Fiera Vicenza in Borsa, auto-regalo di Variati?

La quotazione é caldeggiata nonostante l’andamento disastroso dei mercati e la toppata fusione con Verona. I motivi potrebbero essere diversi da quelli ufficiali…

Il 10 aprile 2015, a proposito del piano di riordino delle partecipate della Provincia di Vicenza, il suo presidente (e sindaco del capoluogo berico) Achille Variati metteva nero su bianco le sue intenzioni su cosa fare della quota (32,11%) detenuta in Fiera di Vicenza Spa: «A fusione avvenuta le fiere di Vicenza e Verona diventeranno il secondo polo fieristico italiano, dopo Milano, e tra le prime dieci europee. A quel punto la nuova società sarà appetibile ai privati e potremo dismettere la nostra partecipazione in favore della presenza più opportuna degli imprenditori». Variati aderiva al piano del presidente Matteo Marzotto: fusione con Verona e ingresso in Borsa per vendere ai privati le azioni in mano pubblica (Provincia ma anche Comune di Vicenza, mentre la Camera di Commercio finora é rimasta muta e imperscrutabile).

Un piano fallito, perché Verona – che non si é neppure trasformata in spa, restando un ente pubblico al 100% – dopo una due diligence lunga quasi un anno ha risposto picche all’insistenza vicentina. Gli osservatori spiegano il gran rifiuto, oltre che per le prevedibili questioni legate alla valutazione (gli advisor avrebbero visto Verona al 70% e Vicenza al 30%, visto che Veronafiera quasi tre volte Fiera Vicenza) e al relativo equilibrio di posti al vertice, anche per una diversa strategia che avrebbero in mente Maurizio Danese e Giovanni Mantovani, presidente e direttore generale a Verona. E cioé puntare sul coinvolgimento nell’azionariato di Simest (Società Italiana perle Imprese all’Estero), una controllata della Cassa Depositi e Prestiti, per il potenziamento di Vinitaly sul mercato internazionale. Scegliendo, insomma, di concentrare gli sforzi sul brand principale, anziché disperdere tempo ed energie con un’aggregazione con Vicenza, tutta centrata sull’oro.

Vicenza ha chiuso il 2015 in utile e con ricavi all’insù (35 milioni di euro), e ora vorrebbe accelerare sulla Borsa. Anche se in solitaria. E proprio ora che i mercati borsistici sono diventati un bagno di sangue quotidiano, senza avvisaglie che la situazione migliori in futuro. C’è anzitutto, dunque, un problema oggettivo legato al contesto del momento, che sconsiglierebbe a chiunque di buttarsi nella mischia. Prova ne sia la prudenza che sembra avere la Fiera di Rimini, l’unica altra fiera italiana che pensa a quotarsi entro quest’anno: «Sui rinvii non abbiamo preso nessuna decisione. La data di primavera è confermata. Stiamo seguendo la situazione dei listini, se continua con il terremoto di questi giorni saremo costretti a riflettere» (Lorenzo Cagnoni, presidente di Riminifiera, 2 febbraio 2016). Vicenza passerebbe prima per la Borsa delle piccole e medie imprese, l’Aim (Alternative investment market). Ma la sostanza non cambia.

Marzotto, infatti, non aveva celato il suo pensierino a investitori stranieri. Sul Giornale di Vicenza, a domanda se si vedranno soci esteri nel futuro capitale della Fiera in Borsa, il presidente aveva risposto fiducioso: «Non sarebbe certo da stupirsi se volessero investire in questo progetto». La fiducia gli derivava, presumibilmente, dagli accordi fatti con il World Trade Center dell’emirato di Dubai (VicenzaOro Dubai nell’aprile scorso fu contestato da alcuni operatori per gli esiti al di sotto delle aspettative) e con Panama Diamond Exchange. Pensava, e pensa, agli arabi del Golfo, per esempio? Forse non esattamente l’investitore ideale, in questo delicato frangente geopolitico in cui si trova il Medio Oriente, con altri emiri (come quello del Qatar) o famiglie reali (come i Saud sovrani dell’Arabia Saudita) accusati in modo documentato di finanziare l’Isis. Quanto ai panamensi: quanto ci si può fidare, visto che é notorio che lo staterello centroamericano sia un paradiso dell’off-shore? O si devono immaginare attori del mercato fieristico internazionale, come i colossi che valgono dieci volte la Fiera vicentina, tipo Dusseldorf che fattura 300 milioni? Ipotesi finora mai emerse neppure nei rumors, e che la clamorosa snobbata dei veronesi non autorizza a mettere facilmente in conto.

Per giustificare il rinnovato interesse per la Borsa benché sia saltato il presupposto del matrimonio con Verona, il socio di maggioranza Variati ha richiamato la legge Madia. Ma senza troppa convinzione. Per forza: entrata in vigore nell’agosto 2015 e munita di decreti attuativi il 20 gennaio scorso, imporrebbe sì un drastico taglio delle partecipate pubbliche prive “di interesse economico generale”, ma il tutto resta ancora da definire nel dettaglio tecnico, e infatti la novità non sembra impensierire troppo i protagonisti sulla scena nazionale. A volersi privatizzare, al momento, é solo la ricordata Rimini, per il resto l’unica Fiera quotata é Milano, e null’altro si muove.

E allora perché perseguire la via di Piazza Affari nonostante questa fase così difficile, con tutti i fattori contro? Le risposte possibili, che non escludono naturalmente gli obbiettivi di internazionalizzazione di Marzotto & C, sono due: il bisogno di capitali nel caso questo anno dovesse regalare brutte sorprese sul bilancio (se a Dubai non dovesse andar meglio del 2015, il vuoto lasciato da VicenzaOro Spring di maggio potrebbe incidere maggiormente), e, a voler usare un po’ di malizia, il far cassa per la precaria Provincia e pure per il Comune, lanciato verso le elezioni amministrative del 2018. Una sorta di riedizione del “tesoretto autostradale”, fruttato dalla vendita delle quote comunali nell’autostrada Brescia-Padova nel 2012, e opportunamente investito in opere varie giusto in tempo per la campagna elettorale che confermò Achille Variati sindaco nel 2013.