Confindustria Vicenza, sfidanti sotto esame

Entra nel vivo lo scontro fra Caron (raggruppamento Bassano) e il vicepresidente Vescovi. Una riedizione del conflitto del 2008, con la questione BpVi sul tappeto

La disfida in Confindustria Vicenza è una vera sfida. Questa è la prima notizia che salta all’occhio nella gara a due per la presidenza della quarta provincia confindustriale d’Italia: Diego Caron da una parte e Luciano Vescovi dall’altra. Non c’è niente di scontato: le alleanze e le liturgie della più importante associazione italiana di imprenditori hanno spesso un carattere felpato, da arcana imperii, che non hanno nulla da invidiare alla politica. Questo giro, invece, come già fu nel 2008 (scontro Zuccato-Magnabosco, anche se quella volta la trama fu più travagliata, con la proroga di Calearo e i colpi assestati dietro le quinte), gli industriali vicentini dovranno fare una scelta netta. Fra due personaggi e due schieramenti molto diversi, per certi versi opposti. Negandosi, in questa fase, alle interviste, per farsi un’idea dei candidati l’unico strumento sono i profili e i programmi che hanno pubblicato sui rispettivi siti web. Spulciandoli, ne viene fuori abbastanza.

CARON, IL RITORNO DEGLI AMENDUNI VIVENTI

Diego Caron, a capo del raggruppamento di Bassano del Grappa, è un bassanese classe ’66, sposato e con due figli. La sua azienda principale è quella omonima di famiglia, settore metalmeccanico, 55 dipendenti con sede a Pianezze e un sito a Castelfranco Emilia, specializzata in impianti oleodinamici, fatturato 9 milioni di euro. Presiede e amministra una seconda impresa, fra metalmeccanica ed elettronica, a Pordenone, la Atex Industries, che fattura 8 milioni. Infine, siede in Venetowork, un «comitato di valutazione nuovi progetti», e in Venetronic, che «promuove la cultura d’impresa attraverso il finanziamento e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali produttive e di servizio».
La sua piattaforma è di pochi punti, veloce da leggere, stringata. Forse un po’ troppo stringata, o forse pensata per quei colleghi che amano andare all’essenziale senza approfondire troppo. Anche stilisticamente, si vede che c’è la mano di un consulente di comunicazione che ha curato il formato, l’immagine, la presentazione grafica. La forma fa aggio sui contenuti, che non denotano nessuna particolare originalità: Caron sciorina il pensiero dell’imprenditore medio, specie quello piccolo e medio che rappresenta la stragrande maggioranza dei suoi colleghi nel Vicentino. A parte le frasi d’obbligo («una concezione nuova di ciò che Confindustria Vicenza può e deve essere (…) Un’associazione aperta e trasparente, in cui si dia più valore ai rapporti umani») e il richiamo ormai diffuso al metodo Lean di origine giapponese («il valore va analizzato dal punto di vista del cliente e che va eliminato tutto ciò che non contribuisce a quel valore (…) quel cliente è il nostro associato»), si trovano tutti i luoghi comuni che un buon capitano d’industria di queste lande vorrebbe sentirsi dire: il manifatturiero come volano, l’innovazione, una giustizia più efficiente (nel senso di «poter contare su tempi di definizione dei contenziosi più brevi e sulla certezza delle sentenze»), investire sui giovani, la sostenibilità sociale ed ecologica, la cultura («Ho sempre sostenuto che il nostro “oro nero” sono la cultura, l’arte, la storia e i paesaggi in cui abbiamo la fortuna di vivere»). Un po’ più interessante la sottolineatura sul passaggio generazionale nelle aziende, un «nodo irrisolto» da sciogliere facendo sentire «la vicinanza» dell’associazione «con servizi mirati di formazione e counseling». Ma il tutto sul vago, senza scendere nel merito tecnico e senza dare indicazioni precise. Un programma di massima, quello di Caron.

Tranne in due parti. Le relazioni industriali (su cui, raccontano, c’è un piccolo giallo: il 15 gennaio, presentando le candidature e le proposte, Caron non aveva incluso nel file scaricabile dal sito questo decisivo capitolo, inserito successivamente; il che ha dell’incredibile, le relazioni industriali essendo il cuore del programma di un candidato alla presidenza di una associazione di industriali) e i rapporti con le banche. Quanto al primo punto, Caron non si contenta di semplificare la contrattazione spingendo su quella di secondo livello, vorrebbe proprio fare a meno del sindacato: «gli interlocutori non devono essere necessariamente i sindacati: gli imprenditori devono essere liberi di dialogare con i propri collaboratori e di concordare direttamente con loro le condizioni contrattuali». Sul secondo, molto delicato visto il ciclone abbattutosi sulla Banca Popolare di Vicenza e sul suo cda (in cui sedeva l’attuale presidente di Confindustria berica, Pippo Zigliotto, e in cui siede ancora il presidente regionale, Roberto Zuccato), Caron spara la sua cartuccia più forte. Merita di essere ripresa per esteso: «Non ho mai accettato cariche nei Cda delle banche e non le accetterò in futuro. Credo tuttavia che rientri fra i compiti di Confindustria intervenire nella gestione delle varie realtà bancarie e concordare azioni per promuovere la cultura finanziaria all’interno delle aziende. Senza compromissioni né conflitti di interesse, all’insegna della massima trasparenza e legalità. La svalutazione delle azioni di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ha rappresentato per migliaia di cittadini e di imprese del nostro territorio una “crisi nella crisi”, la cui onda lunga si farà sentire nel tempo. (…) Le banche devono essere regolate dalle norme a cui sono soggette le Spa, a gestirle devono essere board autonomi e pienamente legittimati». Un attacco in piena regola alla dirigenza uscente dell’associazione (che sarebbe risultato più efficace se accompagnato dalle circostanze in cui Caron ha rifiutato un posto nel cda di qualche banca).

