Il ruolo complesso e fondamentale dei Consorzi di tutela

Marchi aziendali e Brand territoriali

Non capire ancora oggi che la gestione di una denominazione di origine, di un brand collettivo importante, sul quale gravita il destino economico non solo di moltissime aziende agroalimentari ma, attraverso l’indotto, di interi territori è un’attività che richiede una straordinaria competenza e assoluta dedizione. Allo stato attuale questa attività è in assoluta esclusiva nelle mani dei Consorzi di tutela. Nel vario susseguirsi delle norme che hanno scritto e riscritto nel tempo le regole per la tutela delle nostre denominazioni i Consorzi hanno di volta in volta assunto nuove e diverse responsabilità.

Responsabilità che, soprattutto con la fine del ruolo di controllo e l’assunzione di compiti sulla promozione e la tutela dei brand sui mercati, sono diventate ancor più importanti e delicate. Il paradosso, però, è che nonostante le nuove norme dessero ruoli sempre più difficili ai Consorzi non si è quasi mai pensato di renderli più forti, competenti, autorevoli.

Se quindi riteniamo che la tutela e la gestione dei nostri brand territoriali sia strategica per il futuro della nostra economia agroalimentare dobbiamo per forza seriamente pensare a come strutturare in maniera adeguata i nostri Consorzi. Pensare di avere una denominazione forte con un Consorzio debole è un’ illusione pericolosa. Un tema chiave, forse il più complesso, nella gestione di una denominazione riguarda la forbice di prezzi decisamente ampia dei diversi produttori che utilizzano il brand. Non è un caso, infatti, che la maggioranza dei conflitti all’interno delle denominazioni, anche quelle più prestigiose, è legato alla questione prezzi.

In conclusione, quindi, se oggi ai Consorzi di tutela chiediamo di essere un ufficio legale competente, un esperto di legislazione specifica (vitivinicola, casearia, salumiera o conserviera), di marketing, di comunicazione, di pubbliche relazioni, capace di ideare e organizzare eventi internazionali, di gestire risorse pubbliche, di mantenere costanti relazioni con i soci, di monitorare i prezzi delle denominazioni, possiamo poi realisticamente pensare che questa attività sia fatta mediamente da un paio di persone?

E come se un grande gruppo industriale da centinaia di milioni di euro di fatturato fosse gestito da un direttore e un paio di segretarie. Non possiamo quindi meravigliarci se talvolta osserviamo anche in importanti denominazioni errori che sembrano quasi fatti da dilettanti. E se veramente abbiamo a cuore il destino dei nostri brand territoriali, che a nostro parere oggi sono più che mai preziosi e fondamentali (quanti aziende da sole sono in grado di accreditarsi nel mondo solo con il loro brand privato?), dobbiamo migliorare, adeguare le nostre strutture consortili.

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