Vicenza, romantici Quintetti. Quasi come Sinfonie

Il pianista Lortie e il quartetto Panocha protagonisti di un sostanzioso concerto al Comunale. Con due capolavori di Brahms e Dvorák

Il Quintetto con pianoforte è un genere tipicamente ottocentesco, la cui qualità artistica è inversamente proporzionale alla frequenza con cui è stato affrontato dai compositori. Ne esistono tutto sommato pochi, ma spesso sono buoni, non di rado eccellenti. La sua natura formale, al confine fra la musica da camera (la “hausmusik” della cultura tedesca), e quella concertante (per strumento solista e orchestra), lo rende terreno ideale per una creatività dagli orizzonti allargati, nella quale il dialogo fra le parti, lungi dall’esaurirsi nelle pur sofisticate trame cameristiche, finisce per aspirare a una dimensione quasi sinfonica.

Così almeno lo intendono due autori come Brahms e Dvorák, i cui Quintetti op. 34 e op. 81 hanno costituto il sostanzioso menù (ciascuno dura non meno di 40 minuti) del più recente appuntamento della stagione della Società del Quartetto al Teatro Comunale di Vicenza. Si tratta di capolavori che germogliano dalla comune idea, messa a fuoco da Brahms e accolta una ventina d’anni più tardi dal suo più giovane collega boemo, di un’eloquenza alta e distesa, una “retorica cameristica”, se così si può dire, che forza i limiti di genere per raggiungere lo stesso grado di “assolutezza” che entrambi questi autori raggiungono nella loro produzione sinfonica.

E tuttavia, molto diverse sono le coordinate inventive ed espressive di questi dipinti di vaste dimensioni. Laddove Brahms delinea una drammaticità interiore densa e sofisticata, nutrita dalla sapienza della scrittura e dalla profondità dell’elaborazione motivica, Dvorák fa brillare la radiosa ricchezza della sua trascinante vena melodica, su di essa modellando con dotta eleganza tutto l’apparato formale degli sviluppi tematici e dei giochi timbrici. La portata comunicativa delle due opere risulta così profondamente diversa, per quanto ugualmente affascinante: in Brahms introspettiva e meditata, sapientemente “costruita” anche laddove – come nello Scherzo – sembra che il gioco trascinante del ritmo e del colore prenda piede; in Dvorák estroversa e in fondo brillante anche nel lungo movimento lento (occasione di citazioni folcloriche così come nello Scherzo), soprattutto illuminata dalla cordiale trasparenza dei temi. Che risultano sempre riconoscibili anche nell’ampiezza degli sviluppi.

Queste differenze “caratteriali” all’interno di due Quintetti che per molti aspetti si possono considerare “gemelli” sono emersi nitidamente al Comunale nella prova Louis Lortie e del quartetto d’archi Panocha. Il pianista canadese ha mostrato esemplare sensibilità cameristica nel rapporto con gli archi, senza tuttavia mai perdere la bussola stilistica. In Brahms, dunque, corposo il tocco, sofisticata la gamma dinamica grazie a un fraseggio sempre controllato e preciso. In Dvorák brillante il suono, agile la scelta dei tempi, estroversa e solare l’atmosfera tanto quanto nell’autore amburghese è risultata meditabonda e appassionata.

Da parte loro, i quattro strumentisti del Panocha hanno mostrato di essere particolarmente a loro agio nello sciogliere la trama nitida e trascinante del loro compatriota Dvorák, reso con suono aperto, preciso e incisivo, di notevole immediatezza. In Brahms, invece, fatto salvo un equilibrio di gran pregio, lo smalto è parso a tratti non abbastanza “tedesco”, nel senso della corposità sinfonica che il musicista modella efficacemente e che all’ascolto (complice forse anche l’acustica del Comunale) è sembrata non sempre dotata del necessario peso specifico. Esecuzione, quindi, dai tratti più classicistici, comunque tale da rendere nitida la complessità formale e la sua sofisticata articolazione. Pubblico discretamente numeroso, anche non da tutto esaurito. Accoglienze molto calorose e bis con lo Scherzo del Quintetto di Dvorák.