Fondi cultura in Veneto, briciole d’Arena

Gli stanziamenti di Zaia? Un’elemosina. Basta analizzare il caso della fondazione veronese e si scopre che…

La matematica non è un’opinione, capitava di sentir dire una volta, quando qualcuno voleva chiudere una disputa con la severa legge dei numeri. Memorie antiche. Oggi  viviamo in un frullatore politico-mediatico, che diventa parossistico proprio quando ci sono in ballo i numeri, cioè sempre, visto che siamo immersi nella crisi economica organica globale e nella dittatura del mercato. E dunque oggi la matematica è un’opinione, una funzione delle ultime ideologie rimaste sulla faccia della Terra, le teorie economiche. E i numeri a seconda delle circostanza sono clave o pillole tranquillanti, la causa di inevitabili sacrifici o il risultato di rassicuranti tradizioni coltivate all’ombra dei campanili.

«Non siamo barbari!» aveva proclamato il presidente della Regione del Veneto nel presentare la parte di bilancio relativa alla cultura, che stanziava inizialmente la somma di 4,7 milioni di euro. Giocava in difesa. Chissà cosa direbbe adesso che i fondi per la cultura previsti nel bilancio della Regione per il 2016 sono arrivati alla vertiginosa cifra di 7,5 milioni, in virtù dell’opposizione Pd e di emendamenti vari anche della maggioranza. In realtà, se prima era niente, adesso è quasi niente. E non è davvero il caso di cantare vittoria. Soprattutto quando si constata che se per la cultura è sempre in funzione il contagocce, e le contrattazioni politiche sono estenuanti e spesso condizionate dai territori, va tutto liscio e senza intoppi quando si decide di spendere 2 milioni di euro per il referendum sull’autonomia del Veneto.

Ma immaginiamo già cosa accadrebbe se per qualche miracolo (di sicuro non basterà un referendum) il Veneto si trovasse davvero un bel po’ più ricco, grazie a una diversa gestione della fiscalità. La cultura resterebbe cenerentola, perché il ridimensionamento che ha subito e continua a subire, dopo anni non è più una tendenza negativa che è possibile sperare di invertire, ma un definitivo riposizionamento su un piano più basso. Quello di chi sostiene che nel mondo occidentale e nell’economia di mercato la cultura si finanzia da sé. E non è chiaro se menta sapendo di mentire oppure proprio ignori che almeno in Europa i finanziamenti pubblici alla cultura restano molto più cospicui e molto più incisivi e decisivi di quanto non avvenga da noi. Così, il crollo dei contributi (comunque, in Veneto, non molti anni fa erano tre o quattro volte superiori) diventa un’affermazione di non responsabilità soggettiva da parte della politica regionale. Tutti stritolati dalla crisi, la cultura un po’ di più, perché rimane inestirpabile, anche se sotterranea, l’idea che i soldi spesi in questo campo siano buttati. Con buona pace degli equilibrismi dialettici che vorrebbero sostenere il contrario.

Si vedrà nei dettagli, nelle prossime settimane, come si è mossa la forbice e in quali zone. Si capirà se è stata corretta una situazione che, prima, vedeva il Polesine (territorio dell’attuale assessore regionale alla cultura) più sovvenzionato di Venezia, o di Vicenza. Inutile illudersi che a Verona la crisi della Fondazione Arena trovi un’attenzione più concreta. Sarebbe già un miracolo il mantenimento del passato contributo regionale. Del resto, in riva all’Adige i numeri sono piegati a variabile delle strategie con le quali si cerca di trovare la strada della salvezza, mentre dovrebbero essere la cornice non eludibile dell’intero problema. Per capire gli ordini di grandezza: quest’anno la Regione destina alla cultura 7,5 milioni, l’Arena nell’esercizio 2014 – ultimo bilancio conosciuto – ha perso 6,2 milioni. Con un dato così, Venezia potrebbe a buon diritto fare qualche stringente domanda su come è stata finora gestita la Fondazione, e magari chiedere qualche cambiamento concreto, prima di conservare o aumentare la sua sovvenzione per quello che rimane un “asset” strategico della cultura (e del turismo) nel Veneto. Non succederà: sbagliato pensare che l’interesse sia zero?

È vero anche che i numeri della Fondazione Arena sono soggetti a strane metamorfosi. Recentemente si è letto più volte nelle cronache locali, ad esempio, che il debito della Fondazione è di 24 milioni. Eppure, nel bilancio 2014, alla voce “Totale Debiti” sta scritto 34,8 milioni. Nel 2013 erano 29,8. Per inciso, i debiti verso le banche a fine 2014 erano di 16,3 milioni; l’anno prima erano a quota 13,3 milioni. Un altro punto evanescente (nel senso che da troppo tempo non se ne sente parlare) è la “immobilizzazione finanziaria” di 12,3 milioni iscritta allo stato patrimoniale attivo come partecipazione nella controllata al cento per cento Arena Extra. È il frutto di una cessione di ramo d’azienda (costumi di scena, bozzetti, figurini, archivio fotografico e multimediale: valorizzati come meglio non si poteva!) che nel 2013 il Girondini sovrintendente della Fondazione ha contrattato con il Girondini amministratore unico della controllata. Arena Extra (come da Nota Integrativa al bilancio) ha un capitale sociale di 90 mila euro, nel 2014 ha fatto un utile di 10 mila euro, con debito a 900 mila euro e valore della produzione a 1,6 milioni; il suo patrimonio è praticamente tutto in quei 12 milioni. Se il Girondini sovrintendente della Fondazione volesse liquidare la sua partecipazione, cosa si sentirebbe rispondere dal Girondini amministratore unico della controllata?