BpVi, come si é arrivati alla catastrofe

L’azione vale 10 volte di meno rispetto a due anni fa. Sul banco degli imputati Zonin & C, Bankitalia e l’insufficiente discontinuità di Iorio

Di per sé, che il prezzo per il diritto di recesso alle azioni della Popolare di Vicenza abbia attestato che il loro valore é crollato (da 48 euro dell’aprile 2015 ai 6,3 euro di oggi: 87% in meno) non stupisce nessuno. Con la ripatrimonalizzazione imposta a suon di stress test dalla Bce, con la maggior trasparenza obbligata dalla mutazione in società per azioni e dalla prospettiva del mercato borsistico, con l’emersione dei crediti in sofferenza, con l’inchiesta giudiziaria di tre procure, Vicenza Prato e Udine, sui reati ipotizzati per l’ex vertice e management, con la conseguente e comprensibile crisi di credibilità che ha generato la fuga dai depositi, questa cifra, catastrofica per gli azionisti, era prevedibile, logica, consequenziale. La verità (6 miliardi polverizzati) prima o poi viene a galla.

Ma per abbracciarla e comprenderla per intero, la verità, bisogna contestualizzarla. Ovvero, nel caso della BpVi, fare un confronto con la gemella Veneto Banca. Lì il recesso é stato fissato l’anno scorso, prima dell’assemblea del 19 dicembre, a 7,3 euro. Ad aprile, l’azione di Montebelluna era stata ridimensionata da 39 a 30 euro. Dai 39 di partenza ai 7 ancora attuali (vedremo a quanto arriverà, cioé scenderà, quando sarà in Borsa), il taglio é di cinque volte, arrotondando per difetto. Orbene: a Vicenza si passa dai 62 euro di due anni fa ai 6 di adesso. Dieci volte di meno. Per la popolare guidata per vent’anni da Gianni Zonin é una batosta doppia. E’ tutta colpa della Bce e del suo disegno, che sa di dirigismo finanziario (non statale: sono i grandi gruppi bancari a farla da padroni, i governi prendono ordini da buoni camerieri quali sono)? E’ colpa della Germania? E’ colpa di Renzi? E’ colpa sempre degli altri, all’italiana?

Facciamo un passo indietro. Nel 2014 la Banca d’Italia, che pure aveva ispezionato, ri-ispezionato e stava ispezionando i conti della Popolare berica, promuoveva l’istituto presieduto da Zonin per acquisire Banca Etruria, poi commissariata e oggi finita in un gorgo politico-giudiziario che ha lambito direttamente il governo Renzi nella persona del ministro Maria Elena Boschi. Negli addebiti che quest’anno Palazzo Koch ha rivolto ai toscani si legge tutto il fastidio del suo presidente Ignazio Visco per quell’operazione fallita causa rifiuto di Arezzo all’«unica offerta giuridicamente rilevante presentata dalla Popolare di Vicenza di un euro per azione, estesa al 90 per cento del pacchetto azionario», lasciando inevasa «la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing». Per la principale autorità di controllo del mondo bancario (l’altra é la Consob), BpVi nel 2014 era quindi una banca sana, addirittura un possibile “polo aggregante”.

Tanto é vero che non é un mistero che vedesse di buon occhio un’eventuale fusione fra Vicenza e Montebelluna: li fece pure incontrare nei suoi uffici, Zonin e l’acerrimo rivale Vincenzo Consoli (l’ex amministratore delegato della trevigiana), ma non ci fu niente da fare. Era chiaro come il sole, tuttavia, a chi pensava Bankitalia per il ruolo di maschio nel matrimonio fra le due banche: ai vicentini, visto che Visco & C avevano chiesto papale papale il cambio di vertice per Veneto Banca. Bocciati Consoli e l’ex presidente Trinca, promosso con benedizione Zonin. E stiamo parlando di soli due anni fa. Due malati ugualmente gravi, ma uno considerato in ottima salute mentre era già corroso dal morbo. E il medico che ha toppato rovinosamente la diagnosi e la cura.

