Marzotto: what’s dimissioni?

Condannato per evasione fiscale, il presidente Fiera Vicenza, Cuoa e consigliere BpVi a lasciare gli incarichi non ci pensa neanche: deve «fare impresa»

E’ inutile chiedere le dimissioni dalla presidenza del Cuoa, della Fiera di Vicenza e dal cda di BpVi a Matteo Marzotto, condannato in primo grado a 10 mesi per evasione fiscale dal tribunale di Milano assieme alla sorella Diamante e a Massimo Caputi. Nel suo vocabolario, cerca che ti ricerca, la pagina in cui dovrebbe apparire questa parola così poco praticata dev’essere scomparsa. Difatti il reo – ma come da Costituzione, non colpevole fino a sentenza definitiva – non ne fa neanche per sbaglio cenno, nel dispaccio diramato ieri sera in cui ribadisce la propria innocenza. “Dimissioni? What’s dimissioni?“. Dunque nessuna illusione ragazzi: Marzotto resta dov’é.

Resta nel consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Vicenza in buona compagnia con l’imputato per usura Marino Breganze, dopo le dimissioni dell’ex presidente Gianni Zonin e degli ex consiglieri Giuseppe Zigliotto e Maria Dossena (indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza nell’ambito dell’inchiesta sul finanziamento illecito di azioni da parte della stessa banca). Resta a presiedere la Fiera di Vicenza spa, che tratta soldi pubblici essendo al 98% di enti pubblici (Camera di Commercio, Provincia e Comune di Vicenza in parti uguali). Resta a capo della business school Cuoa di Altavilla Vicentina, di proprietà del salotto buono imprenditoriale, bancario e universitario del Nordest, che ha la mission (come dicono gli anglofili) di sfornare manager sperabilmente onesti e rispettosi delle leggi. Hic manebimus optime: ad amministrare un istituto bancario che di tutto avrebbe bisogno tranne che di un altro suo amministratore impelagato in una storia giudiziaria, e per di più in una condanna; a gestire una spa che deve rendere conto di come far fruttare pubblico denaro; a rappresentare un modello per gli studenti che devono imparare a come fare affari. Parentesi: chissà che ne pensa l’Associazione Industriali di Vicenza, che a suo tempo spinse per la nomina di Marzotto in Fiera e al Cuoa…

Gli affari, si diceva. A Marzotto questa condanna non va giù soltanto perché é convinto della sua «completa estraneità ai fatti». La sua tesi difensiva é che lui fu contrario alla vendita al fondo Permira della quota di maggioranza relativa detenuta dalla lussemburghese Icg, di cui era socio, in Valentino Fashion Group, di cui era presidente. La plusvalenza é stata occultata al fisco (ma restituita negli anni scorsi versando 57 milioni, attenuante riconosciuta a Matteo & C) non da lui e dagli altri condannati, ma «eventualmente» dagli «amministratori».
Di più: come puntualizza con malcelato fastidio nella nota, «in questo contesto diventa difficile conciliare il fare impresa e investimenti». Ma tu guarda questi giudici: tu sei un imprenditore che investe (vende, per l’esattezza, più che investire) e questi qui ti rendono la vita difficile, con queste indagini e per giunta condannandoti pure. Al che ci domandiamo se questa sottolineatura finale (dev’essere una cedevolezza ricorrente, per Matteo, calcare in coda: vedi caso Fiera versus Zaltron) sia dovuta ad un’accusa verso chi l’ha giudicato – della serie: il fatto non é reato, quindi che volete da me che faccio solo impresa? – o se per lui “fare impresa e investimenti” non risulti meno “difficile” con un’operazione al momento considerata dalla magistratura, in nome del popolo italiano, evasione fiscale? Cosa avrà voluto dire?