Ma qui c’é un retroscena da spiegare. Come già rivelato dalla stampa locale, Caron é l’uomo su cui puntano coloro che avevano il mestolo in mano prima del 2008, e cioé  gli acciaieri Amenduni e i loro alleati (Gaetano Ingui, Adamo Dalla Fontana, Carlo Rumor, fino al 2007 lo stesso Calearo). Usciti da Confindustria da anni, il patriarca Nicola e i figli Michele e Massimo non se la sarebbero mai messa via, e per riprendere quota, potere e prestigio avrebbero messo gli occhi e riposto le loro speranze sull’imprenditore di Bassano. Tipo ambizioso, caratterialmente esuberante, Caron non disdegnerebbe affatto la sponsorizzazione sia pur esterna. Di qui la linea anti-Zigliotto (e anti-Vescovi, che di Zigliotto é il vice), che ricalca quella, datata 2007, degli Amenduni contro Gianni Zonin, che non ha mai voluto spartire con i pugliesi la corona di monarca della Popolare. Caron, insomma, è nuovo in quanto antico.

VESCOVI, NON MI E’ NUOVA QUELLA BANCA

Luciano Vescovi, invece, è persona schiva, riservata, precisina. Tanto che il suo programma non è un programma: é un dettagliatissimo e lunghissimo vademecum che esplora ogni angolo possibile e immaginabile. Ed è scritto calcando sulla prima persona, su quel che ha fatto e quel che pensa, con accenti e sfumature quasi da diario, come se la sua preoccupazione fosse di mettersi a nudo e non lasciare niente di non detto. Quasi niente, come vedremo.

Vescovi ha 53 anni, è di Vicenza, sposato con due figli (per la precisione: «provengo da una famiglia normale, amo i miei genitori ed i miei fratelli»). Un po’ deamicisiano, puntualizza: «Sono un uomo semplice e riservato, con molte passioni ed affetti, tanti progetti e sogni. (…) Sono cattolico e credo molto nei valori e nella filosofia del cristianesimo. Sono orgoglioso di essere italiano, mi piacerebbe che a scuola tornasse l’insegnamento dell’educazione civica e che fossimo più coraggiosi nel difendere la nostra storia, le nostre tradizioni ed i valori fondanti del nostro Stato, nel rispetto di tutti». La sua azienda, fondata dal nonno e cresciuta col padre, nasce come edile e oggi é concentrata più sulla riqualificazione energetica.

Apre la propria auto-promozione, il vicepresidente di Confindustria Vicenza (dal 2008), spiegando perché si è candidato, e oltre alla fraseologia di rito scrive: «Oggi la guida delle nostre Associazioni richiede doti di competenza, affidabilità, capacità di comunicare e di ascoltare. Sono qualità che non si improvvisano. Mi candido perché … negli ultimi 4 anni ho contribuito a ridurre di oltre l’ 8% i costi della nostra Associazione. La riduzione del costo del personale negli ultimi 2 anni è stata pari al 11,50%. Ho ribaltato lo schema tradizionale del bilancio, adottando una presentazione ed un approccio “aziendalistici”». Rivendica il passato, per parare in anticipo l’accusa di costituire la continuità che, nella psicologia “nuovista” degli imprenditori, è sinonimo di “vecchio” da sostituire. Perciò, da tesoriere dell’associazione, s’inorgoglisce a presentare i risultati raggiunti: «Il gettito contributivo degli ultimi anni, fermi restando i criteri di calcolo dei contributi delle aziende, è leggermente cresciuto (…). Siamo il quarto contribuente del Sistema Confindustriale Nazionale. In termini patrimoniali l’elemento più importante è stato il forte calo dei debiti finanziari e delle risorse investite in titoli: queste poste sono state ridotte del 70% in 4 anni, con forte riduzione dei rischi. Le fidejussioni bancarie, in 4 anni, sono state ridotte da 36 a 10 milioni di euro. In termini economici, negli ultimi 2 anni abbiamo ridotto i costi del Personale dell’11,50%, con significativa riduzione dei costi globali».

