Il bossiano Da Re fa rima con Le Pen

Il nuovo segretario del Carroccio veneto non é un contentino o un ritorno all’indipendentismo: é solo il rianimatore di un partito “seduto”

Come si deve leggere l’elezione del trevigiano Gianantonio “Toni” Da Re, vecchia guardia bossiana, a segretario “nathional” (veneto) della Lega targata Salvini? E’ il segnale di un ritorno alle origini, all’indipendentismo/autonomismo, all’anti-centralismo e alla polemica con “Roma ladrona”? Dall’esterno può sembrare, ma non é così.

Intendiamoci: il malcontento per le tasse che finiscono risucchiate dallo Stato centrale (che per di più negli ultimi anni ne ha fatto tornare sempre meno alle Regioni) é un sentimento imperituro, carsico, permanente, a queste latitudini. Resiste a ogni intemperie politica, e difatti, di tanto in tanto, riemerge ed esplode, per poi inabissarsi e covare sotto traccia. E quindi, un volto vissuto e rude che sa di leghismo old style, fra i veneti che smadonnano ad ogni dichiarazione dei redditi, fa sempre comodo. A maggior ragione dopo un’ultima segreteria che aveva stampata sui manifesti quello di Flavio Tosi, il «traditore» che rappresenta l’esatto opposto, che se la intende con Renzi, auto-collocatosi in un “centro” che agli occhi di un leghista, all’antica o alla nuova che sia, emana l’odoraccio della palude e delle combine tipicamente romane (ché poi il Carroccio sia, nell’attuale panorama, il più longevo partito esistente assiso a Roma, rotto a ribaltoni e conversioni a U, questo non turba il nostro leghista, specie se militante: nella logica di fazione, le contraddizioni sono sempre degli altri, per definizione).

Ma il vero motivo dell’incoronazione di Da Re é più banale: il partito in Veneto, dopo la cacciata di Tosi e la fuoriuscita dei suoi fedelissimi, ha bisogno urgente di una rianimazione. Ci vuole un uomo-macchina che gli dia una svegliata e una rinvigorita, che gli si dedichi anima e corpo, se non vuole appiattirsi sul consenso, vastissimo ma personale, del governatore Luca Zaia. Il buon vecchio Toni é perfetto, anche perché aveva una gran voglia di gestire la rogna e tornare così in pista, fra l’altro privo di incarichi pubblici com’é. Altri non ce n’erano o sono stati scartati. Il braccio destro di Salvini, il veronese Lorenzo Fontana, é destinato a più alti compiti, accanto al leader. L’assessore regionale Roberto Marcato, il padovano molto amato dalle tv con la stazza fisica e politica del bulldozer, avrebbe tanto voluto, ma il Zaia ha posto il veto: deve restare a Palazzo Balbi, a lavorare in giunta. La bassanese Mara Bizzotto ci aveva fatto più di un pensierino, ma “radio Lega” riferisce di un niet da parte dello stesso Salvini, per niente convinto delle capacità comunicative e trascinatrici della donna. Restava l’inossidabile Toni, che cadeva a fagiolo.

E una primissima spia che conferma che non assisteremo ad un rigurgito di bossismo fuori tempo massimo é il fatto che il neo-segretario, all’indomani del congresso di ieri a Verona (location scelta non a caso, una sberla in faccia a Tosi), sulla stampa di oggi non ha agitato ai venti la bandiera col Leon, non ha fatto neppure un cenno al referendum per l’autonomia. Autonomia, non indipendenza (che, numericamente ed elettoralmente parlando, raduna e convince pochi, a riconoscerlo sono gli stessi indipendentisti più obiettivi, come Enzo Trentin sul quotidiano online L’Indipendenza). Escogitato da Zaia di recente non per un soprassalto ideologico, ma più pragmaticamente, com’é nella sua natura, per mettere le mani avanti lungo tutto questo suo ultimo mandato, questo vagheggiato voto per il Veneto autonomo gli serve per giustificarsi davanti al suo popolo: “ragazzi, se non ho risorse e potere per realizzare le mie promesse, è colpa del governo e dello Stato, non mia che vorrei che i nostri schei restassero qui” (visto che, va ricordato, la bislacca riforma di centrosinistra del Titolo V della Costituzione ha introdotto un federalismo di gommapiuma, che non ha toccato l’unico elemento che conta: i soldi).

Come lancio iniziale ha rimarcato invece, Da Re, che é ora di finirla con le liti interne. Fine. Unica (!) mozione che gli ha fatto da viatico è stata quella, presentata dai giovani, che invita i sindaci della Lega a fasciarsi non più col tricolore ma con i simboli del proprio Comune. Un documento puramente simbolico, non seguito da altri di nessun genere. Il che sta a dimostrare che l’unica preoccupazione dei leghisti veneti sia solo far ripartire il partito, che è fermo. Un’esigenza interna, non un messaggio all’esterno, il recupero del bossiano Da Re. La “linea Le Pen” di Salvini é salva e predomina, con grande scorno di un isolato Rodeghiero (ex assessore di Padova), rimasto il solo cavaliere solitario a criticarla.