La giustizia giacobina del vescovo di Chioggia

Tabaccaio condannato: monsignor Tessarollo invoca la volontà popolare nelle sentenze. E dà una versione discutibile del Catechismo di Santa Madre Chiesa

Se il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, fosse stato al posto di Ponzio Pilato, a differenza di costui che sia pur timidamente tentò di dissaduere la folla animalesca, probabilmente avrebbe mandato a morte Gesù senza farsi venire un dubbio: vox populi vox dei, e liberazione istantanea per Barabba. Il monsignore ha scomunicato la condanna del tabaccaio padovano Franco Birolo, reo di aver ucciso il ladro moldavo Igor Irsu, con questa motivazione: «bisogna anche tenere in considerazione il sentire comune (…) Furti e ruberie ormai sono all’ordine del giorno, pure sul mio territorio, e cosa succede ai colpevoli? Spesso niente, sfuggono alla giustizia o se li prendono le pene comminate sono leggere». L’ultima affermazione é vera. Ma a parte il fatto che se non vengono beccati questo semmai é perché le forze di polizia non hanno mezzi sufficienti, l’andirivieni dalle carceri e dai tribunali dei delinquenti comuni (per non parlare di quelli “eccellenti”, più muniti e perciò garantiti degli altri) é addebitabile al nostro sistema giudiziario, che coi suoi farraginosi ed eccessivi tre gradi di giudizio e la lentezza pachidermica degli uffici, favorisce i colpevoli e sbeffeggia vittime e innocenti.

Dove ha torto marcio, il monsignore, é nell’invocare una “giustizia per il popolo”, che si avvicina parecchio alla “giustizia del popolo” di giacobina memoria. Ossia un’interpretazione della legge che si faccia condizionare  dall’umore popolare. Un giudice ha l’obbligo di applicare la legge, giudicando di volta in volta il caso concreto. Nient’altro. Non ha il dovere di tener conto di ciò che chiede e urla la piazza, inclusa quella web (che ha vomitato e vomita insulti e minacce sulla giudice Beatrice Bergamasco, messa per questo sotto sorveglianza di sicurezza). Questo dovere ce l’hanno i rappresentanti del suddetto popolo, i politici che fanno le leggi, che dovrebbero cambiarle se i loro elettori danno loro questo mandato. Un’aula di tribunale non è il parlamento. Nel nostro diritto la funzione di magistrato giudicante (ma anche inquirente) é, o meglio dovrebbe essere, terzo e scevro dai decibel e dagli ùzzoli di vendetta che salgono dalla strada. Se così non piace, si abbia il coraggio e la coerenza di invocare una radicale trasformazione dei princìpi sui quali si fonda il nostro ordinamento. Altrimenti si fa solo, in questo caso sì, populismo (termine abusatissimo e usato a capocchia nel dibattito politico, e che invece non compare quando ci starebbe).

Idem per lo scandalo suscitato non tanto dalla pena inflitta a Birolo (2 anni e 8 mesi, il che significa evitare comunque il gabbio), ma dal risarcimento, calcolato in 325 mila euro. In seguito alla perdita di un congiunto, esistono delle tabelle che quantificano il danno in base a vari fattori (età del morto e dei familiari, rapporto parentale, modalità dell’uccisione). Se la vita di chiunque non ha prezzo, come giustamente dice un adagio, non significa che valga zero. Altrimenti, parliamoci chiaro: decidiamo che, come sembra suggerire sempre Tessarollo, se il morto in questione é un delinquente conclamato, sia esclusa ipso facto la possibilità di risarcirne la famiglia. Facciamo una legge, appunto. Ma se questa legge non c’é, si applica quella in vigore, che prescrive un pagamento.

Sul giornale diocesano Nuova Scintilla il vescovo ha anche scritto, con una verve polemica che al presidente veneto dall’Anm, Lorenzo Miazzi, suggerisce addirittura la diffamazione e la calunnia (suvvia, non esageriamo): «Basta che uno si presenti senza armi perché gli sia assicurata l’incolumità, mentre lui viola palesemente i diritti civili fondamentali degli altri? (…) la vita delle persone non è solo vita fisica ma un complesso di realtà come anche la casa, l’attività, la roba, la libertà, lo spazio vitale, il progetto di vita e la propria sicurezza?». Nelle motivazioni della sentenza, che richiamano le perizie anche difensive, Irsu sarebbe stato colpito mentre fuggiva, in quel momento la stanza non era più buia, e si ricorda che la legittima difesa scatta in caso di aggressione, non solo per la ruberia pura e semplice. Ma per Tessarollo, a giustificare la reazione armata e potenzialmente mortale basta e avanza l’attentato al diritto di proprietà, non all’incolumità fisica. Lasciamo stare per un attimo la legge (per essere precisi: la Cassazione), come come abbiamo visto dice diversamente. Riflettiamo sulla priorità che il monsignore pare attribuire a ciò che si possiede – il proprio negozio, il proprio denaro, il proprio lavoro – rispetto al valore della vita altrui. Nel dubbio, sostiene il don, é lecito difendere i frutti della propria fatica con ogni mezzo.

In linea di principio possiamo essere d’accordo. Posto che si dev’essere consapevoli che ciò, portato all’estremo, comporta derogare dal monopolio statale della violenza, l’inviolabilità delle persone o delle cose care si fonda in ultima analisi, assente ogni altra alternativa, sull’individuo responsabile che, come scriveva Ernst Jünger, “si presenta brandendo la scure”. Cioé avendo buon diritto a ferire e anche a uccidere (si spera nell’ordine detto, non a uccidere prima ancora di ferire o addirittura di brandire – fuor di metafora: diamo le armi a chi sa adoperarle, non a chi va in tilt o ha il grilletto facile). Ma da un sacerdote e prelato ci aspetteremo che il riferimento fosse il sacro magistero, non il sacrosanto e biologico istinto di difesa. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, parte terza, paragrafo intitolato “La legittima difesa”, si legge: «Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]. E non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui». Alla propria vita. Se vi includiamo come cosa sacra anche la propria roba, potremmo giustificare le fucilate a chi ruba un’auto o scippa una borsa.

Stando alla lettera del testo ufficiale, se Birolo avesse sentito la propria vita minacciata, allora avrebbe fatto bene a sparare e uccidere. Ma se questo non é dimostrabile, spiacenti per Tessarollo: no, non ha fatto bene (e ciò detto con tutte le attenuanti emotive e psicologiche che vanno pur concesse alla vittima del furto, diventata colpevole di omicidio: su questo saremmo stati anche noi meno severi col tabaccaio, ma questo non cambia la sostanza). Lungi da noi voler rubare il mestiere al monsignore, però anche la sua esegesi del manuale di Chiesa é opinabile.