«BpVi in Borsa? Il piano B c’era»

Il Consiglio di amministrazione di Popolare Vicenza con polso fermo impugna il timone della banca verso la quotazione e presenta i risultati consolidati preliminari del 2015: una perdita di 1,4 miliardi di euro, accantonamenti e rettifiche per oltre 2,3 miliardi, una raccolta totale del Gruppo diminuita di ben 8,8 miliardi nel 2015. Questi numeri – importanti e molto preoccupanti – sono solo l’ultimo episodio della telenovela veneta che in due anni ha visto bruciare circa 3 miliardi di euro se si sommano i risultati ante imposte del 2014 per 1.134 milioni con i 1.892 milioni del 2015.

Tale risultato negativo è stato un po’ mitigato anche grazie alla cessione di partecipazioni non strategiche che hanno generato una plusvalenza di 184 milioni. Il Cda conferma di portare all’assemblea straordinaria dei soci del prossimo 5 marzo un aumento di capitale di 1,5 miliardi per ripristinare in sicurezza i livelli di patrimonializzazione richiesti dalla Bce e arrivare a un Cet1 – che misura la solidità di una banca – del 12%.

Ma quale sarà il prezzo per azione che renderà appetibile agli investitori finanziari la disponibilità di versare un così ingente capitale? Difficile dirlo. Certamente le condizioni di sofferenza della banca – tra perdite e una complessa ristrutturazione in corso anche per la forte riduzione di raccolta diretta – rende molto flebile la forza negoziale della banca e potenzialmente forte o fortissima la diluizione degli attuali soci. In sostanza appare quasi ineluttabile che i nuovi soci diventeranno totalitari nella direzione della banca anche perché, secondo l’attuale Statuto, la lista di maggioranza potrà eleggere 10 consiglieri, sui 13 previsti.

Un ragionamento grossolano potrebbe valutare PopVicenza, post quotazione e post aumento di capitale, circa il doppio della attuale capitalizzazione di Carige (arrotondando a 900 milioni) che a sua volta ha realizzato recenti aumenti di capitale per circa 1,6 miliardi. L’aumento di 1,5 miliardi di nuovo capitale e il prezzo delle nuove azioni si rifletteranno poi sul valore finale delle azioni e sulla composizione proprietaria della banca. Nella ipotesi di ingresso dei nuovi soci a 10 euro per azione, ne deriverebbe un valore finale complessivo intorno ai 4 euro, che è ben inferiore ai correnti 48 euro.

Insomma, comunque vada, gli attuali azionisti avranno importanti perdite. A questo punto ogni interrogativo è lecito. Ma è questa una strada obbligata? Non ci sono alternative possibili? Perché non prendere ad esempio in considerazione l’opportunità che una divisione della banca in 5 banche regionali di dimensione ciascuna inferiore agli 8 miliardi di attivo? Questa strada, il piano B, non pare sia considerato meritevole di attenzione da parte del cda. Eppure se si fanno due calcoli, la necessità di capitale nel caso di banche che non rientrassero nell’orbita Bce sarebbe assai inferiore, con un Cet1 non più fissato a livello minimo del 10,25%.

In questo caso potrebbe bastare in tutto un aumento di capitale di circa 500 milioni, assai più compatibile con le disponibilità del territorio e meno diluitivo in questo momento storico di transizione per la banca. Cinque banche regionali sarebbero più aderenti al territorio naturalmente tenendo fermo il principio di creazione di valore. Ciò permetterebbe la profonda rivisitazione del modello di servizio delle filiali ed una importante introduzione di tecnologie anche per la valutazione del rischio di credito nonché della gestione interna dei non performing loans, i crediti in sofferenza.

Tutto ciò, volendo, può rappresentare un momento di svolta non traumatico per la banca. La preoccupazione che emerge è che la banca, senza costruirsi un salvagente di sicurezza, un piano B, che possa anche essere usato per mitigare lo strapotere negoziale con gli investitori finanziari, si offra senza difese agli appetiti del mercato; ponendo di fatto premessa a un malinconico epilogo di 150 anni di storia indipendente della Banca Popolare di Vicenza.

Alfonso Scarano – analista finanziario
“Il malinconico finale di Pop Vicenza
Svendita, l’istituto si sta consegnando ai mercati: la svalutazione degli attuali soci sarà quasi totale”
Il Fatto Quotidiano
13 febbraio 2016