Sulle relazioni industriali Vescovi si focalizza sulla flessibilità contrattuale («non è più un optional»), per lui i principi del renziano Job’s Act non si toccano, e condivide in pieno una proposta delle Federazioni Industriali di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, e cioè far lavorare una settimana all’anno in più, previa detassazione in busta paga, agendo sui permessi orari. Fa un esplicito riferimento allo scontro sul contratto dei chimici fra il presidente nazionale Giorgio Squinzi e il vicentino Stefano Dolcetta (Federmeccanica, da pochi mesi presidente della BpVi), schierandosi con quest’ultimo: è stata una «grave frattura interna al nostro sistema confederale, perché ha anticipato i tempi di chiusura del contratto nazionale, quando era forse opportuno attendere, ma soprattutto perché non ha rinnovato la logica di un modello che ha ormai fatto il suo tempo». Sulla riforma Pesenti di semplificazione e razionalizzazione delle federazioni locali, dice chiaramente no all’accorpamento del Veneto con le regioni vicine, e sottolinea che quella di Vicenza dovrà restare in ogni caso autonoma e sovrana.

Con onestà, ammette che la scuola per manager Cuoa di Altavilla, presieduta da Matteo Marzotto, è in declino: «Oggi il Cuoa ha perduto la capacità di attrazione degli studenti, schiacciato da altre più blasonate Business School». Mentre sulla più importante partecipazione proprietaria dell’associazione, la società editoriale Athesis (Giornale di Vicenza, L’Arena, BresciaOggi et alia), la difende a spada tratta, sottolineandone oggettivamente i numeri positivi e soggettivamente la libertà e autorevolezza giornalistica. Se quel che afferma ora è sempre stato il suo pensiero, avrebbe forse fatto meglio a precisare di non aver mai condiviso il tentativo di Zigliotto, risalente a non più di tre anni fa, di disfarsene con un progetto, abortito sul nascere, di fusione col gruppo Finegil di De Benedetti (Il Mattino, La Nuova Venezia, La Tribuna).

E dopo una puntigliosa carrellata su infrastrutture e servizi (sì alla Pedemontana, sì alla Valdastico Nord, sì al tribunale di Bassano), sulla cultura (far tornare la cerimonia del Premio Neri Pozza a Vicenza), sull’innovazione (s’indigna per la mancanza di risorse su questo fronte, dopo aver visitato per ben due volte l’Expo di Milano ed essere rimasto folgorato dal padiglione di Israele, e promette di creare un gruppo, appaltato ai giovani imprenditori, denominato “Fabbrica 4.0” per le start up), si arriva al punctum dolens: le banche. Vescovi ha la delega al credito, e certo in questo momento non gli giova l’incarico, per altro defilato, di consigliere di amministrazione di Banca Nuova, la controllata siciliana del gruppo Banca Popolare di Vicenza, un’eredità dell’espansionismo zoniniano. Dalla crisi finanziaria con relativa stretta creditizia allo scandalo Zonin & C di questi ultimi mesi, la sua posizione su questo versante è molto meno efficace. E infatti qui la sua prosa è molto meno convincente, restando sugli auspici generali e non facendo cenno a quel che è accaduto: «Le Banche spesso approfittano delle debolezze delle imprese, anziché aiutarle. La Banca ha poi perso la capacità di essere al fianco dell’imprenditore come consulente che lo aiuta a migliorare il proprio standing creditizio. Oggi una delle principali carenze delle Banche è rappresentata dalla scarsa preparazione tecnica dei propri dipendenti in materia di consulenza alle aziende e di capacità di valutare i progetti. Dobbiamo pretendere che le banche ci informino tempestivamente sul nostro rating e di come fare per migliorarlo. (…) Le banche devono sostenere anche le aziende “normali”, quelle con Rating 4,5,6, erogando credito a tassi “normali”. Le Banche devono valutare con attenzione i comportamenti virtuosi delle nostre aziende, non approfittare di momentanee difficoltà o esigenze impellenti di liquidità per fare cassa. Le banche non devono solo corteggiare le aziende con rating 1,2,3, ma devono assistere “tutte” le aziende guidate da Imprenditori seri e onesti».

GRAVE DIMENTICANZA

Due personalità, come si evince chiaramente, agli antipodi, quelle di Caron e Vescovi. Se possiamo permetterci un’osservazione che bacchetta entrambi, colpisce negativamente come nessuno di loro abbia trovato lo spazio per ricordare i colleghi suicidatisi a decine e decine negli anni scorsi, vittime di un’ansia esistenziale che non ha più retto agli effetti della crisi mondiale. Un pensiero per le loro solitudini sarebbe stato un pensiero per tutti quegli imprenditori che, senza amicizie particolari né santi in paradiso, davvero attenti alla propria responsabilità sociale e ambientale, nell’oscurità mandano avanti la baracca sotto il fuoco incrociato di burocrazia, tasse e concorrenza globale.