Furbetti Questura, condannata “volante” Rovigo

Puniti i “furbetti” della Questura – quasi l’intera squadra mobile di Rovigo – abituati, durante il lavoro notturno, a dormire sonni tranquilli in ufficio o nelle macchine di servizio invece di pattugliare il territorio ed eseguire i controlli anticrimine. La Cassazione ha confermato le condanne a carico di 22 agenti messi sotto inchiesta dal loro capo e dal questore Amalia Di Ruocco. Le pene inflitte – dalla Corte di Appello di Venezia il 7 novembre 2014 – variano da dieci mesi a due anni e sette mesi di reclusione, sono tutte sospese e con il beneficio della non menzione. Le accuse sono di truffa e falso e per alcuni anche di abbandono del posto di servizio. Gli agenti sono stati intercettati nelle macchine e negli uffici, le cimici erano state messe dappertutto e la truffa è venuta a galla tanto che il pm ha chiesto il giudizio immediato. I poliziotti facevano finta di pattugliare quando rispondevano all’autoradio, dicevano che il motore non si sentiva perchè andavano piano, ma il Gps li ha scoperti in fermo “siesta”. In Cassazione i “furbetti” in divisa hanno usato linee difensive definite dai supremi giudici come «grottesche» e «assurde»: secondo alcuni per motivi di privacy le auto di servizio non si potrebbero intercettare, per farlo, servirebbe il permesso dei sindacati di categoria.

«Va ricordato – scrive la Cassazione – che l’abitacolo di un autoveicolo privato non può essere considerato luogo di privata dimora; meno che mai può esserlo quello di una vettura di servizio della polizia di Stato» perchè «esso è il luogo di lavoro, non solo per chi vi si trova al momento della intercettazione, ma anche per chi, pur non presente in esso, sta coordinando il servizio». «D’altra parte – prosegue la sentenza – sostenere che la intercettazione “sul luogo del lavoro” debba essere effettuata con il benestare delle associazioni sindacali sarebbe affermazione al limite del grottesco». La Suprema Corte ha ritenuto, inoltre, «al limite della provocazione» l’assunto difensivo di chi ha sostenuto che anche il capo della mobile e il questore andavano inquisiti perchè mentre le indagini erano in corso facevano finta di niente così divenendo complici degli indagati. «E’ evidente (o almeno dovrebbe esserlo) – rilevano i giudici – che tanto il capo della squadra mobile, quanto il questore, stavano adempiendo al loro dovere in virtù della delega conferita dal pm. Diversamente ragionando, anche lo stesso sostituto procuratore avrebbe dovuto essere iscritto nel registro degli indagati in quanto concorrente nei delitti sui quali stava svolgendo (e delegando) attività di indagine, o come favoreggiatore degli stessi: l’assunto sarebbe grave, se non fosse assurdo», hanno concluso i supremi giudici. I fatti contestati si sono svolti dal 3 gennaio al 5 marzo del 2008.