Tessarollo vescovo del popolo. Non come altri…

Il vescovo di Chioggia minacciato di querela per il suo commento durissimo contro la condanna nel tabaccaio Birolo. E invece ha sbugiardato l’ignavia di certo clero veneto

Stanno scadendo, se non sono già scaduti, i sette giorni di riflessione della dottoressa Bergamasco, la giudice che ha condannato il tabaccaio Birolo: denunciare o meno mons. Tessarolo. Per la verità, visto che lei, prudentemente, non si è pronunciata, i sette giorni glieli hanno dati i suoi avvocati d’ufficio dell’Associazione Nazionale Magistrati del Veneto. Tant’è. Io sto facendo voti perché la denuncia ci sia. No, non ce l’ho con il vescovo di Chioggia. So già che avrebbe altissime probabilità di essere condannato. I magistrati sono l’unica corporazione che ha, tra gli altri suoi poteri, anche quello di regolare “in casa” quelle che considera offese a uno dei suoi membri. E sarebbe assai interessante fare uno studio sulle provvigioni sentenziate in favore di magistrati che si sono ritenuti offesi e fare un confronto con tutti gli altri cittadini nelle medesime condizioni.

No, io non ce l’ho con mons. Tessarollo e non voglio neanche entrare nel merito di quello che ha scritto. Prendo però atto di un fatto singolare. Tra tutti i Vescovi e i preti che si sentono in dovere di sposare in pieno la causa del “politicamente corretto”, al massimo condito con esercizi raffinatamente curiali di cerchiobottismo; tra i molti che, per sentirsi, senza se e senza ma, vicini ai famosi e sfruttatissimi “ultimi”, imprigionano il loro dire in un bigottismo di sinistra spacciato come evangelico; tra i non pochi che finiscono per diventare di fatto cappellani di un partito politico; ebbene, mons. Tessarolo ha detto quello che pensava e soprattutto quello che pensa la maggior parte della gente che la domenica va in chiesa, fatta non di profeti, e neanche di eroi, certamente non di esegeti perfettini della Parola, di gente, però, che tira avanti la carretta, che in qualche modo crede in Dio e non pretende che il loro modo sia quello giusto e tutti gli altri siano da convertire.

Di questa gente, che è popolo di Dio tanto, se non di più, delle ristrette congreghe che imbozzolano altri Vescovi, facendo loro credere che la Chiesa locale sono loro e soltanto loro, di questa gente Tessarolo si è fatto portavoce. Vuol dire che la frequenta e riesce persino ad ascoltarla. E lo ha fatto, nell’assenza della politica, resa e fattasi strumento e ancella, contro uno dei due poteri più forti di questa nostra società, la magistratura. A proprio rischio e pericolo. Contro l’altro potere, quello economico-finanziario, è fin troppo facile, adesso, e anche inutile scagliarsi. Non si rischia nulla e si conclude poco. La politica, e quindi i cittadini, ne sono completamente soggiogati.

Criticare la magistratura può costare e assai, ma non è inutile. Avrà sbagliato, mons. Tessarollo, sarà uscito dal seminato, ma la gente, quella gente tanto osannata e tanto disprezzata a seconda della piazza che frequenta, si è sentita capita e rappresentata. Così facendo, il vescovo di Chioggia si è posto sulla scia di quel clero veneto che nell’Ottocento e nel Novecento, sfidando il “politicamente corretto” di allora, che imponeva di dar retta solo alle ragioni dei ricchi e dei potenti, rimboccandosi le maniche e guidando l’azione del ceto più povero, fondava banche e cooperative, si schierava con i mezzadri contro i signori, favoriva la crescita sociale e culturale del popolo. Sì, quel clero “popolare”, magari poco colto e coltivato, un po’ rozzo della rozzezza dei fedeli cui amministrava i Sacramenti, quel clero che salvò la fede dei Veneti e ne promosse lo sviluppo. Quel clero di cui sembra si sia persa la semente. Così diversi, quei parroci veneti, dal clero toscano o umbro di allora, azzimato e scodinzolante e in livrea, con i risultati che poi si sono visti.

Per questo faccio voti perché la denuncia ci sia. Per dare la sveglia a tanti preti e Vescovi veneti, per indurli a riflettere sul loro conformismo così mondano e rinunciatario, perché prendano coscienza che l’annuncio della Parola non può essere disincarnato rispetto al vissuto dei fedeli, praticanti o meno che siano. Attendo fiducioso.