Possibile che in due anni la Banca Popolare di Vicenza si sia ridotta ad un decimo del valore azionario? O meglio: possibile che Banca d’Italia (in buona compagnia con la Consob) assista oggi alla più pleateale e clamorosa smentita dei suoi giudizi e delle sue strategie? Possibilissimo: i soci, i clienti e l’opinione pubblica tutta hanno dovuto attendere le ispezioni teutoniche della Bce, datate 2015, per acclarare lo stato reale del patrimonio, che ha costretto l’ad Francesco Iorio – subentrato nel giugno scorso a Zonin nel comando della nave rivelatasi piena di falle – a decretare un aumento di capitale sanguinoso, 1 miliardo e mezzo di capitale incrementato per altro – notizia sempre di ieri – di un’ulteriore aggiunta di 250 milioni. E per sovrammercato, l’aumento si realizzerà a Piazza Affari, dove i grossi capitali (fondi e investitori istituzionali), sempre ammesso che abbiano interesse a comprare, razzieranno il moncherino ad un valore plausibilmente anche minore dei 6,3 euro del recesso. Oppure, male che vada, sarà il consorzio di garanzia capitanato da Unicredit a papparselo (molto probabilmente obtorto collo, viste le peste in cui si trova il maxi-istituto in questa fase; va meglio per Intesa, la cui banca d’investimento, Imi, garantisce invece per Veneto Banca).

A peggiorare la frittata ci é messo pure lo Iorio, che partito bene e con grandi speranze, ha inanellato una serie di errori che gli derivano non dalla sua preparazione tecnica, che c’é, ma dalla sua fisionomia di uomo inadatto a gestire una situazione che era, ed é, peggio che critica: disastrosa. Si é tenuto al fianco per qualche mese, esponendolo ancora al pubblico come una madonna pellegrina, lo Zonin divenuto impresentabile, che invece sarebbe stato meglio far sparire dalla circolazione prima di subito. Ha puntato tutto sui freddi numeri, sulla necessaria pulizia di bilancio, sul piano industriale (una banca «snella e veloce» di qui al 2015-2020: sì, veloce nello snellirsi fino a scheletrizzarsi) e sull’appello alla “fiducia”, ma non sulla base di incentivi per i soci (ridicolo il 50% di sconto senza precisi termini temporali varato ieri), ma perché, brutalmente, non c’é alternativa a finire in pasto alla speculazione, dato che solo lì si può sperare in qualche compratore. Non ha mosso un dito perché si levassero di torno gli altri consiglieri d’amministrazione, aspettando che lo facessero loro sponte quelli sotto indagine (Zonin, Dossena, Zigliotto, coi tempi che hanno deciso ciascuno, alla spicciolata). Mentre avrebbe potuto battere i pugni sul tavolo e indurli a dimettersi anche due alla volta, specialmente quelli più compromessi con il dominio zoniniano. Non solo non l’ha fatto, ma ha allegramente giubilato persino il vicepresidente Marino Breganze, più zoniniano di Zonin (e a processo pure lui, per usura), piazzandolo nel cda di Veronafiere dove Bpvi continua a detenere una quota (dovrebbe restare solo in Cattolica: attendiamo il mantenimento della promessa).

L’unico, timidissimo, segnale di discontinuità se l’è ritrovato e non l’ha scelto lui, ovvero il nuovo presidente Stefano Dolcetta, una foglia di fico per far apparire la banca un minimo ancorata al “territorio” mentre é in procinto di deterritorializzarsi inghiottita negli apolidi scambi di Borsa. In più – ma questa non è una colpa, é un limite – non é stato in grado di creare un rapporto dialogante e positivo con gli azionisti infuriati, lui che aveva le carte in regola essendo forestiero e alieno dal passato targato Zonin. Ci volevano, per farla breve, doti maggiori rispetto a quelle di un bravo tecnico bancario. Ci voleva una personalità con relazioni, con capacità comunicative, con sensibilità “politica” (il senso dei tempi e dei modi) e con un carattere più duttile e al tempo stesso più corazzato, per navigare in questo tsunami. Non basta l’ombrello delle buone intenzioni e dell’indubbio impegno che ci ha messo, per tenersi al riparo dell’onda che sta arrivando.

Tags: , , , ,

Leggi anche questo