Chi comanda nella musica? Non tu

Download, streaming e social network fanno pensare ad una “democrazia dell’ascolto”. Ma é un’illusione ottica

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Chi scorgeva nella digitalizzazione della musica l’avvento di una “democrazia degli ascoltatori” dovrebbe parzialmente ricredersi. Non c’è dubbio che lo streaming e i social network hanno permesso a milioni di artisti di accedere al più grande pubblico mai raggiunto nella Storia, un uditorio universale, intergenerazionale e teoricamente più libero dei tradizionali media. Chi ascolta sceglierebbe autonomamente le proprie preferenze musicali senza passare attraverso l’ingombrante filtro delle grandi etichette discografiche.

Un quadro piuttosto generico suddivide grossolanamente i canali di fruizione musicale in due aree: allo spettacolare e imponente mainstream si contrappone l’antagonista e ruggente scena indipendente. Da sempre, le major discografiche spargono il proprio verbo servendosi dei più influenti canali di diffusione. I contenuti, si sa, spesso sconfinano dall’ambito strettamente artistico: l’esposizione del corpo stampata sulle prime pagine sulle riviste, la presenza televisiva e radiofonica in cui l’esibizione artistica è il coronamento finale di una rituale intervista o la quotidiana narrazione di se stessi attraverso i profili sui social network. Questi elementi di strategia comunicativa (che non sono gli unici) concorrono a creare una sovraesposizione che seduce il pubblico e rende perennemente visibile il musicista di turno. Anche senza parlare di musica.

Sbracciarsi per ottenere un certo grado di notorietà sui media è una ambizione molto diffusa tra  giovani musicisti. I talent sono diventati una delle principali porte di accesso al successo: la tenace gavetta per esibire il proprio talento è sostituita dalla sensazione che la svolta e la notorietà possono arrivare improvvisamente. E l’ascoltatore é diventato spettatore: una rivoluzione copernicana.

Risultati? E’ da almeno tre lustri che si vendono sempre meno dischi. Dalla masterizzazione artigianale tra amici, la pirateria si è estesa a macchia d’olio per farsi globale e peer-to-peer. La legislazione che si è scagliata contro la condivisione della musica ha sperimentato, un po’ in tutto il mondo, un imbarazzante fallimento dei tentativi di repressione. Ascoltare intere discografie gratuitamente ha permesso ai musicisti di rimanere a stretto contatto con il proprio pubblico: tuttavia, per quanto possano essere romantici i discorsi sulle passioni, anche l’industria culturale è un settore economico come altri e, in quanto tale, servono milioni a palate per alimentare il sistema.

Dopo il successo dei download store (come ITunes), che consentono di acquistare facilmente anche un singolo brano piuttosto che un intero album, è iniziata la stagione d’oro dello streaming (come Spotify e indirettamente Youtube). Il trend degli ultimi anni prelude ad un pubblico disposto a pagare un esiguo abbonamento mensile o a sopportare le réclame che si insinuano tra un brano e l’altro. I dischi diventano oggetti di collezione o di culto; acquistare una copia digitale diventa obsoleto rispetto alla straordinaria possibilità di accedere ad un archivio di canzoni imponente in ogni istante e da ogni luogo.

L’orizzonte dell’industria discografica sembra avere raggiunto una struttura molto più stabile. Sebbene il potere dello schiacciare il tasto play su Spotify sia decisamente più comodo delle dediche che si facevano durante le trasmissioni radiofoniche, siamo ancora molto distanti dall’acclamare i fan come coloro che decideranno le sorti della musica. Non è più sufficiente essere dei bravi musicisti: chi vuol essere famoso e vivere componendo melodie, deve costruirsi una reputazione anche al di fuori della musica attraverso i media.

Chi ascolta la musica può solo continuare a fare ciò che ha sempre fatto: accogliere o respingere ciò che il mainstream propina. Chi dovesse stancarsi, può sempre rifugiarsi all’interno della musica indipendente che è un luogo che fa la morale ad un sistema mercificato ma che torna comodo a tutti.

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