Consiglio Stranieri, comunitarismo timido

A Vicenza le comunità straniere votano per una rappresentanza consultiva. Ma quanto sono “comunità”? Il nodo del diritto come dovere (anche per noi italiani)

Oggi a Vicenza 11 mila stranieri che vivono e lavorano qui da cinque anni dovrebbero votare per il Consiglio creato appositamente per loro, letteralmente consultivo e con due rappresentanti fissi che potranno prendere la parola, ma non votare, nel Consiglio vero, quello comunale. Dovrebbero, perché in realtà, a parte la pioggia a dirotto che fa presagire il floppone, di questa minoranza (non esigua: é circa il 10% del totale dei residenti nel capoluogo) solo una minoranza é attiva e infatti si é attivata, con quattro liste a contendersi la rappresentanza.

La destre strisciantemente razziste sostengono che sia una perdita di tempo e di denaro (13 mila euro, secondo l’assessore al sociale Isabella Sala del Pd). Le anime candide di sinistra invece, che sia un esempio delle magnifiche sorti progressive dell’integrazionismo. Se si guarda l’iniziativa isolatamente, in sé sola non modifica granché la situazione attuale: alcune etnie sono chiuse e restano chiuse, come i cinesi, e per il resto gli immigrati già presenti nell’associazionismo avranno in più un pulpito ufficiale e formalizzato per far presente le proprie istanze. Dire che non serve a niente é sbagliato. Ma sicuramente non serve a molto, visto che é ragionevole presumere che il tutto si ridurrà a qualche intervento in aula per andare sui giornali, permettendo all’amministrazione di centrosinistra di dare più che altro un contentino alla propria frustrata anima di sinistra (perché la “sinistra”, o quel diavolo che significa, é mortificata praticamente ogni giorno da una giunta che su tutto o quasi si comporta, sfumature e inconcludenza a parte, come si comporterebbe una giunta di destra, vedi ambiente, sicurezza, urbanistica eccetera).

Ma servirebbe eccome, un sinedrio delle comunità straniere, se fosse il tassello di un programma di inclusione delle differenze. Il sociologo padovano Renzo Guolo ha descritto con formula perfetta il modo anarcoide e inefficiente con cui il nostro disorganizzato Paese gestisce il rapporto con gli stranieri: “assimilazionismo senza assimilazione”. Detta più semplice: ognuno si arrangia come gli pare e viene inghiottito dal nostro sistema di vita in cui sei un numerino corrispondente al reddito che puoi consumare. L’immigrato che voglia inserirsi nella vita sociale si affida, quando riesce, a reti informali di parenti o amici o ad associazioni senza mezzi e riconoscimenti. All’italiana: ognun per sé e Dio per tutti. Un vuoto dispersivo che, se l’individuo é solo, facilita la solitudine, lo sbando, il risentimento, financo la delinquenza.

Se al contrario il permesso di soggiorno si accompagnasse all’affiliazione obbligatoria e certificata alla propria comunità d’origine (sei serbo o che so, pachistano? vieni messo a contatto con i tuoi rappresentanti riconosciuti dallo Stato e dagli enti locali, che ti aiutano e controllano il tuo inserimento), questo consentirebbe un’accoglienza regolata e supervisionata, e rispetterebbe l’identità culturale originaria. Associandolo ad una limitazione degli ingressi, al ripristino delle quote e alla reintroduzione della “riserva geografica” (i cinesi si auto-ghettizzano? stop a nuovi cinesi), un comunitarismo simile potrebbe essere un modello equilibrato, un aggiornamento intelligente del multiculturalismo.

Al diritto corrisponde un dovere, no? Bene: responsabilizzare chi sceglie di vivere qui dovrebbe essere l’imperativo. Quindi tutto ciò che dimostra un’attività di partecipazione al bene comune andrebbe incoraggiato. Se invece te ne freghi, ti fai i fatti tuoi, acquisisci meno punti, cioé meno diritti. In concreto, per esempio, maggiori difficoltà e più tempo per ottenere la cittadinanza. Niente voto amministrativo, che é un palliativo: si accorcino pure gli anni per diventare cittadini, purché ci si renda meritevoli coi fatti dell’attestato. Come detto sopra, i cinesi che vivono nell’ombra, tanto per dire, dovrebbero essere trattati di conseguenza (quanto a chi  si dispiace perché non votino pure gli statunitesi, stendiamo un velo: i fieri alleati son qua perché abbiamo appaltato loro la nostra difesa, cosa che non ha più senso da quando non esiste più la minaccia sovietica, ci condizionano già abbastanza, mi pare).

Ma legare i diritti al dovere della partecipazione, in realtà, dovremmo cominciare a farlo su noi stessi, su noi italiani. C’è chi pretende, giustamente, che lo straniero conosca i rudimenti delle nostre leggi, a partire della Carta. Dovremmo insegnarla ai nosti ragazzi, intanto. Provate a prenderne uno a caso e a fargli qualche domanda sull’argomento: occhi persi nel vuoto, sequela di “boh”, “non so”, “non ricordo”, “mai studiata”. Non c’é neppure un servizio civile universale, quanto a quello militare é stato stupidamente abolito, e al diciottesimo anno di età si acquista il diritto di voto senza dimostrare di sapere e aver fatto un accidenti di niente per la propria comunità. A dirla tutta, insomma, bisognerebbe riaprire la discussione sul suffragio universale. Ma questa è un’altra storia. Per il momento, d’accordo il Consiglio degli Stranieri. Consapevoli però che é ben poco, rispetto a quel che sarebbe necessario fare per dare un senso nobile e utile alla presenza di immigrati stabili, altrimenti utilizzati come carne da lavoro e lasciati a se stessi, a costituire più un costo che un vantaggio, per loro e per noi.