizzata” sulla stessa lunghezza d’onda della prima parte, in un mondo sonoro “universale”, in cui Mozart, Beethoven e Brahms possono sembrare contemporanei. La sua particolarità, tuttavia, è la sua monumentalità: una costruzione che sembra non avere limiti fisici, nella quale l’irruenza eroica del primo movimento si sottopone alla metamorfosi del turbinoso Scherzo prima di approdare alla metafisica profondità dell’Adagio, che si rispecchia in un procedimento variato senza fine. Alla fine invece si arriva. È la Fuga a tre voci “con alcune licenze”, sbalorditivo capolavoro in cui il rigore si piega all’invenzione, non senza formidabili contrasti armonici, e lo stile del passato e del presente si fondono definitivamente.

Murray Perahia nella schiera dei pianisti “classicisti” è da sempre fra i più raffinati ed eleganti. Al Comunale di Vicenza ha dimostrato che il suo magistero è oggi affinato alla luce di un pensiero profondo e colmo di forza comunicativa, che si espande in un suono probabilmente senza eguali per la sua poetica e rivelatoria “verità”. Si tratti di Haydn o Mozart, di Brahms o del supremo Beethoven del tardo stile, Perahia trasporta la metafisica delle ardue invenzioni musicali sul terreno di un’immediatezza appassionante eppure superbamente controllata anche nelle sottigliezze del fraseggio e nella gamma finissima delle dinamiche, senza mai cali di tensione. Fino a far diventare la Sonata op. 106 “chiara e distinta” senza che per questo cessi di essere tempestosa e misteriosa, perfino sconvolgente. Dal vivo, fuori dalla sala di registrazione, un’impresa che riesce soli ai grandissimi.
Uragano di applausi da un teatro al gran completo e numerose chiamate a proscenio per Murray Perahia. Niente bis: dopo la Sonata op. 106, suonare qualcos’altro – ammesso che l’energia non sia prosciugata – non avrebbe senso.