Buscaroli, il fascista “rabdomante” della musica

E’ morto un emarginato eccellente della musicologia e del giornalismo. Che andrebbe (ri)scoperto

Nella sua “Stanza della musica” (così s’intitola una raccolta di pezzi pubblicati sul Borghese, uscita per l’editore Fògola nel 1976) trovavano posto soltanto i musicisti che considerava i culmini della storia: Bach e Beethoven, Mozart e Wagner, Brahms, Bruckner. Agli altri, anche grandi o grandissimi, riservava un’attenzione colta e distaccata, spesso controcorrente, tagliente e profonda nello spazio di una recensione. Con i prediletti ha “dialogato” per tutta la vita, lasciando per Bach, Mozart e Beethoven tre studi biografici imponenti e per molti aspetti unici e fondamentali. Avrebbe voluto continuare con Bruckner, ma non ne ha avuto il tempo.

Piero Buscaroli è infatti morto lunedì a Bologna, all’età di 85 anni. Autore controverso e spesso emarginato, uomo di cultura vastissima e profonda, era un “irregolare della musica” (così si definiva egli stesso) con la vocazione dell’eretico, che non aveva mai smesso di proclamarsi “Dalla parte dei vinti” (questo il titolo delle memorie autobiografiche pubblicate nel 2010 da Mondadori) dopo che le tragiche vicende nazionali del 1943-45, intrecciate con quelle familiari, avevano segnato per sempre la sua vita. Reduce in servizio permanente effettivo della Repubblica di Salò, dopo avere abbracciato ragazzino un’idea di patria che la Storia ha fortunatamente sconfitto, negli ultimi anni era diventato un critico sempre più feroce e rabbioso di un’Italia che non senza ragioni – al di là dell’ideologia – vedeva non semplicemente alla deriva, ma quasi “nullificata”.

Nato a Imola nel 1930, figlio di un illustre latinista, “fondatore” del liceo classico locale, che dopo il 25 aprile 1945 fu arrestato per i suoi rapporti con il fascismo (ammalatosi in carcere, morì quattro anni più tardi), Buscaroli aveva compiuto studi giuridici e musicali, laureandosi in legge a Bologna, prima di intraprendere una carriera giornalistica molto particolare e probabilmente senza eguali. Entrato venticinquenne al Borghese da poco fondato da Leo Longanesi, si occupò per oltre vent’anni di politica internazionale, spesso come inviato negli scenari caldi del mondo. Raccontò ad esempio la guerra nel Vietnam e l’invasione sovietica a Praga del 1968. Contemporaneamente, si dedicava anche della critica musicale con lo pseudonimo Hans Sachs, nome del protagonista dei “Maestri cantori di Norimberga” di Wagner. Nella prima metà degli anni ’70 fu direttore del quotidiano Roma di Napoli, di proprietà dell’armatore Achille Lauro noto esponente delle destra missina, quindi passò al Giornale fondato da Indro Montanelli nel 1974. Vi tenne una rubrica di costume con lo pseudonimo Piero Santerno (che è il nome del fiume che bagna Imola) mentre con il suo vero nome è stato titolare della critica musicale dal 1979 per circa una ventina d’anni. Nello stesso periodo, insegnava Storia della Musica nei conservatori di Torino, Venezia e Bologna.

A fianco dell’attività di critico militante, corrosivo e acuto, Buscaroli ha consegnato agli studi storico musicali, a partire dai primi anni ’80, alcuni volumi di fondamentale importanza. Cominciò con “La nuova immagine di Bach” (Rusconi, 1982), sorta di “preludio” metodologico (con l’aggiornamento critico sulla figura del compositore e su alcune fondamentali questioni estetiche e biografiche) alla monumentale monografia, intitolata semplicemente “Bach”, che uscì nel 1985, l’anno del terzo centenario della nascita, da Mondadori. E che fu ristampata, fatto unico, nella popolare collana degli Oscar nel 1998. Considerato con sospetto negli ambienti accademici, forse anche per il semplice ma non banale fatto che la sua era una prosa di straordinaria efficacia sia nella misura dell’elzeviro o della recensione giornalistica che in quella di una biografia di 1.200 pagine, Buscaroli lavorò sulla montagna dei documenti con acribia metodologicamente impeccabile ma con la capacità di andare oltre – o contro – la vulgata esegetica corrente. Consegnando ai lettori un Bach “umano, troppo umano”, un artista di forte carattere, perfino iracondo, lontanissimo dalla pia immagine di autore volto specialmente alla musica da chiesa, così a lungo tramandata.

Fu poi la volta di “La morte di Mozart” (Rizzoli, 1996), minuziosa ricostruzione degli ultimi tre anni di vita del genio salisburghese che chiarisce plausibilmente le cause della sua fine precoce, ma soprattutto rimette in ordine i tasselli del puzzle biografico, sempre a partire dal minuzioso controllo e dalla rilettura storico-critica dei documenti. Oltre, ci sono ipotesi affascinanti mai spacciate per tesi, soluzioni interpretative convincenti, elaborate lungo un arco di tempo addirittura quarantennale (le riflessioni di una vita) e ordinate in modo da offrire un quadro diverso ma non immotivato, straordinariamente interessante.

Otto anni più tardi, il percorso di Buscaroli dentro la revisione biografica dei grandi toccava Beethoven (Rizzoli, 2004). E nella “Notizia” di apertura scriveva: «Dopo il “Bach” del 1985 e “La morte di Mozart” del 1996, schiero questo libro come terzo e maggiore sforzo nella revisione storica della musica condotta attraverso le biografie.  Quanto tempo ancora la scombinata musicologia ufficiale potrà fingere che non esistano, non so e non m’interessa. Sanno i lettori». E poche righe sopra aveva sciabolato: «Questo libro unisce il primitivo proposito, salvare Beethoven dalla nuvola letale dello spirito dell’epoca, con la radiosa opportunità di rivedere, ossia correggere, ossia cancellare due secoli di falsi». Sono 1.360 pagine in ampio formato, la più radicale ricognizione sul compositore che più di ogni altro è un simbolo dello spirito europeo.
Dato l’addio a Piero Buscaroli, è ormai ora che la storia della musica “ufficiale” finalmente apra le porte alla sua rabdomantica capacità di scavare nella vita e nell’arte dei genî creativi dell’Occidente.